La società a cassetti vista da un sagrestano. “L’apprendista” di Villalta

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“Insegnaci a aver cura e a non curare/ Insegnaci a starcene quieti”, scrive T.S. Eliot nel Mercoledì delle ceneri (1933). Si interroga sulla propria evoluzione religiosa nell’urgenza di rintracciare qualcosa in grado di generare un consenso assoluto, consapevole della necessità di dover passare attraverso la ragione.

Il feroce desiderio di capire legato all’assenza di fede è oggetto dell’esplorazione narrativa compiuta da Gian Mario Villalta nel suo ultimo romanzo, L’apprendista, edito da Sem, in cui gli interrogativi di chi cerca di interpretare le Scritture per comprenderne il senso ultimo si connettono al significato profondo dell’aver cura.
Tilio ha superato i settant’anni, è vedovo e vive un rapporto conflittuale con suo figlio. È diventato un apprendista sacrista per cercare di imparare dall’anziano sagrestano Fredi i ritmi e la vita di una chiesa, mosso non da ragioni spirituali ma da una sola consapevolezza: “Non si può vivere senza servire a niente”. Ex operaio, non si è mai spostato dal paese, sente la necessità di diventare un apprendista nònsol per capire di non essere ancora arrivato, convinto che solo così possa rendersi conto di saper stare al proprio posto, non assegnato da sempre.

Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy

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Photo by Eduard Militaru on Unsplash

Un trauma antico tramandato di generazione in generazione è capace di annidarsi in un luogo oscuro e non lasciare segni manifesti, innestandosi nella memoria per generare una visione trasfigurata del reale. Nel solco di un secolo, dagli anni Venti al presente, si snodano le vicende delle protagoniste de La dinastia dei dolori di Margherita Loy, Atlantide, che cercano di fronteggiare gli esiti drammatici di scelte basate sulla sopravvivenza e il compromesso.

Un’indagine sul corpo: “Il miracolo di respirare” di Dimitris Sotakis

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La solitudine, l’assurdità di vivere e l’alienazione trovano una nuova traduzione narrativa nella rappresentazione fornita da Dimitris Sotakis ne Il miracolo di respirare (trad. Maurizio De Rosa, Del Vecchio, 2019). L’annientamento sulla base dell’estraneità al mondo e a se stessi appare come l’esito finale della graduale e inesorabile metamorfosi attraversata da un uomo senza nome. In condizioni di grave indigenza e con una madre malata da assistere, il giovane protagonista del romanzo di Sotakis crede di trovare la soluzione ai suoi problemi rispondendo a un annuncio di lavoro in cui un fantomatico istituto ricerca una persona disposta a collaborare offrendo la propria casa per immagazzinare mobili.

Se inizialmente le condizioni appariranno vantaggiose e senza impegno, ben presto si aprirà per l’uomo uno scenario inquietante.

Mettere in pausa la realtà. Microfictions di Régis Jauffret

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“Tutto cominciò come un giorno normale solidamente aggrappato alla realtà”.

Con Microfictions (traduzione di Tommaso Gurrieri, pp. 1018, € 25, 2019, Edizioni Clichy), Régis Jauffret esplora il campionario umano attraverso un costante rinnovamento della rappresentazione del mondo fisico contemporaneo e della realtà sensibile, mettendo in scena atti brevi in cui rendere il dolore attraverso il paradosso, l’assurdo, il caricaturale. Definito un’opera-monstre, tradotto in dodici lingue e insignito del Prix Goncourt del racconto, Microfictions rappresenta l’esito più alto di un percorso d’indagine sull’umano intrapreso già nelle prime opere, dall’esordio nel 1985 con Seule au milieu d’elle, sino al primo successo con l’uscita nel 1998, di Histoire d’amour, e a narrazioni insignite di riconoscimenti significativi come il Prix Décembre per Univers, univers o il Prix Fémina per Asiles de fous, che avrebbero consacrato Jauffret come uno degli esponenti di maggior rilievo della letteratura francese contemporanea.

Tra vita e sopravvivenza: “Permafrost” di Eva Baltasar

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Sente di abitare un limite rasente al nulla, una dimora provvisoria come il corpo stesso. La protagonista del nuovo libro di Eva Baltasar (Permafrost, traduzione di Amaranta Sbardella, Nottetempo), vive perennemente lungo il confine tra la vita e la sopravvivenza, marcato da paure e assenza di sogni, desiderio di morte e labili illusioni legate a un’idea di arte come ansia di creazione.

