Carne da canone

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di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

La mappa di “Un bene al mondo”

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Sulla copertina di Un bene al mondo è disegnata una piccola ed essenziale mappa. La mappa di un paese. Una macchia nel mezzo è la piazza. La chiesa si trova in alto, a destra. I boschi in cima. Poi un asilo, un bar, le case di due bambini. Il taglio della ferrovia. Il cimitero è in basso; più sopra, la freccia che porta “verso il confine”.

Nella finzione pittorica, la mano che l’ha tracciata è una mano infantile, anche se appartiene a Mara Cerri, una delle più talentuose illustratrici italiane. È stata pensata per sovrapporsi come una calcomania a quella del personaggio di cui è raccontata la storia, un bambino che non si separa mai dal suo dolore, ma quasi inconsapevolmente è finita per coincidere con la stessa mano dell’autore.

La necessità della purezza: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani

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Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

La Lampedusa di Maylis de Kerangal

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera: ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Stefano Montefiori

In un caffé del quartiere Odéon, Maylis de Kerangal e l’Italia. L’autrice di Nascita di un ponte e Riparare i viventi partecipa nel fine settimana alla Comédie du Livre di Montpellier, il festival letterario che quest’anno ha l’Italia come ospite d’onore. L’ultimo libro di Kerangal in Francia è Un chemin de tables, reportage nel lavoro di chef attraverso la vita di Mauro, cuoco italiano; ed è da poco uscito per Feltrinelli Lampedusa, viaggio nelle risonanze prodotte dalla notizia di un naufragio di migranti.

Qual è la sua relazione con la letteratura italiana?

«Una decina di anni fa una rivista mi chiese una specie di lettera di ammirazione a qualcuno che per me fosse speciale, e scrissi: “Caro Leonardo Sciascia…”. Al Festival ci sarà Claudio Magris, un autore che ha un’influenza enorme, come il nostro amico che ci guarda (indicando un ritratto di Umberto Eco, ndr). Ho amato Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini, e poi Morante, Pavese, Pasolini, Malaparte… Il fatto che l’Italia sia presente a Montpellier ci permette di conoscere meglio una letteratura a noi così vicina, ricca di figure spettacolari, ma anche di una vitalità non così nota. Noi francesi non abbiamo un rapporto di esotismo con l’Italia, la pensiamo più in termini di vicinanza. Di condivisione di una stessa scrittura ma con voci comunque lavorate in modo diverso».

Fuori dalle mura, in una giacca rossa sbiadita

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Andrea Bajani

Ogni tanto vedo ancora per strada pensionati Fiat con indosso le giacche a vento delle Olimpiadi del 2006. Le mettevano alla fine del turno, talvolta anche per entrare a Mirafiori. Ma soprattutto le indossavano, come tanti altri, per uscire, era il loro tempo libero, erano puntini di colore distribuiti per il tessuto cittadino. C’era il pensiero, più o meno esplicitato, che quei puntini erano tante candeline sulla città, era Torino che festeggiava il compleanno, finalmente diventava grande, grande non solo per se stessa ma in faccia al mondo, arrivavano le televisioni, se ne sarebbero accorti anche dall’altra parte del pianeta.

La giacca a vento rossa delle Olimpiadi, per così dire brandizzata, la portavano anche gli operai perché, seppure azzoppato dalla Storia, avevano il senso dell’appartenenza, e tirarsi su la cerniera fino al mento era una forma di partecipazione. Portiamo fuori questa giacca, vedrai che siamo in tanti. Scendere in ascensore, aprire il portone, mostrarla alla città. Le portavano anche i bambini, perché i genitori gliele regalavano e loro erano contenti. La indossavano anche altri, però con parsimonia, e non nella vita quotidiana.

