L’Eritrea è più vicina di quanto pensiamo

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“Noi pensiamo di essere dei piccoli tassi. Nient’altro che dei piccoli tassi che rosicchiano i quattro pilastri di legno su cui poggia il regime eritreo. Il nostro obiettivo è farlo cadere.” Parla per metafore Amanuel, uno dei giovani eritrei che stanno creando in Europa un coordinamento di tutte le forze di opposizione al regime di Isaias Afewerki, il dittatore che tiene in pugno il paese fin dall’indipendenza dall’Etiopia, ottenuta nel 1991 e sancita ufficialmente nel 1993. Amanuel non è il suo vero nome; è lui a chiedere di essere chiamato in un altro modo (richiesta che faranno sistematicamente anche tutti gli altri intervistati) per evitare di essere identificato dai servizi segreti del regime.

Pier Paolo Pasolini e la lunga strada di sabbia

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Nel 1959 Pier Paolo Pasolini realizzò uno dei reportage più geniali che siano mai stati concepiti: percorrere in piena estate tutta la costa italiana da Ventimiglia a Trieste. Scendere lungo il Tirreno fino alla punta estrema della Calabria, passare lo Stretto, andare fino a Porto Palo e poi far ritorno sul continente. Costeggiare tutto il Golfo di Taranto e, dopo Leuca, risalire per la Puglia e la costa adriatica, su fino a Trieste. Il viaggio di Pasolini a bordo di una millecento tra le tante Italie in vacanza, agli albori del boom, uscì in più puntate sulla rivista “Successo” con il titolo “La lunga strada di sabbia”.

Da Contrasto, grazie alla collaborazione della cugina del poeta, Graziella Chiarcossi, viene ora ripubblicata in una nuova edizione la trascrizione integrale del dattiloscritto pasoliniano, contenente anche le parti che per ragioni di spazio vennero tagliate su “Successo”. Il volume è inoltre accompagnato dalle foto di Philippe Séclier, che anni dopo, muovendosi sulle tracce di Pasolini, ha ripercorso gli stessi luoghi estivi di allora trovando un’Italia ormai mutata.

Il revival della masseria tra jet set e capolarato

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Guarda le masserie, e capirai la grande trasformazione della Puglia negli ultimi decenni. Perché se è vero, come diceva Cesare Brandi, che la vera Puglia è quella rurale, quella delle pianure di terra rossa solcate dagli ulivi, dalla vite, dal grano, quella delle carrarecce, dei muretti a secco e della pietra addomesticata, è proprio là che un intero mondo è mutato. Anzi, sì è letteralmente capovolto, molto più che nelle città che sorgono lungo la costa. Di quel mondo rurale, plurale e diversificato, la masseria era il cardine architettonico, economico, antropologico, una sorta di ecosistema capace di resistere al passaggio del tempo.

Il cranio di Lombroso

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Un paio di mesi fa, Beppe Grillo ha auspicato sul suo blog la dissoluzione dello stato nazionale in più macroregioni “recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie”. A molti è sembrata poco più di una boutade, ma leggendo gli oltre duemila commenti al post è possibile comprendere come Grillo abbia colpito, consapevolmente, laddove sapeva di poter essere ascoltato.

Oggi al Sud una brace cova sotto la cenere, in maniera del tutto speculare al leghismo più acceso e alle scriteriate avventure del separatismo veneto. È il revanscismo neoborbonico.

Scrivere su uno smartphone. Dappertutto

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L’ultimo numero di “Quaderni di didattica della scrittura” (n. 21-22/2014, Carocci editore), diretta da Cosimo Laneve con Chiara Gemma, celebra i dieci anni di vita della rivista interrogandosi sulla trasformazione della scrittura nell’era del digitale. Il numero, oltre al saggio di Alessandro Leogrande che qui riproponiamo, contiene interventi di Duccio Demetrio, Roberto Maragliano, Ruggero Eugeni, Giuliano Minichiello, Rosabel Roig Vila, e una lunga intervista a Laneve sulla storia dei “Quaderni”.
Nell’ultimo anno mi è capitato almeno tre volte di scrivere in meno di un’ora un articolo sul mio iPhone. Una volta ero in treno, l’altra in una casa al mare, l’altra ancora in una stanza d’albergo. In tutti e tre i casi non avevo con me un computer portatile e ho pensato che avrei solo perso tempo a scrivere il pezzo a mano, per poi dettarlo al telefono, o a mettermi in giro alla ricerca di un internet point, all’interno del quale magari mi sarebbe stato difficile trovare la concentrazione per scrivere.

