Meraviglioso Modugno

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

Qualche tempo fa “File urbani”, programma musicale di Radio 3 condotto da Valerio Corzani e curato da Monica Nonno, ha dedicato due puntate al “Pianeta Modugno”, riproponendo molti dei brani del “cantattore” pugliese reinterpretati nel corso della serata inaugurale del Medimex 2012 al Petruzzelli di Bari.

Sarà banale dirlo, ma ascoltando la trasmissione è stato impossibile non pensare quanto sia davvero immenso il “pianeta Modugno”, il lascito di un patrimonio di canzoni e  interpretazioni che hanno segnato una cesura netta nella storia della musica italiana. Il discorso non riguarda solo “Nel blu dipinto di blu” e quel grido liberatorio (“Volare…”) che avrebbe anticipato il boom e che velocemente sarebbe diventato il ritornello italiano più conosciuto al mondo – uno dei primi esempi di world music novecentesca… Il discorso riguarda l’intera, eclettica, complessa e poliedrica carriera di un cantante che è stato allo stesso tempo autore, attore e sovente paroliere, e ha fatto della canzone quasi un’opera teatrale in sé. Impossibile non imitarlo, disse una volta Fabrizio De Andrè.

Gli orfani bianchi

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Li chiamano “orfani bianchi”. Bianchi come la neve in inverno o come il candore dei loro anni. Secondo un recente rapporto dell’Unicef, in Moldavia sarebbero 100 mila: un esercito cui le autorità locali e le istituzioni europee hanno voltato le spalle. Gli “orfani bianchi” sono tutti i minori con uno o entrambi i genitori all’estero, emigrati in cerca di un lavoro migliore. Nel piccolo paese stretto tra Romania e Ucraina, 100 mila teenagers vivono senza almeno uno dei genitori (quasi sempre la madre), 17 mila sono affidati ai nonni o ad altri congiunti. Almeno 500 (ma il numero potrebbe essere molto maggiore) vivono praticamente da soli. Su una popolazione di appena 3 milioni e 600 mila abitanti tali numeri descrivono una profonda lacerazione del tessuto sociale.

Questi bambini e questi adolescenti sono esposti a fortissime tensioni psicologiche. L’assenza dei padri e soprattutto delle madri su larga scala (un’intera generazione di emigrati; solo in Italia i moldavi sono oltre 120mila) produce un gap difficilmente recuperabile. Poco alla volta, la depressione inizia a corrodere gli “orfani bianchi”.

Carmelo Bene visto da Claudio Abate

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Pubblichiamo un pezzo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, sulla mostra Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate in corso al Palazzo delle Esposizioni a Roma e vi invitiamo domani, giovedì 17 gennaio, alle 18.30 alla libreria Arion Esposizioni per un incontro speciale dedicato a Bene con Emiliano Morreale, curatore di Contro il cinema, e Giuseppe Sansonna. (Immagine: Claudio Abate. Carmelo Bene (Pinocchio) in Pinocchio ’66, Teatro Centrale, Roma 1966.)

Nel decennale della scomparsa di Carmelo Bene, per la prima volta viene presentata al Palazzo delle Esposizioni a Roma una parte dell’immenso archivio fotografico di Claudio Abate a lui dedicato. Delle tremila foto scattate in un decennio, dal 1963 al 1973, la mostra romana ne presenta una selezione accurata e ragionata. “Benedette foto! Carmelo Bene visto da Claudio Abate”, questo il titolo della mostra aperta fino al 3 febbraio 2013, non è solo la testimonianza di una stagione artistica irripetibile. Le foto non riproducono, bensì illuminano, colgono dettagli, aprono squarci. Almeno in questo caso, l’atto estremo del fotografo (lo scatto, per intenderci) è solo l’ultimo anello della catena di una lunga opera di avvicinamento e condivisione con Bene e il suo mondo: ore di pause, silenzi, osservazioni… da cui poi nasce un’immagine che si aggiunge alle altre già raccolte.

Don Milani e i giornalisti

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Questo pezzo è uscito su Pubblico.

Una lezione di coerenza. Adele Corradi ha insegnato per anni a Barbiana insieme a don Milani e a quell’intensa esperienza, che le ha cambiato la vita, ha dedicato un bel libro di memorie: Non so se don Lorenzo (Feltrinelli).

Quando le ho chiesto, qualche giorno fa, al termine di una presentazione del suo libro a Perugia, come don Milani si comportasse con i giornalisti (li faceva venire a Barbiana? quali accettava e quali no? sentiva la necessità di proteggere la “sua” scuola dall’invasione mass-mediatica, e quindi dal rischio che egli stesso fosse trasformato in un personaggio?), Adele Corradi mi ha dato una risposta fulminante. “Fosse per me, diceva don Lorenzo, non li farei venire. Ma lo faccio per i ragazzi, perché possano incontrarli e discutere con loro.” Così, ha aggiunto con un sorriso, il giorno dopo avrebbero visto in quali e tanti modi, scrivendone, si può stravolgere la realtà.

