I confini? Sono stati innalzati per essere attraversati

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Questo intervento di Paola Caridi e Lucia Sorbera è uscito su Jadaliyya. Ringraziamo la testata e le autrici, che hanno tradotto il testo per minima&moralia (fonte immagine).

di Paola Caridi e Lucia Sorbera

Non più un paese, ma una cultura. Non più l’Arabia Saudita, bensì la letteratura araba. Non più un criterio geopolitico, ma uno geoculturale. La decisione presa dal Salone Internazionale del Libro di Torino, lo scorso ottobre, rompe una tradizione consolidata negli anni: in ogni edizione, la più importante fiera del libro d’Italia (la seconda in Europa) sceglieva di concentrare l’attenzione su di un paese in particolare, in stretta collaborazione con le istituzioni, l’ambasciata, e laddove presente il ministero della cultura dello Stato indicato come ospite d’onore. La letteratura, dunque, veniva conchiusa nei limiti statuali, all’interno di confini ben delimitati.

L’Italia che nega se stessa. Intervista ad Amara Lakhous

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«Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l’immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d’Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall’Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l’azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un’adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

Letteratura condominiale

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Questo pezzo, lievemente rimaneggiato, è uscito sul manifesto. (Immagine: Chris Ware, Building Stories.)

di Graziano Dell’Anna

Ogni palazzo è un mondo. Una città in scala ridotta. Se ne erano già accorti alcuni autori dell’Ottocento, che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo, le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente al piano inferiore, il Raskol’nikov di Delitto e castigo (1866) non avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d’accetta. Allo stesso modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero poca ragion d’essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul, di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l’avanzata delle città verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo spazio letterario si contrae. Le distese d’erba diventano strati di moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta dei dirimpettai.