Sui giornali che chiudono

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Questo articolo è uscito su l’Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

La partita più bella di tutti i tempi secondo Gianni Brera

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Provare a indovinare quale sia stata la più grande partita della storia dei Mondiali di calcio è uno dei giochi più antichi. Ancora più antico delle nostre infanzie (e qui intendo le infanzie di coloro i quali, dalla settimana prossima fino alla metà di luglio, rimarranno incollati al televisore, sospendendo ogni altra attività umana). O per lo meno antico quanto la trasformazione di quello che Gianni Brera definiva “un dramma agonistico completo”, intriso di epos in ogni suo anfratto, in evento planetario.

Se il terrorismo lo raccontano i trentenni

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Morte di un uomo felice, l’intenso romanzo di Giorgio Fontana appena pubblicato da Sellerio, affronta di petto il rapporto con gli ultimi anni della violenza brigatista, i grigissimi primi anni ottanta; esattamente gli stessi anni in cui l’autore (classe 1981) e la sua generazione (i trentenni di oggi) sono nati.

Fontana evita il rapporto con la “memoria” di chi ha fatto la lotta armata, e sposta l’attenzione su un ambito decisamente meno raccontato: la biografia di un sostituto procuratore che cade vittima del gruppo su cui sta indagando. Nel protagonista del romanzo, Giacomo Colnaghi, non c’è solo un impasto di idee e riflessioni morali che sembrano discendere da Guido Galli e Emilio Alessandrini, magistrati democratici entrambi uccisi da Prima Linea perché riformisti e quindi ritenuti i “nemici” peggiori, quelli in grado allo stesso tempo di capire il fenomeno del terrorismo e dare allo Stato “repressivo” un volto diverso. C’è molto di più.

In ricordo di Vittorio Bodini

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Quest’anno ricorre il centenario della nascita di Vittorio Bodini (6 gennaio 1914-19 dicembre 1970), poeta, scrittore, giornalista e grande traduttore della letteratura spagnola in lingua italiana (sue le traduzioni del “Chisciotte”, del teatro di Federico Garcia Lorca, di Francisco de Quevedo, dei poeti surrealisti). Ho ricordato la sua poliedrica attività intellettuale, il rapporto viscerale con il Sud salentino in cui era vissuto, in tre articoli apparsi sul “Corriere del Mezzogiorno”. (Fonte immagine) 

In Salento

Vittorio Bodini, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, non è stato solo un grande poeta e un grande ispanista, traduttore per Einaudi del “Don Chisciotte” e delle opere teatrali di Federico Garcia Lorca. È stato anche un grande autore di reportage: prose di inchiesta e narrazione, in cui le barriere giornalistiche vengono sistematicamente decomposte per avanzare in un terreno specificamente letterario e poetico. Poetico nel senso che è poeta colui il quale guarda alla realtà con gli occhi del poeta, indipendentemente dal registro linguistico che adotterà scrivendo.

Il Sistema dei Buoni secondo Luca Rastello

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Torniamo a parlare del romanzo di Luca Rastello con un pezzo di Alessandro Leogrande uscito su Pagina 99.

L’ultimo romanzo di Luca Rastello (I Buoni, Chiarelettere) mette in luce uno dei nervi scoperti della nostra contemporaneità: l’ideologia del bene e la frenetica attività dei Buoni (con la b maiuscola), suoi ultimi depositari. Rastello narra di Aza, una giovane donna scampata ai cunicoli di Bucarest, che approda nell’universo italiano di don Silvano e della sua multiforme onlus In Punta di Piedi. Attraverso i suoi occhi, racconta luci e ombre di un vasto mondo che passa per “volontariato”. Descrive i suoi tic, le sue “doppie morali”, i suoi avvitamenti linguistici… Benché sia un romanzo (e del grande romanzo, I Buoni, ha innanzitutto il ritmo), è difficile non scorgere nel Don Silvano dal maglione sdrucito e l’insistenza sul “restituire memoria”, i tratti di don Ciotti e così, nella onlus In Punta di Piedi, la galassia sorta intorno al Gruppo Abele e a Libera (lo stesso Rastello, tra l’altro, è stato direttore di “Narcomafie”).