Ilva per principianti #1. Considerazioni sulla città dell’acciaio

di Alessandro Leogrande Raccolgo qui, a mo’ di diario, tre articoli sulla “questione Taranto” scritti in questi giorni per il “Corriere del Mezzogiorno”. Sono riflessioni certamente non esaustive. Tuttavia sono convinto che una discussione complessa su come coniugare diritto al lavoro e diritto alla salute, “cosa” e “come” produrre e non solo “quanto” produrre, “come” […]

Se il futuro sono i grillini…

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Riprendiamo questo articolo di Alessandro Leogrande uscito sull’ultimo numero de «Lo straniero» (luglio, n.145), di cui segnaliamo – tra le altre cose – anche una “Lettera da Parma” di Alberto Grossi, l’epistolario tra Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte, due lunghe interviste a Luciano Gallino e Walter Siti.

Se si votasse oggi per le elezioni politiche, dice l’ultimo sondaggio Swg pubblicato prima della chiusura di questo numero di “Lo straniero”, il Movimento 5 stelle prenderebbe il 21% dei voti. Un’enormità, dopo il crollo della Prima repubblica. Sarebbe il secondo partito d’Italia, dopo il Partito democratico, fermo al 24%. Il Pdl, sempre secondo il sondaggio Swg, sarebbe in caduta libera, intorno al 15% dei voti. Tutti gli altri (Udc, Lega, Idv, Sel) si aggirerebbero tra il 5 e il 6%. I sondaggi sono sondaggi: vanno presi con le pinze, soprattutto a molti mesi di distanza dalle elezioni reali. Tuttavia quello che si va delineando è molto più di un terremoto politico. Si tratta di una vera e propria frattura del corso costituzionale.

La nostra piazza Fontana

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Una sola cosa è certa: siamo di fronte a un attentato terroristico che non ha precedenti nella storia delle mafie e dello stragismo in questo paese. Per la prima volta si è deciso (scientemente, con un’organizzazione meticolosa dell’azione) di colpire una scuola, di colpire indiscriminatamente gli studenti che stavano varcando il suo cancello per seguire le lezioni. Per essere più precisi: studentesse, al femminile, non studenti. Questo ci dice il nome della vittima e l’elenco delle ragazze ferite. E questo dato – l’elevata percentuale di donne tra gli alunni dell’Istituto professionale Morvillo Falcone di Brindisi – non può essere sfuggito alla logica stragista di chi ha fatto esplodere le tre bombole del gas.

I Cito, la faccia oscura di Taranto

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In attesa del ballottaggio a Taranto, pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito il 10 maggio sul «Corriere del Mezzogiorno». Qui un assaggio di «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» di Alessandro Leogrande contenuto in «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto».

In un futuro lontano, gli ultimi vent’anni di politica tarantina verranno ricordati come gli anni del citismo sempre risorgente ogni qual volta è stato dato per morto e sepolto. Questo singolare impasto di leghismo meridionale, xenofobia triviale, recupero casereccio del neofascismo, populismo di periferia, sermoni antipolitici condotti dagli schermi di un emittente televisiva famigliare, è difficile da discernere al fuori dei confini della città jonica. Eppure continua a riprodursi. Oggi la saga dei Cito batte l’ennesimo colpo: Mario Cito, candidato sindaco in sostituzione dell’intramontabile padre Giancarlo (vero candidato “ombra”, benché in carcere per scontare un cumulo di condanne definitive per tangenti e concussione) è approdato al ballottaggio con il 18,9% dei voti.

Alle spalle c’è il precedente delle amministrative del 2007. Allora Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista e sindaco sfascista della Taranto plumbea di metà anni novanta, dopo aver scontato una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, decise di candidarsi nuovamente alla poltrona di sindaco. Quando il Tar gli impedì di correre, ebbe il colpo di genio. Candidare il figlio in sua vece, e condurre in prima persona la campagna elettorale, mantenendo inalterati i manifesti con la propria foto con su scritto “Vota Cito”, “che tanto è lo stesso”. Contro ogni previsione, traendo vantaggio dal tracollo del centrodestra locale, responsabile del crack finanziario del Comune nel 2006, sfiorò il ballottaggio. In questi cinque anni il citismo è rimasto in letargo, con qualche fiammata elettorale qua e là. Poi è tornato in forza alle nuove elezioni amministrative.

