Dentro la frenesia selvaggia dell’ossessione. Caccia alle ombre di Herbert Lieberman

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Nel saggio Gödel, Escher, Bach, Douglas Hofstadter si interroga sul modo in cui lo scrittore riesca a esprimere idee possedute come immagini mentali, in una sperimentazione basata sulla rappresentazione da angolazioni diverse, sino a fermarsi “su una particolare versione”. La sua consapevolezza del processo è solo parziale, poiché “la maggior parte della sua fonte, come un iceberg, è immersa profondamente sott’acqua, non visibile, ed egli lo sa”.

Un canto sommesso sull’America del miraggio. Cuori affamati di Anzia Yezierska

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“Allora, quell’antica fiducia nell’America – la ‘terra dell’oro tanto amata, invocata, era stata solo un sogno, un miraggio vagheggiato dalla gente dal cuore affamato, nel deserto dell’oppressione?”.

È un grido tra i tanti a risuonare dalle pagine di Anzia Yezierska, che affida allo sguardo di figure femminili il racconto del paese delle minoranze del primo Novecento, con una particolare attenzione agli ebrei che lasciano l’Est Europa per immaginare una nuova vita oltreoceano.

La proprietà eversiva delle storie brevi in Georgi Gospodinov

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Ognuno di noi porta segretamente con sé una casa abbandonata, rivela il protagonista di una delle storie superbrevi di Tutti i nostri corpi (traduzione di Giuseppe Dell’Agata, Voland). In quella dimora deserta sono custoditi i pesi di cui l’essere umano è incapace di sbarazzarsi, dominato da una inguaribile nostalgia. Georgi Gospodinov si insinua tra le pieghe del ricordo per ridefinirlo nella consapevolezza che l’esperienza che lo produce sia da rintracciare in egual misura in ciò che è stato vissuto e letto. Prende forma così un insieme composito che usa la brevità per tracciare l’effimero nel solco di storie surreali, fantastiche, dalle atmosfere oniriche o grottesche.

Il cupo corale delle separazioni e delle perdite in Sylvie Schenk

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È diventata una persona che solo di rado pensa alle imperscrutabili possibilità di un precipizio, Louise. Ripercorre la sua vita osservandola sul finire, provando ancora piacere alla vista del verde intenso di un prato, “della luce autunnale che fa emergere il mondo dal grigiore, l’incandescente luce meridiana dell’estate che regala al mondo profili netti, irrevocabili, la luce accecante di una cascata ghiacciata e il luccichio della neve al crepuscolo”.

Ripensa a quella luce capace di abbellire il proprio mondo reale e solido la protagonista di Veloce la vita (Syilvie Schenk, Keller, trad. Franco Filice) nel ripercorrere, ormai anziana, gli anni vissuti nelle Alpi francesi caratterizzati dal difficile rapporto con un padre autoritario e una madre talmente sola da dover sussurrare le proprie angosce agli armadi aperti.

Un elogio dell’assenza. “Ritmi di veglia” di Raffaella D’Elia

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Non è l’azione artistica del poeta a rendere stupefacente il quotidiano, ma è l’esistenza ad apparire ai suoi occhi come leggenda manifestandosi nelle sembianze di un sogno, sosteneva Sandro Penna quando ne Il caldo, il freddo delle sale d’aspetto (Stranezze, 1976), scriveva che “Il mondo mi pareva un chiaro sogno/ la vita d’ogni giorno una leggenda”.
Un sogno nitido che in mutate sembianze prende forma tra le pagine

di una delle più originali voci poetiche della contemporaneità, Raffaella D’Elia, che con Ritmi di veglia (exorma, 2019, prefazione di Emanuele Trevi) sceglie di non servirsi della realtà come antitesi per la costruzione dell’immaginario, ma di osservarla per rielaborarne i contorni a partire da una esperienza sensibile.

