Al cuore, Cuarón! Su Roma, con spoiler

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Parte molto lento, Roma, soffermandosi a lungo sui fatterelli quotidiani di una famiglia borghese del quartiere Colonia Roma, Città del Messico, negli anni ’70. All’inizio seguiamo soprattutto le faccende di Adela e Cleo, domestiche indie della famiglia, e il rapporto tra le due: Adela è quella più esperta, Cleo invece sta ancora provando a farsi una vita fuori dal lavoro. Per il resto: attenta al cane Borras, lava a terra, cucina, occhio alle quattro pesti che gironzolano per casa, il tè per padron Antonio è pronto?, donna Sofia è rientrata?

Livelli di separazione. Su “Il libro delle cose nuove e strane” di Michel Faber

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In Chronic City (2009), probabilmente il più estremo dei romanzi di Jonathan Lethem, l’ex attore bambino Chase Insteadman è fidanzato con l’astronauta Janice Trumbull, intrappolata in una stazione spaziale orbitante intorno alla Terra; Janice scrive a Chase lettere a cui lui non può rispondere e che tuttavia vengono pubblicate sui quotidiani e trasmesse in TV; d’altra parte Chase, lettere escluse, non ha ricordi della sua relazione con Janice, con cui usciva al liceo, che non vede più dai tempi in cui si è iscritta al MIT e che probabilmente è morta durante un’esercitazione anni prima; l’ex critico culturale Perkus Tooth sostiene che la relazione tra Chase e Janice sia una trovata mediatica per distrarre l’attenzione del popolo da una guerra che peraltro non sembra esistere: “il segreto protegge sé stesso”, come dice a un certo punto il potente sindaco di New York Jules Arnheim.

Per fare gli esistenzialisti tocca andare su Marte

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: una scena di Moon di Duncan Jones)

di Fabio Deotto

Per trovare te stesso devi andare su Marte, e rimanerci. Possibilmente da solo. È la lezione che cerca di trasmettere L’Uomo di Marte (Newton Compton, 2014), opera di debutto di Andy Weir, astronauta mancato, programmatore riuscito, autore emergente nonché nerd d’antologia. Il romanzo racconta la storia fin troppo verosimile di Mark Watney, un astronauta che, mentre è in missione sul pianeta rosso, viene travolto da una tempesta di sabbia, creduto morto dai compagni e perciò abbandonato sulla crosta marziana come un moderno Robinson Crusoe in tuta pressurizzata.

Contro il piagnisteo

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Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Mariarosa Mancuso

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri che chi li conosceva profondamente sosteneva che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo” (Charles Dickens, “Le due città”).

E bravo Charles Dickens, che prende in giro gli anni suoi e gli anni a venire. Oddio, gli anni non è che portino colpe, sono i commentatori che tracciano la linea e la difendono consumandosi le dita sulla tastiera. L’attacco di “Le due città” torna in mente quando leggiamo, a distanza di pochi giorni, due elenchini che paragonano il lussuoso 1913 al mesto 2013. L’anno mirabile che vantò la “Recherche” di Marcel Proust, “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij, il Sigmund Freud di “Totem e tabù”. Il nostro anno orribile: i radar non hanno rilevato nulla che si possa paragonare a quei capolavori. E già affilano le armi della critica preventiva: nel 1914 c’era Charlie Chaplin al suo debutto, c’era James Joyce che pubblicava “Gente di Dublino”, e noi saremo ancora qui a dibattere se l’ingresso in classifica di Fabio Volo annunci o no la fine della letteratura.

Nuovo cinema paraculo: Grèviti

Gravity

Attenzione: ci sono degli spoiler e sono forse l’unica parte interessante del pezzo.
In questi giorni la gente va al cinema, si mette gli occhialetti 3D, si vede un’ora e mezza di telecamera fluttuante nel vuoto, ed esce contenta. Questo processo viene definitosuccesso del film Gravity. Se anche voi avete contribuito al processo, sapete di cosa parlo. Ma soprattutto se voi avete assistito attoniti a questo processo, spero possiate far sentire meno solo uno come me che si è andato a spulciare tutte le strapositive recensioni italiane e straniere per trovarne una che minimamente gli resistuisse un briciolo di condivisione, salvato in extremis da questa solitudine da spettatore intergalattica da quella di Richard Brody sul New Yorker che sancisce in una riga e mezza la logline del film: “But the movie involves a far more menacing emptiness than the physical void of outer space: the absence of ideas.”