“L’assassino timido”: intervista a Clara Usón

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Leggendo il nuovo romanzo, L’assassino timido (Sellerio, 196 pagine, 15 euro, traduzione di Silvia Sichel), di Clara Usón è quasi inevitabile pensare all’opera, La figlia, forse più significativa e piena di luce sul male che sono state le guerre jugoslave irrisolte con la pace. Dopo tre anni di ricerca, l’autrice di Barcellona affrontò con la scrittura potente, coraggiosa e onesta che la contraddistingue la morte paradigmatica di Ana Mladić.

La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando la figlia di Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco condannato per il genocidio di Srebrenica, non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire.

La guerra non è finita. La sentenza Mladić

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La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando Ana Mladić non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, iscritta all’ultimo anno di università a Belgrado, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari di guerra. Per Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco dell’allora esercito noto come VRS (Vojska Republike Srpske), a differenza della figlia c’era invece ancora molto da combattere.