Scavare nell’oggi

migranti augusta

di Marco Pettenello

Questo pezzo è apparso sul numero di novembre della rivista Gli Asini, che ringraziamo (fonte immagine).

Un pomeriggio di quasi dieci anni fa camminavo per Venezia quando mi telefonò Andrea Segre. Voleva propormi di lavorare insieme al suo primo film, la storia di una barista cinese e un pescatore di Chioggia. Era un film da girare in cinese e dialetto chioggiotto, pieno di vecchi, immigrati e bazzicatori del porto econ un finale malinconico,. Lessi le pagine che aveva scritto e gli dissi di sì, che ci avrei lavorato volentieri. “Occhio però”, aggiunsi un po’ per scherzo, “stai prendendo una strada difficile”. Lui rispose: “Sì lo so, ma è la mia strada”.

Raccontare la città visibile. Sull’ultimo libro di Giuliano Santoro

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Abbiamo scoperto gli immigrati mentre si appropriavano di spazi che a noi sembravano obsoleti e oramai scomodi anche per parcheggiare

Franco La Cecla

Cosa sarà che fa crescere gli alberi, la felicità?

Lucio Dalla- Francesco De Gregori

Se scrivete su google Pantanella 1991 scoprirete che i primi tre risultati della ricerca sono archivi fotografici che conservano tutte le immagini di una vicenda, oggi, in gran parte dimenticata. Guardatele (qui e qui) e se avete più di quarant’anni ve le ricorderete, come è successo a me. Perché alla Pantanella, per la prima volta, si metteva in scena, in forma visibile, qualcosa che poi sarebbe diventato parte costitutiva del nostro immaginario: il problema dell’immigrazione.

“Si ma allora, come si fa? Possiamo mica prenderli tutti qui, no?”

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Riprendiamo un intervento di Andrea Segre apparso sul suo blog.

Leggo nel Corriere della Sera di oggi l’articolo sui “miliziani dei barconi” di Fiorenza Sarzanini: “Tantissimi [potenziali migranti] vengono “avvicinati” dai trafficanti, pronti a tutto pur di avere “merce” umana da imbarcare, che li convincono a seguirli. ” E ancora, qualche riga dopo: “Altre migliaia di stranieri aspettano di intraprendere lo stesso viaggio. Merce umana inconsapevole del reale pericolo di essere mandati a morire, o forse pronti a tutto pur di cercare un’altra vita.”

Sono frasi che si rifanno con coerenza ad un punto di vista che si è talmente consolidato nell’opinione pubblica europea, da non permetterci più di capire perché sia stato creato e quali posizioni di politica internazionale sostenga. Un punto di vista che trionfa nella stragrande maggioranza dei giornali e dei commenti di oggi dopo la tragedia di Lampedusa e che può essere sintetizzato con le seguenti parole d’ordine: “La tratta di esseri umani nelle acque del Mediterraneo è un crimine contro l’umanità che va fermato con tutti i mezzi e l’Europa non ci può lasciare da soli”. Sono parole che potrebbero essere pronunciate da personalità politiche o morali di qualsiasi schieramento e appartenenza.

Mare chiuso

Verrà presentato stasera in anteprima al cinema Farnese di Roma (sono previsti due spettacoli: uno alle 20.30, l’altro alle 22.30) «Mare chiuso», il film inchiesta di Andrea Segre e Stefano Liberti sui respingimenti in mare a danno di profughi africani operati dal governo italiano tra il 2009 e il 2011 in seguito agli accordi presi dal nostro ex Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, con il generale Gheddafi. In questi pochi anni i profughi africani respinti in Libia dalla marina e dalla polizia militare italiana sono circa duemila, tra questi ovviamente anche uomini e donne che avevano diritto ad asilo politico.
Il film racconta la vicenda di alcuni cittadini eritrei, etiopi, somali e libici respinti nella primavera di tre anni fa dopo un’operazione di salvataggio in alto mare. A bordo vi erano anche donne e bambini e, dopo un ordine arrivato per telefono, il barcone è stato fatto virare e tutte queste persone sono state rispedite in Libia e consegnate nelle mani dell’esercito di Gheddafi.

Shall we doc?

Sul blog Le parole e le cose abbiamo pescato questo interessante articolo di Daniela Brogi dove vengono elencate cinque semplici mosse per fare più spazio al cinema documentario in Italia. Ve lo riproponiamo perché ci è sembrato molto interessante e completo, e ringraziamo l’autrice e il blog per la condivisione.

di Daniela Brogi

1.

Uscire dall’abbraccio dello specialismo.

Assumere che l’arte contemporanea vive, oltre che attraverso i generi più tradizionalmente frequentati (letteratura, musica, pittura, teatro, danza, architettura, cinema…)

Per Yusuf

di Stefano Liberti e Andrea Segre Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba. È un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante. È il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger. Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci. Questa volta la […]