I nostri oggetti paterni

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Ospitiamo un estratto dal libro di racconti Il grande regno dell’emergenza (LiberAria) di Alessandro Raveggi, in uscita a maggio con un’introduzione di Luca Ricci. Il libro verrà presentato al Salone del Libro di Torino venerdì 13 maggio alle 12 (Sala Avorio). Con l’autore, interverranno lo stesso Ricci e Demetrio Paolin (fonte immagine).

di Alessandro Raveggi

La maschera di lupo bianco mi calza a pennello, sia sul davanti che sul dietro. Dimostra il fatto maniacale che nostro padre abbia preso le misure della mia testa. Con un trucco, nel sonno. Forse grazie alla governante dalla faccia spugnosa, che mi mandava a spese sue la mattina presto, il sabato. Rassettava furiosamente l’orrenda débâcle di frammenti spaiati della mia stanza-officina, non potendo distinguere tra oggetto d’arte e spazzatura ritrosa. Nell’operazione, avrà preso però meticolosamente le misure del mio cranio, mentre io me la russavo come un pargolo.

La finestra di Borges

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Essendo mio padre un ingegnere della tipologia antica, di quelli che si pensavano anzitutto come intellettuali e vedevano l’ingegneria come un complemento delle discipline umanistiche, e dunque, di fatto, una disciplina umanistica a sua volta, in casa, da sempre, vi erano più testi letterari che scientifici1.

Essendo tuttavia, e comunque, un ingegnere, egli poneva al vertice della piramide quella letteratura la quale, piuttosto che indagare il cuore e l’anima dell’uomo, cercava di circoscrivere a formula, o almeno a proiezione, quelli del mondo. La risoluzione di misteri, l’avventura a chiave, la combinatoria, il gioco letterario, il postmodernismo di marca europea, erano le sue passioni; da ingegnere, tali passioni catalogava in implicite scale di necessità e interazione, dove la chiarezza non aveva importanza minore della volontà di scendere nei recessi dell’ignoto.

Il pozzo della memoria: trovarsi a raccontare l’Alzheimer

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Questo testo è apparso sul Corriere Fiorentino – Corriere della Sera. Racconta dell’esperienza dell’autore come narratore invitato nel progetto “A Più Voci”, un laboratorio di avvicinamento e narrazione per le persone affette da Alzheimer. Fotografia di Simone Mastrelli.

di Alessandro Raveggi

Ti senti una sorta di speleologo, che ascolta, e cerca di distinguere, i diversi gorgoglii di fiumi sotterranei. Ogni voce ha un proprio fluire: chi a singhiozzo, chi ridente, chi silente, prosciugato come a contenere una grandissima fonte, chi s’infrange sulla pietra più dura.

C’è S. che racconta le sue ribalde imprese da giovane, si descrive come architetto, manovale e assieme archeologo, mi tratta come se fossi suo nipote. Una signora, E., dal nome e la faccia glaciali, d’ascendenza istriana, mi accarezza con foga, quasi volesse stirarmi la faccia. Un’altra, G., dichiara d’essere stata una Miss qualcosa, parla delle sue belle gambe finite in una pubblicità negli anni ‘50. Qualcuno di più torvo, G. o C., mi studia dall’altro lato della stanza, borbotta e mastica: faceva il pasticcere, o l’elettricista, ed ora è solo un nonno in tuta, imbiancato e severo, forse più magico. Qualcuno poi ride e smembra le parole nella risata, come i timidi più audaci. Fanno di tutto per rimanere pezzi unici, paiono coscienti di lottare contro l’oblio. Repente, hanno questa qualità: divengono persone care.

Il dossier della felicità. Parte II

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di Alessandro Raveggi

Sparire in Messico senza sparire sul serio

In Messico l’arte della fuga è una delle specialità degli italiani: fuggire dall’inedia, dall’IRPEF, dalle partite iva, dalle notizie sui giornali locali, da una celebrazione del passato che non riserva alcuna promessa del futuro, e mimetizzarsi nella polvere, sotto l’ombra di una piramide azteca, sparire in una selva più o meno reale, meglio con una strada imboccante il mare caraibico. “Se un giorno mi cercherete, non mi troverete qui” dice il Buñuel citato dal mio secondo intervistato, Diego Barboni, esperto di cinema e docente tra i più apprezzati all’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico. Eppure Buñuel qui c’è rimasto quasi mezzo secolo e da questo trampolino surreale ha raggiunto la fama internazionale.

Il dossier della felicità

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(foto di Sergio Lipari)

di Alessandro Raveggi

Questo testo nasce da una residenza artistica tenuta dall’autore a Città del Messico, dal 3 agosto al 3 settembre 2015, grazie a borsa d’eccellenza del Governo messicano tramite la Secretaria de Relaciones Exteriores. La residenza si basa su una ricerca sul concetto di felicità degli italiani che vivono in Messico, svolta attraverso interviste, sopralluoghi, fotografie, e due dibattiti pubblici in due dei principali centri culturali della città: la Casa Refugio Citlaltépetl e il Museo del Chopo. La ricerca confluirà in un romanzo ambientato in Messico. Il metodo utilizzato è mutuato dall’arte pubblica e documentaristica. Questa pagina è dedicata al progetto

Prima parte: Due sciamani italo-messicani

La stanza in Obrero Mundial 165

Saturno tropicale che divora i propri figli dietro casa mia: il caso Ruben Espinosa

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di Alessandro Raveggi

La storia mostra a volte un ghigno insperato nella scelta dei propri toponimi. In Italia risuona ancora, inadatto a pronunciarsi, scomodo in bocca e al concetto, il nome della località messicana da dove provenivano i 43 studenti desaparecidos, svaniti nel nulla da oramai un anno: tra un mese, mentre si scoperchiano ancora decine di fosse comuni, ci toccherà ricordare il lugubre anniversario del 27 settembre 2014, della sparizione forzata ad Iguala degli studenti di Ayotzinapa. Un nome che parte sordo e poi ti taglia la lingua con la sua lama, per poi ritornare a svelarsi arcaico, azteco, quasi sanante nella sua coda.