Rushdie a Tirana

Salman Rushdie’s Satanic Verses is burned by Muslims in Bradford, 1989.

Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

Contro il sudismo

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Ci sono i sudisti e ci sono i meridionalisti. I due termini non sono affatto sinonimi. Anzi, indicano due predisposizioni mentali del tutto opposte. Il meridionalismo storico (quello di Salvemini, Dorso, Rossi-Doria…) non ha mai messo in discussione l’unità di Italia e ha sempre rifiutato i toni apocalittici, perché intimamente reazionari. Ha sempre pensato che l’analisi dei mali del Sud dovesse essere inquadrata in un progetto critico razionale, e che la soluzione dei problemi potesse venire solo all’interno di una cornice democratica e nazionale. Salvemini era sprezzante non solo contro gli artefici – a vario titolo – della disunità d’Italia, ma soprattutto contro i Cocò del Mezzogiorno, emblema di quella piccola borghesia incolta, parassitaria, immobile, avvezza al “particolare”… Oggi i Cocò sono dilagati e si sono incistati nelle amministrazioni locali. Il sudismo non ha niente a che fare con tutto questo. Non è altro che la sempiterna ripetizione dell’elogio del buon tempo andato. Il credere che il Regno di Napoli fosse il migliore dei regni possibili, che 150 anni di Unità sono un cumulo di violenza e rapina ai danni di una società idilliaca, priva di crepe. Di contro c’è un’altra variante del sudismo: l’interpretare il Sud come inferno irredimibile. Una terra lazzarona, dove le anime belle muoiono o vengono uccise, o non riescono a fare un bel niente. Una terra amara che impone sempre e comunque un aut aut: rimanere e perire; o andarsene per sempre.

Se il vendolismo si limita
agli applausi degli artisti

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Dopo l’intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un’ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

Patate riso e cozze:
fine della primavera pugliese?

Al principio furono la D’Addario e Tarantini. Poi lo scandalo-sanità. Quindi quello legato alla squadra di calcio. Adesso tocca a Michele Emiliano, mentre il Petruzzelli viene commissariato. Sembrerebbe che la primavera pugliese rischi di fare la fine di ciò che fu quella della Campania.

Repubblica-Bari sta dedicando in questi giorni una sezione del cartaceo e del proprio sito internet al cono d’ombra dentro il quale sembra essere precipitata la regione che, fino a qualche tempo fa, era un simbolo di rinnovamento per l’intero meridione.

Qui intanto l’intervista di “Repubblica-Bari” a Nicola Lagioia

Cosa risponde all’sos Bari di Valentini? 

OWS: notizie da Zuccotti Park

OWS

Partendo da due libri con l’omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l’altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall’interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

Gli scritti senatoriali di Paolo Volponi

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Il libro appena uscito per Ediesse «Parlamenti», raccoglie gli scritti senatoriali di Paolo Volponi e ci ricorda di un’epoca ormai scomparsa, in cui il rapporto tra intellettuali, istituzioni e Palazzo era considerato vitale e necessario. Ci racconta di questo libro Alessandro Leogrande, con una recensione apparsa sul «Riformista».

Paolo Volponi viene eletto in Senato nel 1983, nello stesso anno in cui si conclude l’esperienza parlamentare di Leonardo Sciascia. Ci resterà un decennio, per due legislature e l’inizio di una terza. Dapprima nel Partito comunista, da indipendente, poi in Rifondazione: avrebbe preso la tessera del Pci solo nel febbraio del 1991, per partecipare al congresso della Bolognina.