Io, King Kong e la dismorfofobia

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Il giorno in cui ho capito di soffrire di dismorfofobia non sapevo ancora niente della vita. Era il 1976 e nei cinema era appena uscito un rifacimento di King Kong. Il film era diretto da John Guillermin ed era interpretato da Jeff Bridges, Charles Grodin e Jessica Lange. Raccontava la storia di una spedizione petrolifera che approda su un’isola perennemente celata da un banco di nebbia. Qui i membri della spedizione catturano un gigantesco gorilla, temuto e venerato da una tribù locale, e lo portano a New York per farne un fenomeno da baraccone. Ma il gorilla, che nel frattempo si è innamorato di Dwan, un’aspirante attrice tratta in salvo mentre vagava alla deriva su una scialuppa di salvataggio, la rapisce e si arrampica sulla cima di una delle due torri del World Trade Center, dove finirà crivellato dai colpi degli elicotteri da guerra.

Diventare più vasti imparando una lingua

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Photo by Alice Hampson on Unsplash

di Caterina Orsenigo

Ho letto qualche settimana fa un articolo di Andrea Pomella su Doppiozero, in cui raccontava di aver deciso, in quel di capodanno, di imparare una lingua. Mi ha fatto subito sorridere perché quella lingua era il tedesco e si dà il caso che anche io, appena tornata a Firenze dopo la pausa natalizia, avessi preso la stessa decisione.

Mi ha fatto sorridere anche perché alcune delle non-motivazioni che adduceva, erano specularmente le mie motivazioni: ho passato la maggior parte delle vacanze della mia vita a Sils Maria, in Svizzera, dove Nietzsche ha scritto Zarathustra e dove Anne Marie Schwarzenbach è caduta dalla bicicletta nel 1942 e, anche se in tanti anni non ho imparato nulla perché chiunque parla italiano, questo ricordo e quel mondo certamente fanno parte, alla radice, delle ragioni che mi hanno spinta a fare questa scelta.

Daniele Vicari nella battaglia

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“La lettura delle testimonianze mi costringe a una serie di domande impossibili da eludere. Che rapporto c’è tra quel che sto scrivendo e la realtà dei fatti? Tra la ricostruzione, la rappresentazione attraverso il racconto e l’esperienza concreta di chi era presente? E come posso io, narratore di tutto questo, incontrare davvero la vita vissuta?”.

Il narratore di tutto questo è Daniele Vicari, di professione regista, che per la prima volta imbraccia lo strumento della letteratura per provare a dare voce e senso ai fatti.

Dentro il cielo bianco. “L’uomo che trema” di Andrea Pomella

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Photo by Sasha Freemind on Unsplash

Quando mi hanno parlato della depressione, o, meglio, di ciò che prova chi di quella malattia soffre, ho sempre immaginato un colore, il bianco. Non il bianco abbagliante della neve o quello da riempire di un foglio word, né quello luminoso delle maglie che qualche volta indossiamo per andare al mare. Piuttosto un bianco molto opaco, con alcune sfumature di grigio chiaro, molto simile al colore del cielo che io abbino agli istanti prima del terremoto, perché di quel colore era il cielo su Napoli nei minuti che precedettero il terremoto dell’ottanta. Un cielo dal quale non ti saresti aspettato nulla, né un fenomeno atmosferico, né un suono, e che metteva ansia. Un cielo gonfio di silenzio e attesa, un cielo che mai e poi mai avrebbe lasciato scampo.

Eros, Thanatos e iOS: il viaggio di Rossari nel cuore della notte

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Andrea Pomella recensisce “Nel cuore della notte”, ultimo romanzo di Marco Rossari pubblicato da Einaudi.

Le figurine dei calciatori

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Veniva settembre, il mese che sanciva l’inizio dell’anno scolastico e del campionato di calcio di Serie A. Veniva un mattino di luce brillante, nell’aria ancora tiepida della fine dell’estate, quando davanti al cancello d’ingresso della scuola faceva la sua comparsa un essere umano singolare, l’annunciatore di un tempo nuovo di beatitudine e di divertimento: l’uomo delle figurine Panini, le grandi raccolte per la gioventù. Con sé aveva una grossa borsa di tela da cui estraeva album e pacchetti dai colori scintillanti, i frutti primaticci della nuova stagione. Noi ragazzini lo circondavamo, lo assalivamo, sottraevamo tutto il contenuto della borsa, sapevamo che era gratis, perlomeno quel primo abbocco, e poi, una volta tornati a casa, imploravamo le nostre madri di correre in edicola a comprarci i primi dieci pacchetti.

