Funerali costituenti

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Michele Masneri racconta i funerali di Emilio Colombo, il più europeista ed elegante dei democristiani. Questo pezzo è uscito su Studio.

È – come si dice sempre – un’Italia che non c’è più, quella che assiste ai funerali di Emilio Colombo (1920-2013), senatore a vita, ultimo dei costituenti, presidente del parlamento europeo, presidente del consiglio, ventinove volte ministro; più di Andreotti, al cui funerale grande partecipò qualche settimana fa traballante ma fiero, salutando la folla sempre con quell’aria da primattore dei telefoni bianchi abbastanza unica nella classe politica italiana.

Ma è anche un’Italia diversa da quella di quei funerali grandi, da Democrazia Cristiana mainstream. Qui siamo nella nicchia: la corrente dorotea, dunque conservazione Dc in purezza – anticomunismo, attenzione alle ragioni delle gerarchie ecclesiastiche, del mondo industriale. Nacquero da una scissione contro il centro di Fanfani, coi ribelli adunatisi al convento di Santa Dorotea. “Eccoli lì, i dorotei”; fu la definizione-beffa di Andreotti, che ricordò poi come nel convento in questione venissero ospitate prostitute da rieducare.

Discorsi alla nazione in crisi d’identità. L’ultimo spettacolo di Ascanio Celestini

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Un aspirante tiranno che esorta i cittadini ad eleggerlo “democraticamente”, una nazione immaginaria sprofondata in una guerra civile a cui corrisponde una pioggia senza fine, un condominio abitato da persone sprofondate in iperboliche solitudini, che hanno più a che vedere con la disgregazione sociale che con una condizione esclusivamente intima. Con «Discorsi alla nazione» Ascanio Celestini si smarca dalla sua classica cifra affabulatoria per costruire uno spettacolo dal respiro differente rispetto ai suoi precedenti lavori, che è in grado di materializzare pezzo dopo pezzo una sorta di distopia orwelliana, un futuro prossimo che potrebbe essere il nostro sen non fosse per alcune “interferenze” di carattere surreale (o, forse, proprio a causa di esse). Ma nonostante questo cambio di passo abbia in parte spiazzato una fetta del pubblico che ha assistito allo spettacolo al Teatro Palladium di Roma, che si aspettava forse una formula collaudata e rassicurante, questo “studio” può a ragione definirsi un esperimento riuscito, che conferma le grandi doti autoriali di Celestini, al di là del classico schema del cosiddetto “teatro di narrazione”, o degli sketch televisivi, che lo hanno fatto conoscere al grande pubblico.

In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.