Renzi, Bobbio e l’uguaglianza

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Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 166 (aprile 2014) in uscita in questi giorni in libreria. Sul numero di aprile è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a Daniele Giglioli sull’ideologia della vittima, un dossier sulla trasformazione del mercato del lavoro, un dialogo tra Gioacchino Criaco, Francesco Munzi e Goffredo Fofi su come raccontare la Calabria, recensioni su film e romanzi usciti nelle ultime settimane.

A volte gli incroci tra cultura politica e politica rivelano molto più del racconto del tran tran quotidiano del Palazzo. Strano a dirsi, è capitato anche con Matteo Renzi. Nelle stesse settimane in cui si compiva la sua frenetica e forsennata ascesa a Palazzo Chigi, alla guida di un governo in tutto e per tutto identico a quello guidato da Letta (forse con ancora minore qualità), la casa editrice Donzelli ha mandato in libreria una nuova edizione di Destra e sinistra di Norberto Bobbio con una postfazione del neopremier.

Sono passati vent’anni esatti dalla prima uscita del saggio bobbiano. Era il 1994, uscì proprio nell’anno dell’arrivo a Palazzo Chigi di Silvio Berlusconi. Passato un ventennio (“il” ventennio berlusconiano, senza che con esso siano stati fatti i conti), la nuova edizione esce nel 2014, anno dell’ascesa renziana. Curiose coincidenze editoriali.

Fassbinder, regista dell’ambiguità

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

L’anno prossimo ricorrerà il settantennale della nascita di Rainer Werner Fassbinder, il più acuto e radicale dei registi del Nuovo cinema tedesco, scomparso a soli 37 anni nel 1982, a causa di una overdose di cocaina e sonniferi. Nella Germania contemporanea che, quasi ripiegata su se stessa, sembra correre all’impazzata mentre intorno l’Europa arranca, la vastissima opera di Fassbinder (oltre 40 film, 12 commedie teatrali, la serie televisiva in quattordici episodi Berliner Alexanderplatz) appare come un tizzone inattuale che cova sotto la cenere. O almeno questa è la sensazione che se ne ricava dalla mostra Fassbinder Jetz (Fassbinder Now), allestita al Filmmuseum di Francoforte, uno degli splendidi musei di Sachsenhausen che sorgono lungo il Meno.

Sudismo e meridionalismo

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno. (Immagine: Untitled, Mark Rothko)

Una cosa è il sudismo, altra cosa è il meridionalismo. Nel recente dibattito alimentato sulle pagine del “Corriere del Mezzogiorno” da vari fattori (l’uscita del libro di Emanuele Felice “Perché il Sud è rimasto indietro”, la scarsa attenzione mostrata verso la “questione meridionale” da parte del neopremier Renzi, il persistere di indicatori come quello sulla disoccupazione giovanile che inchiodano le regioni meridionali), la distinzione sembra essere evidente. Eppure su scala nazionale, nonché in molte parti del Sud, è andata smarrita.

È giusto sottolineare come compito delle coscienze critiche di questa parte del paese sia innanzitutto quello di individuare non le responsabilità “del” Sud, bensì quelle rintracciabili “nel” Sud. È stata questa la lezione del meridionalismo migliore, quello di Salvemini, Dorso, Sturzo, Manlio Rossi-Doria, Tommaso Fiore, teso a decostruire un realtà non monolitica e ad analizzare innanzitutto le colpe delle classi dirigenti locali, della “borghesia lazzarona”, dei tanti azzeccagarbugli annidati sotto lo status quo, della politica ingessata dal trasformismo dei cacicchi e dei viceré. Non perché le colpe siano solo “nel” Sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica.

Necessità di una terza via (tra Renzi e Grillo)

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Questo articolo è tratto da “Lo straniero” n. 165 (marzo 2014) in uscita in questi giorni in  libreria. Sul numero di marzo è possibile leggere, tra l’altro, una lunga intervista a GiPi, un saggio di Juan Villoro su Roberto Bolaño, articoli su Emma Dante, Martin Scorsese, Svetlana Aleksievich, Slawomir Mrozek, un reportage di Neliana Tersigni dall’Egitto.

Il più grande affresco politico-parlamentare che descrive lo stallo dell’Italia attuale è stato scritto quasi un secolo fa da Federico De Roberto. Si tratta di L’imperio, romanzo incompiuto, uscito postumo nel 1929 e ora disponibile nella Bur, cui lo scrittore catanese lavorò per lunghissimo tempo, senza venirne definitivamente a capo, tanto complessa e molle era la materia che aveva deciso di narrare.

Il cuore dell’Imperio (che in una sorta di continuazione dei Vicerè narra le gesta del principino Consalvo Uzeda di Francalanza, neodeputato in ascesa, tra i meandri e i rigagnoli di una capitale politica infetta) è tutto nella descrizione impietosa della macchina del trasformismo. A De Roberto non importa raccontare solo il trasformismo in senso stretto, quello storicamente situato negli ultimi decenni dell’Ottocento, bensì un trasformismo più profondo, autobiografia della nazione, sua inevitabile impalcatura.

