Sarajevo, venticinque anni dopo

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Questo pezzo è uscito su Altraeconomia, che ringraziamo.

A venticinque anni dall’inizio della guerra in Bosnia e dell’assedio di Sarajevo, creare un terreno di incontro tra le diverse memorie del conflitto è la cosa più difficile che si possa immaginare.

In un tale contesto, il teatro è forse l’unico luogo all’interno del quale è stato fatto un piccolo passo al di là dei reciproci steccati. Il MESS, il più antico festival di teatro dei Balcani, è ormai giunto alla sua 56esima edizione. Nato nel 1960 sotto la vecchia Jugoslavia, non si è arrestato neanche negli anni dell’assedio, tanto che nell’agosto del 1993 fu mandato in scena uno straordinario Aspettando Godot diretto da Susan Sontag.

La politica del mestiere. Ritorno a Rocco Scotellaro

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Nasceva oggi, il 19 aprile 1923, lo scrittore e attivista Rocco Scotellaro. Per l’occasione riproponiamo un pezzo originariamente uscito su Lo straniero.

A Palazzo Lanfranchi, a Matera, è conservata Lucania 61, la grande opera pittorica di Carlo Levi lunga 18 metri e mezzo e alta più di 3, che rappresentò la Basilicata alla “Mostra delle Regioni” organizzata a Torino nel 1961, in occasione del primo centenario dell’Unità d’Italia. Lucania 61 racconta in cinque pannelli, che probabilmente costituiscono la summa del Levi pittore, la storia della Lucania contadina e di Rocco Scotellaro, il poeta in bilico tra mito e oblio, che ancora ci interroga, non solo attraverso quel quadro.

Scotellaro nacque il 19 aprile del 1923 a Tricarico, da padre calzolaio e da madre sarta e “scrivana” del vicinato. Morirà il 15 dicembre del 1953, stroncato da un infarto, a Portici. Nei trent’anni della sua breve e intensa esistenza sono racchiusi tutti i segni del più grande sommovimento che abbia travolto il Sud nel Novecento: il ridestarsi di un mondo contadino e bracciantile per certi versi fino a quel momento “fuori dalla Storia”, o comunque relegato ai suoi margini.

Su “La morte di Danton” di Mario Martone

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Al culmine del breve, incandescente discorso in cui cerca di ribattere alle accuse che gli vengono mosse dal Tribunale della Rivoluzione, Georges Danton sfiora il nocciolo delle cose. Siamo a Parigi, nell’aprile del 1794. Dopo aver liquidato l’ala sinistra degli hebertisti, Robespierre intende puntellare il proprio potere eliminando proprio Danton, colui che incarna l’altra faccia della Rivoluzione, l’anima più libertaria e pragmatica, tanto da apparigli come il più pericoloso degli avversari.

Nell’aula di tribunale, dopo aver indirizzato contro Robespierre, Saint-Just e «i loro boia» la medesima accusa che loro stessi gli hanno lanciato (tradire, cioè, il processo rivoluzionario), Danton si rivolge a quel pubblico che a lungo lo ha amato come il leader più umano, e passionale, dei moti parigini. Si rivolge alla porzione di popolo assiepata ad assistere a una gogna politica dall’esito già segnato, e conclude il suo discorso con parole che non potevano essere più lucide, più crude, e allo stesso tempo distanti dalla morale dei due «santi» della Rivoluzione che vogliono farlo condannare a morte in quanto «controrivoluzionario»: «Fino a quando le orme delle libertà saranno le tombe? Voi volete pane, e loro vi lanciano teste! Voi avete sete, e loro vi fanno leccare il sangue dai gradini della ghigliottina!»

