La frontiera e il mondo che cambia

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Del mondo sappiamo tutto e non sappiamo niente. Che ci vuole? Un giro in rete e possiamo guardare spazi e luoghi lontani. Eppure non sappiamo niente. Quanti siamo? Quanti europei? Quanti asiatici?

Naturalmente sono informazioni disponibili a tutti, appunto: siamo 7 miliardi e 400 milioni, di cui solo un miliardo nelle Americhe, uno in Europa e uno in Africa. Restano 4 miliardi di asiatici. Sappiamo tutto e sappiamo niente. Non sempre riusciamo a stabilire le necessarie connessioni tra gli elementi in gioco, così da tracciare una previsione e soprattutto elaborare una strategia politica. Per esempio, i statistici ci dicono che da qui al 2050 la formula del mondo cambierà ancora, sarà: 1-1-2-5, quindi, nove miliardi.

Le elezioni regionali in Francia e la profezia di Houellebecq

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul sito di Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

E se Michel Houellebecq avesse previsto tutto questo? Rileggere dopo il doppio turno delle elezioni regionali francesi Sottomissione, il suo romanzo uscito a inizio anno, lo stesso giorno dell’assalto terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, e quasi universalmente letto come profezia fantapolitica del successo in Europa dell’islam politico, provoca uno strano effetto. Tanto da far emergere l’idea che la parte più significativa del libro non sia la seconda ma la prima, quella in cui descrive il successo di Marine Le Pen al primo turno delle presidenziali, in un ipotetico 2022.

La frontiera

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Pubblichiamo il prologo dell’ultimo libro di Alessandro Leogrande, La Frontiera, uscito in questi giorni per Feltrinelli. Ringraziamo l’autore e l’editore (fonte immagine).

Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale. L’uomo pare danzare, la tuta nera è avvolta da scie di bollicine. A tratti si sente il rumore dell’aria sputata fuori. Al primo sommozzatore se ne aggiunge un altro, poi un altro ancora. Tutti hanno scritto sul braccio destro guardia costiera. Dopo alcuni secondi circondano il relitto.

Adagiato a quaranta metri di profondità, al largo dell’isola di Lampedusa, il peschereccio sembra in secca, incuneato nella sabbia chiarissima del fondale. I tre sub, le bombole sulle spalle, calcano il ponte della piccola imbarcazione ed entrano da una porta laterale. Passa qualche secondo, ed estraggono il corpo di una donna.

Luiz Ruffato è uno scrittore non gradito

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Questo articolo è uscito su Lo straniero.

Sostiene Luiz Ruffato, autore di bellissimi romanzi tradotti in italiano da La Nuova Frontiera, che esistono due Brasili. Un “Brasile immaginario”, fatto di calcio, musica, samba, spiagge, la cui idea (sapientemente costruita) è funzionale al discorso comune dello Stato e delle élites politico-economiche che governano, o quanto meno provano a gestire, l’ascesa economica di questi anni, culminata con l’organizzazione, a breve distanza l’uno dalle altre, di un Mondiale di calcio e delle Olimpiadi. Come spesso accade, lo sport ha sancito il trionfo di questo “Brasile immaginario”.

I nuovi muri

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(fonte immagine)

Pubblichiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo straniero e vi invitiamo a visitare il sito della rivista, da poco online con una veste grafica completamente rinnovata.

Di fronte all’arrivo dei profughi lungo la rotta balcanica (in particolare siriani e afghani) risorgono in Europa nuovi muri materiali e mentali. Non c’è solo quello fisico, di filo spinato, eretto lungo il confine ungherese. Non c’è solo il cumulo di restrizioni che si alimenta di giorno in giorno in Slovenia, Croazia, Repubblica ceca, Slovacchia…

Alle spalle di tutto ciò sembra risorgere idealmente la vecchia cortina di ferro. I paesi dell’ex “blocco orientale”, entrati di recente nell’Unione europea, si riscoprono ammalati di nazionalismo, razzismo, nuovi fascismi, del tutto impreparati a gestire un fenomeno imponente come l’arrivo o il transito di migliaia di profughi. Un esodo non emergenziale, ma strutturale, che mette in discussione la tenuta della stessa Unione europea (oltre che le politiche dei paesi entrati nell’Ue molto prima).

