La guerra non è finita. La sentenza Mladić

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La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando Ana Mladić non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, iscritta all’ultimo anno di università a Belgrado, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari di guerra. Per Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco dell’allora esercito noto come VRS (Vojska Republike Srpske), a differenza della figlia c’era invece ancora molto da combattere.