Alle origini dell’odio: “Il colore viola” di Alice Walker

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Era la fine degli anni Settanta quando Alice Walker iniziò a pensare al romanzo che pochi anni più tardi l’avrebbe consacrata nel panorama letterario internazionale. Avvertiva il bisogno di circondarsi dalla natura e staccarsi dalla vita newyorkese. Si sarebbe diretta in un insediamento chiamato Boonville per ritirarsi in solitudine in una casa con una sola stanza con di fronte un prato, l’ombra di un tiglio e un meleto nel giardino. Come rivela in un contributo del 2006, “In cerca di qualcosa che mi guidasse, trascorrevo i giorni in riva al fiume e in mezzo alle sequoie. Di notte guardavo le stelle. Questa fu l’esperienza del Paradiso nella Natura che tanto mi era mancata quando vivevo a New York, il Tutto magico sempre presente al quale aspiravano la mia anima e la mia creatività.”

Il tempo congelato in un eterno crepuscolo. “Noi diversi” di Veselin Marković

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Quando Musil scriveva ne L’uomo senza qualità che esistono “problemi matematici che non consentono una soluzione generale, ma piuttosto soluzioni singole che, combinate, s’avvicinano alla soluzione generale”, conduceva le congetture di Ulrich a oscillare tra esattezza e indeterminatezza. “Egli possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la precisione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito”.

Il contrasto tra indefinitezza e ricerca di rigore, ordine, e la capacità di evidenziare una caratteristica sulle altre per renderne nitida la rappresentazione in chiave narrativa trova una nuova declinazione nella prosa di Veselin Marković, ritenuto uno dei più alti esempi di letteratura serba contemporanea.

La società a cassetti vista da un sagrestano. “L’apprendista” di Villalta

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“Insegnaci a aver cura e a non curare/ Insegnaci a starcene quieti”, scrive T.S. Eliot nel Mercoledì delle ceneri (1933). Si interroga sulla propria evoluzione religiosa nell’urgenza di rintracciare qualcosa in grado di generare un consenso assoluto, consapevole della necessità di dover passare attraverso la ragione.

Il feroce desiderio di capire legato all’assenza di fede è oggetto dell’esplorazione narrativa compiuta da Gian Mario Villalta nel suo ultimo romanzo, L’apprendista, edito da Sem, in cui gli interrogativi di chi cerca di interpretare le Scritture per comprenderne il senso ultimo si connettono al significato profondo dell’aver cura.
Tilio ha superato i settant’anni, è vedovo e vive un rapporto conflittuale con suo figlio. È diventato un apprendista sacrista per cercare di imparare dall’anziano sagrestano Fredi i ritmi e la vita di una chiesa, mosso non da ragioni spirituali ma da una sola consapevolezza: “Non si può vivere senza servire a niente”. Ex operaio, non si è mai spostato dal paese, sente la necessità di diventare un apprendista nònsol per capire di non essere ancora arrivato, convinto che solo così possa rendersi conto di saper stare al proprio posto, non assegnato da sempre.

Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy

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Un trauma antico tramandato di generazione in generazione è capace di annidarsi in un luogo oscuro e non lasciare segni manifesti, innestandosi nella memoria per generare una visione trasfigurata del reale. Nel solco di un secolo, dagli anni Venti al presente, si snodano le vicende delle protagoniste de La dinastia dei dolori di Margherita Loy, Atlantide, che cercano di fronteggiare gli esiti drammatici di scelte basate sulla sopravvivenza e il compromesso.

Un’indagine sul corpo: “Il miracolo di respirare” di Dimitris Sotakis

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La solitudine, l’assurdità di vivere e l’alienazione trovano una nuova traduzione narrativa nella rappresentazione fornita da Dimitris Sotakis ne Il miracolo di respirare (trad. Maurizio De Rosa, Del Vecchio, 2019). L’annientamento sulla base dell’estraneità al mondo e a se stessi appare come l’esito finale della graduale e inesorabile metamorfosi attraversata da un uomo senza nome. In condizioni di grave indigenza e con una madre malata da assistere, il giovane protagonista del romanzo di Sotakis crede di trovare la soluzione ai suoi problemi rispondendo a un annuncio di lavoro in cui un fantomatico istituto ricerca una persona disposta a collaborare offrendo la propria casa per immagazzinare mobili.

Se inizialmente le condizioni appariranno vantaggiose e senza impegno, ben presto si aprirà per l’uomo uno scenario inquietante.