Chi non va in treno legge di meno

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Questo articolo è uscito su Torinosette – La Stampa: ringraziamo la testata e l’autore.

di Andrea Bajani

Ci sono solo due posti in cui riesci davvero a leggere come Dio comanda, per così dire. Uno, va da sé, è il gabinetto. Per le donne resta e resterà per sempre un mistero, il tempo che gli uomini passano in bagno. Si lamentano, e si lamenteranno per sempre, quando la sagoma dei mariti scompare dietro la porta con un libro in mano. Cercano, e cercheranno per sempre, di far fuori la pila di riviste e di libri che i loro uomini lasciano davanti alla tazza. Ma non sanno, e mai sapranno, il piacere che un uomo prova a leggere industurbato e con i pantaloni alle caviglie. E non conoscono quel leggero fastidio che indica a un uomo che la beata seduta di lettura è finita: gli comincia a formicolare una gamba.

Il tempo chiuso dentro l’armadio

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Pubblichiamo un racconto di Andrea Bajani contenuto in Vertigini, l’antologia che presenta BookABook, una nuova community dedicata ai libri, e che si può scaricare gratuitamente qui.

di Andrea Bajani

La nostalgia arriva così, come un uccello che si poggia sopra un balcone. Non preavvisa, non si annuncia. Semplicemente, succede. Si stacca da qualche altrove – dove stanno tutte le cose che mancano – e poi arriva a posartisi in testa. Senti una pressione leggera, sopra la testa, e d’istinto ti chini tra le spalle a cercare protezione lì in mezzo. Può arrivare quando sei sola sdraiata su un letto, quando tuo figlio ti mostra un disegno, quando ti volti per parcheggiare. Può arrivare in mezzo a una frase, tagliare in due il sorriso di un altro o lo sbadiglio con cui apri il sonno prima di infilartici dentro. Eppure arriva. Arriva agli anziani e ai bambini, agli adolescenti che rincorrono il tempo e a quelli che il tempo l’hanno rinchiuso dentro un armadio. La nostalgia arriva. Arriva a quelli che non la volevano e a quelli che ne hanno fatto espressa richiesta. A quelli che sono felici la nostalgia appanna la felicità, a quelli che non lo sono mai stati dà la speranza – che in quel momento s’inciampa però in quel pensiero lasciato in mezzo alla stanza – che ci sia stato un tempo in cui forse lo erano stati un pochino. Arriva. E come arriva a tutti, un giorno è arrivata da te.

Ricordando Alvaro Mutis

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Il 22 settembre è morto lo scrittore e poeta colombiano Alvaro Mutis. Lo ricordiamo con un articolo di Andrea Bajani uscito sul Sole 24 Ore ringraziando l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Andrea Bajani

Gli ospedali li aveva passati in rassegna in maniera meticolosa, e dentro uno di questi Alvaro Mutis è andato a morire. A Città del Messico – una settimana fa – a 90 anni compiuti. Si intitolava Reseña de los Hospitales de Ultramar, quell’incursione ospedaliera, ed era composta di undici testi in prosa che Mutis aveva pubblicato nel 1955 sulla prestigiosa rivista colombiana Mito. Li avrebbe poi ripubblicati più tardi in volume, e li avrebbe intitolati Memoria de los Hospitales de Ultramar.  Degli ospedali, diceva, lo affascinavano i confini, lo stare stretti tra due fuori: tra la vita e la vita, se il ricovero avrebbe portato la cura, oppure tra la vita e la morte, se il tempo avesse chiuso la porta. L’ospedale è comunque un passaggio, diceva. Da lì si va verso la salute o verso la fine. È il terreno, gli piaceva dire, in cui la speranza resta sospesa, si alza dal tavolo e lascia le carte al destino. E per Mutis non c’era niente di più ricattatorio della speranza, che dava dipendenza, era la carota sbandierata di fronte al somaro per fargli apprezzare la vita.

L’adeusinho per un amico di Andrea Bajani

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Saramago diceva che la lingua portoghese ha una parola che altre lingue non hanno, e questa parola è adeusinho. Un diminutivo per la più difficile delle cerimonie: il momento di dirsi addio tra due persone. Come se si potesse essere delicati anche nella separazione e addomesticare con un piccolo trucco verbale la tristezza.

Il suo adeusinho ad Antonio Tabucchi, Andrea Bajani lo compone nell’unico modo in cui due scrittori si possono salutare: attraverso un romanzo.

È bene sottolinearlo dall’inizio, per evitare ogni equivoco.

Il meglio di Pagina3: settimana dal 3 al 7 dicembre

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.