Appena laureata in Storia dell’Arte, la giovane donna di cui mai verrà rivelato il nome si muove tra Barcellona, Cardrona e Bruxelles nell’intento di perseguire unicamente ciò che le crea piacere: la lettura e il sesso occasionale con donne diverse, cercando di eludere ogni responsabilità a partire da un lavoro e legami stabili dietro alla convinzione della propria incapacità di amare.

Nel fondo di una privata brama di oblio. “Pattinando in Antartide” di Jenny Diski

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“Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle con il pensiero dell’annientamento mentre contempliamo gli abissi bianchi della via Lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nervi – un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna?”

Sente lo stesso bisogno di assenza e negazione, Jenny Diski, mentre rilegge Melville. La bianchezza della balena in Moby Dick assume, nella sua personale declinazione, la forma del desiderio di sperimentare il nulla, ricercare un rifugio sicuro, un “candido oblio”. Ruota attorno al bianco l’indagine compiuta dalla scrittrice londinese in Pattinando in Antartide (trad. Francesca Bandel Dragone, NNE, 2019) attraverso il racconto intimo che alterna la narrazione dell’atteso viaggio all’analisi del ruolo che sua madre ha ricoperto negli anni.

Una storia di solitudine e coraggio: “Malintesi” di Bertrand Leclair

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Un istante di voluttà cieca rivela un evento tragico che travalica ogni previsione: precede la consapevolezza dell’imminente capovolgimento e metamorfosi dell’esistenza. Si insinua in quello scarto temporale Bertrand Leclair per investigare, attraverso Malintesi (traduzione di Marco Lapenna, Quodlibet, 2019), gli esiti di una storia individuale rilevante perché sintomatica della storia dei sordi del Novecento, dominata dalla “tendenza degli uomini a disintegrare l’umano, a condannare ciò che di vivo c’è nel vivente”.

Leclair raffigura la percezione di profonda solitudine vissuta dal suo protagonista, Julien, figlio secondogenito di Yves Laporte e di Marie-Claude Legrand nato con una sordità profonda nei primi anni Sessanta a Lille. “L’altro si rivela identico eppure diverso, irriducibilmente, perché nessuno saprà mai cosa vuol dire essere sordi se non è sordo”.

Trance. La lettura come arte d’intonazione, sincronismo e unisono secondo Alan Pauls

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“No, non si legge con lo stesso corpo con cui si vive.[..] Questo trionfo sul corpo è forse la prova più irrefutabile dell’intensità della trance in cui cade chi legge, nonché, per quanto sia una parola di cui diffida e che tende a escludere dal suo lessico personale, della sua autenticità: solo ripiegamento e oblio, l’indifferenza quasi zen in cui la lettura avvolge chi legge”.

L’omaggio di Alan Pauls alla lettura con Trance (Sur, trad. Gina Maneri), risiede anzitutto nella necessità di riconoscere il grande debito che la scrittura, che definisce una “compulsione strategica”, ha nei confronti di essa. Una forma di autobiografia resa con un parziale distanziamento nella scelta della terza persona per parlare di sé attraverso il lettore-protagonista.

La rivoluzione solitaria di una bambina degli anni Sessanta. Il capolavoro dimenticato del Salinger canadese

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21 agosto 2017. Réjean Ducharme muore a Montréal. A sei mesi dalla sua scomparsa La Nuova Frontiera pubblica il romanzo che nel 1966 lo consacrò come autore di spicco nel panorama della letteratura canadese in lingua francese. Inghiottita ripercorre, dalla prospettiva della protagonista Bérénice Einberg, il percorso emotivo di una bambina di nove anni seguita sino all’adolescenza, tra stravolgimenti famigliari che determineranno l’allontanamento dall’isola in cui è nata per vivere prima a New York, poi in Israele.

“Poca è la terra che ricopre il mio furore”. “Prigione” di Emmy Hennings

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“Poca è la terra che ricopre il mio furore. In me cova un urlo, e se non sto attenta, eromperà”. La voce di Emmy Hennings risuona tra le pagine di Gefängnis, del 1919, pubblicato per la prima volta in italiano da L’orma (trad. Marco Federici Solari) a un secolo di distanza dalla sua prima uscita. Poetessa, scrittrice, attrice, cantante, Emmy Hennings diventerà una figura tra le più originali nella scena dadaista e sarà fondamentale nel fondare e animare, con il marito Hugo Ball, il Cabaret Voltaire, luogo di aggregazione di giovani artisti in fuga dagli orrori della Prima Guerra Mondiale.