Quando ascoltavamo i Pearl Jam. Anni Luce di Andrea Pomella

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Eravamo giovani, avevamo vent’anni, stavamo in una terra di mezzo, il futuro sarebbe stato “Il motore del 2000”, il passato recente solo un racconto da invidiare; dovevamo costruirci un’identità, ma non ci facevamo illusioni. Non ci restava che cantare, urlare certe canzoni per fare entrare un po’ di luce. Andrea Pomella con Anni luce ci ricorda di noi, di tutte le volte che ci siamo attaccati a una bottiglia, a un amico, a un cantante. In molti siamo sopravvissuti a quella stagione e con quella particolare aria spaesata ce ne andiamo ancora in giro; senza troppi riferimenti, già stanchi in partenza e oggi stanchissimi anche per lamentarci. Siamo noi, che siamo accomunati dalla stessa distanza dalla speranza.

“Ten” dei Pearl Jam, venticinque anni fa

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Dal nostro archivio, riproponiamo uno degli articoli più letti di quest’anno: buona lettura.
La notte di sabato 9 settembre 1995, un assolo di Mike McCready, addolcito da una nenia in falsetto che fa “Too doo doo too, too doo doo…”, ha messo fine alla mia giovinezza. Alle due di notte, in un tratto del Grande Raccordo Anulare di Roma, sul blu dell’asfalto impregnato di pioggia, con le note finali di Black dei Pearl Jam, il mio amico Q. – lunghissimi capelli crespi, molti orecchini, sfrenate giacche di pelle dal taglio anni Settanta – ha perso il controllo della Fiat Uno su cui vagabondavamo di ritorno da una serata di baldorie tristi, sfracellandosi sul guardrail.

Conoscevamo allora un solo modo per passare il sabato sera: ci davamo appuntamento alla Standa di via Tiburtina, compravamo una scatola di merendine Fiesta da dieci, una bottiglia di Coca-Cola e una di whisky marca Major Martin, uno scotch insapore la cui unica virtù era il prezzo contenutissimo, poi parcheggiavamo sotto i piloni della sopraelevata, dove restavamo a sorbirci scotch e merendine ascoltando in macchina i dischi dell’ondata grunge, e aspettando che il sole al tramonto si ritraesse dietro le cime dei palazzi di Roma, prima di muoverci verso il Villaggio Globale di Testaccio.

Richard Yates e il secolo del lavoro stupido

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(Nella foto: Leonardo Di Caprio in una scena del film Revolutionary Road di Sam Mendes)

di Enrico Giammarco

“È una malattia. La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose; nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.”

Frank Wheeler è un giovane promettente e talentuoso nell’America postbellica, cui la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale non ha tolto o aggiunto nulla. Egli non ha alcuna idea di cosa fare nella vita, l’unica certezza è che dovrà essere qualcosa di grande. Tutte le persone attorno a lui ne sono convinte, ammaliate dalla brillantezza di spirito che questo figlio della middle class emana.

Cristo delle peggio borgate, delle vite sprecate

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di Andrea Pomella

Sono nato quarantuno anni fa in una borgata a nord di Roma. La borgata si chiama Settebagni, sorge in una zona che dista un chilometro dal Grande Raccordo Anulare, tra un’ansa del Tevere e un tratto della A1, ed è trafitta dalla ferrovia Roma-Firenze. Il nome deriva dal latino Septem Balnea, che compare per la prima volta in un atto risalente alla fine del XIII secolo. Terra abitata fino agli anni Trenta da agricoltori e pastori, sostituiti progressivamente da un ceto di piccoli commercianti, operai, artigiani e sottoccupati.

Italo Insolera, in Roma Moderna (Einaudi), a proposito della parola borgata ha scritto:

“C’è qualcosa di dispregiativo in questo termine che deriva da borgo: un pezzo di città cioè che non ha la completezza e l’organizzazione per chiamarsi ‘quartiere’ […], un pezzo di città in mezzo alla campagna che non è realmente né l’una né l’altra cosa”.