Ritratti di Sciascia

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Quando in un’intervista dell’ottobre del 1978 chiesero a Leonardo Sciascia, che aveva da poco pubblicato L’affaire Moro, cosa pensasse del linguaggio delle Brigate Rosse, disse senza mezzi termini che si trattava di una «cosa proprio ossificata, senza vita, disanimata, una specie di burocrazia del fanatismo». Dopo aver sottolineato il singolare amore per le sigle dei brigatisti, come se fosse davvero possibile ridurre ogni forma di dominio, di attrito, di rapporto sociale a una sigla asettica, aggiunse di colpo: «Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…»

In queste poche battute c’è tutto Sciascia. C’è la sua innata capacità di leggere i fatti attraverso dettagli apparentemente marginali, rovesciandoli come un calzino per afferrare un minimo di senso. C’è la volontà, costantemente assecondata, di analizzare il mondo attraverso la letteratura, e più precisamente attraverso un’idea volterriana di scrittura e di sguardo sulle cose storiche e politiche. E c’è infine il desiderio, parimenti assecondato lungo l’intero arco della propria esistenza, di non separare mai (crocianamente, avrebbe potuto dire lui stesso) quel che è poesia da quel che poesia non è, e quindi la critica letteraria dalla stessa critica del mondo.

Meraviglie di Butrinto, il sito archeologico più importante dell’Albania

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Questo reportage è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

BUTRINTO (Albania). Nella primavera del 1928, quando la piccola spedizione archeologica italiana sbarcò sulle rive albanesi di fronte a Corfù, Luigi Maria Ugolini, archeologo e sognatore, aveva appena compiuto trentatré anni. Guidava un gruppo di appassionati a cui aveva illustrato con cura ciò che si aspettava di trovare. Tra quelle sponde selvagge e indecifrabili, pressoché disabitate, respingenti e dolci allo stesso tempo, doveva trovarsi l’antica città in cui Enea aveva passato due giorni decisivi nel suo cammino verso la fondazione di Roma. “Una piccola Troia e una Pergamo che imita la grande”.

Ugolini rilesse spesso quel verso dell’Eneide nei giorni caldi in cui era necessario recarsi fino alla città dei Santi Quaranta (oggi Saranda) per rifornirsi di vettovaglie. La piccola Troia, ossia la Butroto dove Enea ritrovava Andromaca, la vedova di Ettore, nonché Eleno, l’indovino figlio di Priamo, e gli altri concittadini scampati alla furia achea, rappresentava, nel viaggio di Enea, una prefigurazione della grande Troia che egli avrebbe fondato, ossia Roma.

La fabbrica e il vicolo. Ricordando Ermanno Rea

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Ricordiamo Ermanno Rea, scomparso il tredici settembre scorso, con un’intervista realizzata per Lo Straniero – che ringraziamo – da Alessandro Leogrande. Il pezzo risale all’ottobre 2002, all’uscita del romanzo La dismissione (Rizzoli) (fonte immagine).

Cosa ti ha portato a scrivere due libri come Mistero napoletano e La dismissione?

Ho cominciato a scrivere libri a sessant’anni. Precedentemente avevo scritto tanto, ma da giornalista. Ho lavorato per molti giornali: “l’Unità”, “Paese sera”, “Vie nuove”,  “Panorama”, “il Giorno”… Ma ho sempre pensato che era necessario liberarsi dal giornalismo per cogliere la realtà. Ho sempre pensato, oggi più che ieri, che scrivere dei libri non significa inventare storie di sana pianta, non si tratta di inventare la vita. Nella grande stagione del romanzo, fino alla prima parte del Novecento, le società occidentali pativano il deficit di informazione, la carenza di notizie. In un certo senso, lo scrittore, inventando storie, riempiva questo vuoto, raccontava il mondo. Ma oggi la situazione è radicalmente diversa.

Tutta la città straparla

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Il 30 giugno scorso è avvenuto qualcosa che segna uno spartiacque nella storia radiofonica (e non solo radiofonica) di questo paese. Se ne sono accorti in molti, sui giornali e in rete, per cui è il caso di tornarvi sopra.