Scrivere del mondo

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.

Il nostro colonialismo rimosso

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Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Passando per forza da Gramsci

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

“Gramsci è un classico, un autore che non è mai di moda eppure viene letto sempre”. La frase di Fernandez Buey è riportata da Eric Hobsbawm in un saggio su Gramsci contenuto in uno dei suoi ultimi libri, apparso in Italia da Rizzoli appena un anno fa: Come cambiare il mondo. Perché riscoprire l’eredità del marxismo. Hobsbawn è stato tra più attenti interpreti della “Gramsci Renaissance”, quel singolare fenomeno di ricezione globale protrattosi nell’ultimo trentennio, a molti apparso sempre più strano dopo la crisi (politica) del socialismo e (filosofica) del marxismo. Eppure Hobsbawn aveva colto appieno cosa rendeva il pensiero di Gramsci tanto attraente, nonostante l’inattualità di molte sue parti: innanzitutto, scriveva, egli è stato uno dei rari esempi di pensatore marxista in cui riflessione teorica e azione politica (culminata nei lunghi anni del carcere) si sono intrecciati strettamente tra loro. Se si escludono gli artefici della rivoluzione russa e Rosa Luxemburg, questa unione di pensiero e azione rivoluzionaria non ha certo riguardato Lukács, Korsch, Althusser, Marcuse e tanti altri.

Il romanzo e la Storia

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul Corriere del Mezzogiorno, su L’ora di tutti di  Maria Corti.

Quando spiffera il vento per le stradine di Otranto immerse nell’umido del mare e nelle chiacchiere della gente, è possibile ascoltare la voce dei personaggi di Maria Corti. L’ho pensato qualche settimana fa, passeggiando da solo per il centro della città idruntina, sollecitato dalla coincidenza di un doppio anniversario. Quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa della scrittrice, e i cinquanta dalla pubblicazione per Feltrinelli del suo capolavoro, “L’ora di tutti” – circostanza ricordata in un’ottima sezione critica pubblicata sull’ultimo numero della rivista “l’immaginazione”, edita da Manni.

Il teatro di Virgilio Sieni

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande, uscito sul «Corriere del Mezzogiorno», su Virgilio Sieni.

Non è affatto scontato che il teatro provochi ciò che dovrebbe provocare, o almeno cercare di provocare. Sconcerto, sospensione, messa a nudo, ribaltamento dei codici, sventramento della percezione, accumularsi di reminiscenze… Oggi sempre più spesso  non capita, tanto che i teorici più radicali della “morte del teatro” non hanno tutti i torti. Ma questo, per fortuna, non riguarda Virgilio Sieni e il suo singolare, assoluto tentativo di riportare il teatro alla danza, e la danza a un complesso sedimentarsi di gesti originari.

Il “Grande Adagio Popolare” andato in scena a Bari è un affresco del gesto (e della relazione tra esso e la città, il suo tessuto urbano, la sua ragnatela sociale) che apre infiniti squarci. L’“Adagio” di Sieni è un percorso diviso quattro momenti. I primi due, “Racconti” e “Sul volto”, si sono animati a Palazzo Fizzarotti e all’ex Palazzo delle Poste. Gli ultimi due, “Madri e figli” e “Visitazioni”, hanno invece avuto luogo rispettivamente al Palazzo della Provincia e alla Camera di Commercio.

La Cina, l’acciaio e il porto di Taranto

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Torniamo a occuparci dell’Ilva con un articolo di Alessandro Leogrande uscito sul «Corriere del Mezzogiorno».

Taranto vista dalla Cina, la Cina vista da Taranto. Mentre le soluzioni ipotizzate per coniugare salute e lavoro sono ancora tutte in fase di definizione, proviamo ad allargare un po’ il discorso su scala globale. I due esempi che proporrò portano entrambi alla Cina.

Ecco il primo. Mi sono chiesto in queste settimane: quanti film hanno raccontato l’Itasilder e l’Ilva dopo la sua privatizzazione? Non genericamente la fabbrica o il lavoro operaio, non un centrale nucleare o l’inquinamento industriale in senso lato, ma proprio l’Italsider, le città-Italsider, le famiglie-Italsider, il lavoro-Italsider, come si è venuto a determinare – in Italia – nel corso del Novecento? Ho chiesto a un po’ di amici registi e critici cinematografici. Se si escludono il recentissimo “Acciaio” di Stefano Mordini e alcuni documentari più che altro televisivi, la risposta è: nessuno. E ciò la dice lunga sull’assenza di un ricostruzione artistica e di una riflessione culturale su una parte così importante della storia nazionale, che ha messo insieme i destini di Genova, Napoli, Taranto…