Le due vite di Vito Alfieri Fontana

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

“Quando ti ritrovi per la prima volta in un campo minato, ti rendi conto che a ogni metro, a ogni centimetro, ti può esplodere una mina sotto i piedi. Vedi un bosco, vedi degli alberi bellissimi, ma sotto è pieno di mine. E allora capisci ciò che hai fatto. È  difficile dirlo con altre parole: ti senti solo un pezzo di merda.”

La prima volta che Vito Alfieri Fontana ha visto un campo minato è stato in Kosovo, nell’inverno tra il 1999 e il 2000. Ha lavorato anni per conto di Intersos alla ricerca di mine: era lì per tirarle fuori e farle brillare, rendendole finalmente inoffensive. Ma Vito – come tutti in Kosovo, e poi in Bosnia, hanno preso a chiamarlo – non era uno sminatore comune. Le mine le conosceva meglio di chiunque altro per il semplice fatto di averle ideate e prodotte per decenni. La sua è una vita che ne racchiude almeno due. Come Penelope, ha impiegato la seconda metà a disfare la tela che aveva tessuto nella prima parte.

La nuova retorica del merito

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Nel lessico della nuova stagione renziana, le parole “merito” e “meritocrazia” sembrano aver scalzato “riforme” e “riformismo” quale onnipresente architrave di ogni discorso politico. Le prime sembrano aver inglobato e sostituite le seconde, tanto che oggi non c’è riforma “auspicabile” che non preveda la sostituzione dei “vecchi” con i “giovani”, e l’avanzamento tra i giovani di “quelli veramente bravi”.

I militanti jihadisti

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Questo articolo è apparso su Lo Straniero.

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

A uccidere gli uni e gli altri sono stati dei ventenni entrati nelle file del jihad islamico, di cui poco sappiamo e di cui ancor meno siamo stati disposti a capire qui in Italia, paese come sempre mediamente più provinciale, chiuso in se stesso, miope di altri, benché collocato al centro del Mediterraneo. Da tempo siamo indifferenti all’esplosione di quest’area, la nostra: non solo non comprendiamo cosa si agita in Siria o in Iraq, ma anche nelle teste di coloro i quali vanno a combattere in quei paesi e poi fanno ritorno in Europa.

La Puglia e le stragi di mafia

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Ogni volta che in una strage di mafia viene ucciso un bambino, si pensa e si scrive che una soglia primordiale, quella tra la barbarie e la civiltà, è stata oltrepassata. Purtroppo il bambino crivellato di colpi sulla statale 106 a pochi chilometri da Taranto, alle porte del paesone agricolo di Palagiano, non è il primo bambino o il primo adolescente innocente a essere ammazzato. Da molto tempo quella soglia è stata oltrepassata, tanto che viene da pensare – a ragione – che “le buone regole” nelle esecuzioni e nelle vendette di mafia, o in tutte quelle faide dai tratti inequivocabilmente mafiosi, non siano mai esistite.

Riflettere sulla sinistra

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Il 1989 è un anno-spartiacque non solo per la caduta del Muro di Berlino, appena ricordata. Lo è anche per altri fattori. Proprio in quell’anno si concentrano eventi, che “accanto” alla caduta del Muro, dimostrano come la Storia non corra affatto verso la sua fine, e non ci sia nessuna nottola di Minerva che possa bearsi di alzarsi in volo sul far del tramonto. Ne cito almeno tre: la fatwa lanciata da Khomeini contro Salman Rushdie in febbraio (reo di aver scritto “I versetti satanici”), la repressione della protesta degli studenti a Piazza Tienanmen in giugno, il discorso iper-nazionalista di Milosevic a Kosovo Polje che diede il via alla dissoluzione della Jugoslavia (sempre in giugno).