La storia di Behran

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: un dettaglio della copertina di The Human Trafficking Cycle: Sinai and Beyond)

Il 3 ottobre del 2013 Behran si salva miracolosamente dal grande naufragio di Lampedusa. Mentre 366 uomini, donne e bambini sono risucchiati sul fondo del Mediterraneo, in buona parte intrappolati nella angusta stiva dell’imbarcazione colata a picco, Behran riesce a nuotare insieme agli altri 154 superstiti verso i soccorritori. Vengono tirati sulle scialuppe e condotti sull’isola.

Behran è eritreo, ha ancora diciassette anni e, come quasi tutti i sopravvissuti all’ecatombe di ottobre, ha ormai lasciato l’Italia. Ora vive in Svezia, e cerca di lasciarsi alle spalle quanto è accaduto.

“Ossigenarsi a Taranto” (ossigenare Taranto)

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Questo articolo è uscito sullla «Gazzetta del Mezzogiorno»

Taranto e taranta. «Guardare da vicino le parole, conduce lontano lo sguardo» ammoniva l’aforista viennese Karl Kraus. Così, fra i due lemmi fratelli si iscrive l’essere biunivoco – ed equivoco – della Puglia di questi ultimi anni. Apulia felix et infelix nel contempo, baciata e avvelenata dall’olimpo: l’ebbrezza e l’Ilva, Dioniso e Tanato; ovvero la danza e l’acciaio, Efesto e Tersicore. Due morsi dello stesso ragno nel Salento che per Ernesto De Martino è «la terra del rimorso», quindi del pentimento e del tormento, ma anche del mordere di nuovo, appunto.

Una Puglia siffatta può ricordare «la sonnambula meravigliosa» degli studi  antropologici di Clara Gallini sul magnetismo ottocentesco. Isterica e seducente, orgogliosa e patologica, essa somatizza e ipnotizza, è riottosa alla ragione e persino alle interpretazioni dell’inconscio o dell’irrazionale. Naturale che gli esorcismi della politica (culturale) non funzionino più. Per esempio, l’anteprima dell’estate scorsa a Taranto della «Notte della Taranta» – il festival dei concerti salentini – attirò quasi più polemiche che pubblico (modesti entrambi). L’arcaismo danzante fattosi festival di successo della World Music provò a reincarnarsi nella originaria funzione terapeutica, cioè a purificare nel ritmo i problemi economici, sociali e giudiziari del Siderurgico, ma la catarsi fu gioco forza rinviata.

La dittatura degli slogan

festeggiamenti nello stadio di tirana

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

È pressoché impossibile spiegare a chi non c’era com’era la vita sotto il totalitarismo. È pressoché impossibile spiegare non la storia, ma l’esistenza reale, la cappa di paura e conformismo, l’annullamento dell’individualità, i sogni segreti, le relazioni umane, la lingua. A volte lo fa la letteratura. Altre volte lo fanno affondi storici sui generis. “Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista” di Gëzim Hajdari, appena edito da Besa, è allo stesso tempo l’una e l’altra cosa. Hajdari, poeta albanese tra i migliori, vive in Italia del 1992. Alcuni suoi libri (“I canti dei nizam”, “Corpo presente”, “Stigmate”…) sono stati pubblicati sempre da Besa. Non è ancora uscito in italiano “Epicedio albanese”, in cui viene raccontata l’eliminazione di una folta schiera di poeti e scrittori sotto il regime di Enver Hoxha, il più claustrofobico e surreale delle dittature dell’Europa orientale, insediatosi sull’altra sponda del mare Adriatico.

Ricordare Rina Durante

Rina Durante BN

Rina Durante è stata molte cose. Scrittrice, poeta, saggista, giornalista, “militante” culturale appartenuta a una stagione forse irripetibile della letteratura salentina, e più in generale pugliese. Rina morì nel dicembre del 2004, nove anni fa, e negli ultimi anni della sua intensa vita collaborò assiduamente al “Corriere del Mezzogiorno”.

Il suo articolo più bello, forse, è un lungo racconto dedicato alla “sua” isola, Saseno. Figlia di un sottufficiale di marina, Rina Durante aveva trascorso l’infanzia nell’isola che fronteggia il golfo di Valona, allora controllata dagli italiani. E, come ricordato nel film “L’isola di Rina” di Caterina Gerardi, in seguito ha tenuto sempre racchiuso dentro di sé, come un pungolo, questo peculiarissimo trascorso albanese e marinaro, la sua stramba infanzia tra le ginestre, che le permetteva di avere uno sguardo levantino, esterno, quasi di sbieco – si potrebbe dire –  rispetto alle faccende umane. Uno sguardo pienamente figlio del Canale d’Otranto, dei suoi intrecci e del suo meticciato culturale, che tanto ha segnato anche un’altra scrittrice che lei ha amato, Maria Corti. Ma nei suoi ultimi articoli per il “Corriere” Rina (che aveva a lungo scritto anche sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” e sul “Quotidiano”) si occupò anche d’altro, disegnando via via una costellazione di interessi e punti fermi, alla luce della quale indagare il nostro presente.

Il grigio ventennio

Questo articolo è uscito sul numero 161 dello “Straniero”, di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo.

Quel che resta del lavoro. Due istantanee.

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Il primo articolo è uscito su “l’Unità”, il secondo in una versione leggermente diversa sul “Corriere del Mezzogiorno”. Un vecchio sindacalista C’era un momento in cui le lotte per il lavoro erano lotte per il progresso, per il miglioramento delle proprie condizioni di vita, dentro e fuori le fabbriche. La salute non si contratta… Il […]