Oggi il giro di vite mi porta invece ad un nome che personalmente mi suona come una sorta di everyman messicano: Ruben Espinosa. Un nome da messicano di strada, che potrebbe essere quello di un addetto di pompa di benzina, multimilionario del cemento, di un uscere di ristorante di lusso, di giovane scrittore della casa editrice Anagrama, di un artigiano di Oaxaca. O, disgraziatamente, quello del fotoreporter barbaramente assassinato lo scorso primo agosto a Città del Messico, nella Colonia Narvarte, nel suo auto-esilio al Distrito Federal.

L’inframondo non salverà i 43 studenti, ovvero Perché la società messicana ha bisogno di un cambiamento radicale, nessuno escluso

Printouts of missing Ayotzinapa Teacher Training College students are plastered on a Palo Blanco tollbooth along a road leading to Acapulco, during a blockage by FUNPEG trainee teachers

di Alessandro Raveggi Sotto l’antica città di Teotihuacan, a pochi chilometri da Città del Messico e nel parco archeologico perimetrato dalle giganti Piramide del Sol e della Luna, gli archeologi dell’INAH (Istituto Nacional de Antropologia e Historia) hanno appena rivelato un tesoro strabiliante. Come un cimitero subacqueo, uno scrigno abissale che si apra all’improvviso, è […]

“Regreso” a un notturno messicano

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di Alessandro Raveggi

Un italiano che vada in Messico ritorna indietro nel tempo di 7 ore, questo è scontato. Ma la parola che uso, regreso, parola che per un italiano che parli spagnolo non può suonare che ambigua e feconda assieme, è più adatta per me di ritorno. Regresar significa in spagnolo“tornare indietro”, ma anche ridare qualcosa che si era preso in prestito, “rendere”. Ha poi in sé il tono della regresión, della regressione fisica: tentativo di vedere con occhi regrediti, infantiliti, ciò che si è preteso di aver abbandonato da maturi, con le spalle protette dello scafato straniero residente. Si ritorna indietro nel tempo, rendendo e regredendo.

Il tennis alla tv. Quanto è difficile leggere Wallace (ma ne vale la pena)

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Questo è un estratto dal terzo capitolo del libro omaggio e introduzione a David Foster Wallace, scritto da Alessandro Raveggi, uscito per la collana digitale Starter di Doppiozero edizioni. Qui maggiori informazioni. (Fonte immagine)

 di Alessandro Raveggi

Quando si commenta che è difficile ciò che scrive un autore, possiamo dare molti sensi a questa aggettivazione. Difficile perché fuori dallo spirito dell’epoca e dalle mode, irricevibile, inattuale. Difficile perché astruso e barocco, forse anche infausto, incompleto, persino mal scritto – sebbene a qualcosa che definiamo come difficile si consenta spesso il beneficio di una dignità artistica, o letteraria, che sia. Difficile poi può essere detto di qualcosa che è doloroso, doloroso ciò che vi si dice, che tocca le corde più sensibili e profonde del lettore – al di là di come arrivi a toccarle, come nel caso del nostro autore alla ricerca di una nuova sensibilità autentica oltre le postmoderne case stregate: David Foster Wallace, pur sempre un prototipo di Mr. Difficult. La difficoltà di un autore o di un testo può dipendere poi dal piacere immediato della lettura, la lettura sonora o una lettura solo inizialmente comprensiva-costruttiva. Che tipo d’esperienza è quella di leggere, leggere a voce alta, leggere in solitaria, leggere a letto o in bagno, se volete, David Foster Wallace? È bene dedicare qualche riflessione al tema.

Studio sulle possibilità del vuoto

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Pubblichiamo una recensione di Federico di Vita su «Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo» di Miguel Angel Cuevas.

Meter una pala en el aire y sacar el aire
Introdurre una vanga nell’aria e tirar fuori l’aria
Jorge Oteiza

Una sera della scorsa primavera è stato presentato a Firenze un libro di poesie che è più di un libro, si tratta di un oggetto capace di trascendere la consueta attesa che monta nel lettore quando si approccia a un volume, poetico e non solo. Escribir el hueco / Scrivere l’incàvo di Miguel Angel Cuevas (poeta e traduttore spagnolo) con le illustrazioni di Massimo Casagrande (le cui opere, dedicate ai singoli frammenti, li completano e li accompagnano – senza limitarsi ad illustrarli), è proposto come uno studio e un omaggio all’opera dello scultore basco Jorge Oteiza. Non c’è rapporto didattico tra poesie e tavole, come allo stesso modo mancano legami espliciti tra l’opera libresca e quella scultorea: Cuevas (e in qualche misura “al quadrato” Casagrande) hanno tentato di recuperare lo spirito della creazione artistica di Oteiza, proponendo un lavoro tutto giocato sul tentativo di “mettere una vanga nell’aria e cavarne fuori l’aria”, sulla possibilità, (in)comunicativa e paradossale, di rendere uno spazio al vuoto, e di farlo creando.