Il giorno prima erano state portate a termine le operazioni di recupero di un peschereccio affondato a poche miglia dalle coste della Libia nell’aprile del 2015. Come molti ricorderanno, è stato il naufragio più grave della storia dell’emigrazione, probabilmente il naufragio più spaventoso da diversi secoli a questa parte, dal momento che dal racconto dei pochi superstiti è risultato subito evidente che nella stiva della piccola imbarcazione erano rimaste intrappolate diverse centinaia di persone, forse addirittura 700, molte delle quali donne e bambini.

L’eredità di Langer schierata sul Brennero

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Dal Brennero non passa più nessuno. Dopo l’incontro dei primi di maggio scorso tra il ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano e quello austriaco Wolfgang Subotka, solo una manciata di profughi è entrata in Austria provenendo dall’Italia. Non è stato costruito fisicamente alcun muro (in buona sostanza, la minaccia di costruirne uno da parte austriaca, oltre che utile a fare un po’ di pressione sull’Italia, è servita a infarcire un po’ di slogan elettorali prima del secondo turno delle presidenziali).

Tuttavia i controlli da parte italiana sono aumentati. E basta farsi un giro lungo i binari della stazione di Bolzano, oltre che lungo il confine, per incrociare pattuglie di poliziotti e carabinieri italiani che presidiano le vie di accesso alla frontiera italo-austriaca, dopo che negli ultimi anni – neanche tanto velatamente – si era lasciato andare verso Nord la gran parte di coloro che approdavano in Sud-tirolo, non solo i siriani che fino a metà 2015 sbarcavano in Italia.

Il silenzio della politica sulle violenze di Genova

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Ripubblichiamo un pezzo uscito su Internazionale, che ringraziamo.

Attribuendo la definizione di tortura alle violenze commesse dalla polizia nella scuola Diaz di Genova quattordici anni fa, la corte europea dei diritti umani è arrivata dove le istituzioni italiane non hanno avuto la forza, il coraggio, o semplicemente la decenza, di arrivare. Quel pestaggio sistematico e prolungato, contemporaneo all’irruzione della stessa polizia nel media center adiacente alla scuola dormitorio, e finito conl’interruzione della diretta di Radio Gap, fu inequivocabilmente un atto di tortura.

Quello che successe sabato 21 luglio 2001 alla Diaz e nella caserma di Bolzaneto fu gravissimo, ma le violenze commesse dalle forze di polizia cominciarono molto prima, già dal venerdì, facendo scattare – in risposta agli scontri provocati dai black bloc, del tutto estranei alle forze raccolte dal Genoa Social Forum – una risposta repressiva che coinvolse tutti.

L’altra faccia di Pannella

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Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

«Tenace come un vecchio arteriosclerotico, mi situo lì dove sono da quarant’anni, lì dove c’è l’alternativa liberale alla maniera di Gaetano Salvemini e dei fratelli Rosselli». Così diceva Marco Pannella a Giampiero Mughini nel 1997, in un’intervista ora raccolta nel libro La rosa nel pugno (Kaos edizioni), che mette insieme dialoghi, articoli, interventi del leader radicale tra il 1959 e il 2015.

Per capire cosa resterà del pensiero eretico, e spesso alieno alla politica italiana, di Pannella, un libro come questo è uno strumento utilissimo. Il riferimento a Salvemini e ad Ernesto Rossi, a un socialismo liberale e libertario di matrice giellista, è uno dei fulcri del suo pensiero, tanto che fanno sorridere quei necrologi delle ultime settimane che lo hanno dipinto come un saltimbanco fra gli schieramenti e le idee politiche.

In un testo scritto per Il Mondo alla vigilia del congresso del Partito radicale del 1975, accanto a Salvemini, Rossi, Gobetti, Matteotti, Capitini, Dorso, Levi, Silone, Calogero, Danilo Dolci, nel pantheon pannelliano figura anche il socialista riformista pugliese Giuseppe Di Vagno, il primo deputato a essere ucciso dallo squadrismo fascista nel 1921.