Ho ucciso paranoia: Don DeLillo e il terrorismo

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Questo pezzo è apparso su Blow up a settembre 2013.

di Luca Mirarchi 

Se dovessimo scegliere due punti focali, due singoli termini per orientarci nella galassia di Don DeLillo – forse – questi due termini sarebbero Arte e Terrore. Proveremo a servircene per analizzare Mao II (1991) e L’uomo che cade (2007), due romanzi che si rispecchiano l’uno nell’altro. L’uomo che cade è la profezia di Mao II che giunge a compimento, ed è una profezia di sconfitta: la sconfitta dello Scrittore soppiantato dal Terrorista nell’immaginario (mediatico) condiviso. «C’è un curioso nodo che lega romanzieri e terroristi. Anni fa credevo ancora che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Adesso si sono impadroniti di quel territorio i fabbricanti di bombe e i terroristi. (…) Il pericolo che essi rappresentano è pari alla nostra incapacità di essere pericolosi. Ormai fanno delle vere e proprie incursioni nella coscienza umana. Era quanto solevano fare gli scrittori prima di essere mercificati». Sono alcune riflessioni di Bill Gray, il protagonista di Mao II – uno scrittore in auto-esilio come J.D. Salinger – nascosto in una stanza da vent’anni per completare il suo terzo libro; chiuso in una stanza come un terrorista che cova il suo piano di morte; prigioniero come il poeta sequestrato a Beirut da un gruppo maoista, per il quale Gray accetterà di esporsi rompendo così l’isolamento.

“American Hustle” – tornare sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato

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Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage – tra le molte cose interessanti – questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. InfattiAmerican Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

Contro il piagnisteo

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Pubblichiamo un articolo di Mariarosa Mancuso uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Mariarosa Mancuso

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. A farla breve, gli anni erano così simili ai nostri che chi li conosceva profondamente sosteneva che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo” (Charles Dickens, “Le due città”).

E bravo Charles Dickens, che prende in giro gli anni suoi e gli anni a venire. Oddio, gli anni non è che portino colpe, sono i commentatori che tracciano la linea e la difendono consumandosi le dita sulla tastiera. L’attacco di “Le due città” torna in mente quando leggiamo, a distanza di pochi giorni, due elenchini che paragonano il lussuoso 1913 al mesto 2013. L’anno mirabile che vantò la “Recherche” di Marcel Proust, “La sagra della primavera” di Igor Stravinskij, il Sigmund Freud di “Totem e tabù”. Il nostro anno orribile: i radar non hanno rilevato nulla che si possa paragonare a quei capolavori. E già affilano le armi della critica preventiva: nel 1914 c’era Charlie Chaplin al suo debutto, c’era James Joyce che pubblicava “Gente di Dublino”, e noi saremo ancora qui a dibattere se l’ingresso in classifica di Fabio Volo annunci o no la fine della letteratura.

Natale a casa De Sica

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Sweet home Grazioli

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Michele Masneri che pubblicherà a gennaio per minimum fax il suo romanzo d’esordio Addio, Monti, dal nome dell’omonimo quartiere romano dove forse in seguito verrà dichiarato cittadino non gradito, quest’estate ha varcato i portoni del palazzo più divisivo d’Italia, deserto e con una sua storia che prescinde molto da quella del suo più celebre inquilino. Questo pezzo è uscito su Studio.

Una casa senza una storia: non piace a nessuno. Nemmeno a Silvio Berlusconi. L’ex presidente del Consiglio nel suo fregolismo immobiliare non ha mai avuto grande fortuna, a Roma. Non gli si sono spalancate le porte di dimore gentilizie con la stessa facilità avuta in Brianza. E – per un uomo come lui – si è dovuto soprattutto accettare lo smacco della pigione. Una volta lasciato il famoso appartamento di via dell’Anima, nel 1994, dietro piazza Navona, diversi furono i tentativi, mentre cresceva il radicamento sul suolo laziale, di mettere le mani su magioni molto araldiche. Ma sempre, sfortunatamente, scontrandosi con casati magari parvenu ma ancora molto liquidi. I Torlonia, i più ricchi tra i principi romani, proprietari anche oggi della Banca del Fucino, non presero molto sul serio l’offerta per il secentesco palazzo di famiglia in via Bocca di Leone, con una inquilina tra l’altro di Casa Borbone, zia di Juan Carlos, morta qualche anno fa, che sarebbe parso brutto sfrattare. Anche coi Borghese andò male: il castello della Crescenza, maniero medievale che piaceva molto a Berlusconi, continua a essere usato per sontuosi catering e matrimoni (si sono sposati qui il capitano Francesco Totti e Flavio Briatore) e la proprietaria, la principessa Sofia Borghese, signorilmente rifiutò le avances cavalleresche, offrendo illimitata ospitalità ma non avallando rogiti o compromessi.

Su cosa si innalza l’alta cucina?

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di Francesco Bratos

Cucina “pop”, sperimentazione, ricerca, stile: l’“alta cucina” contemporanea cerca in tutti i modi una legittimazione nel campo artistico, eppure non sembra disposta ad abbandonare il pesante fardello di alcuni pregiudizi etici ed estetici che «l’arte d’oggi» rifiuta.

Intendiamo agitare le acque per far sì che l’“alta cucina” rispecchiandosi narcisisticamente in questo nuovo stagno fatichi a riconoscersi. Disossando una recente polemica culinaria tenteremo di smascherare alcune contraddizioni che stanno alla base di una distinzione un po’ artificiosa tra l’“alta” cucina e la restante, alla ricerca del minimo comune equivoco: su cosa si innalza l’“alta cucina”?

È di ottobre la polemica tra i due chef Massimo Bottura e Davide Oldani sulle «prospettive democratiche» dell’“alta cucina”. In questo breve ma interessante scambio i due cuochi prendono posizioni alternative in merito all’approccio personale alla cucina di avanguardia. In estrema sintesi Oldani difende la sua idea di cucina “pop”, affermando come nel suo ristorante (il D’O, San Pietro All’olmo, Mi) si faccia «alta cucina, buona cucina alla portata di tutti. […] Non adopero prodotti costosi proprio perché il mio progetto è arrivare a tante persone», mentre Bottura (Osteria Francescana, Modena) sostiene la necessità dei costi elevati per portare avanti la sua “alta cucina” di sperimentazione dettagliando l’infelice esempio di una macchina sportiva: «se vuoi comprare una Ferrari la puoi pagare come una 500? No. Ecco, la nostra cucina è una Ferrari».

Versi esuli. Roberto Bolaño & Antonio Arévalo: un’amicizia nata tra fogli ciclostilati

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo De Gennaro uscito su l’Unità il 26 ottobre 2010. (Fonte immagine)

di Riccardo De Gennaro

“Sono nato nel 1953, l’anno in cui morirono Stalin e Dylan Thomas. Nel ‘73 fui incarcerato per otto giorni dai militari golpisti del mio paese”. Così l’incipit del suo “autoritratto”. La prima notte di prigione Roberto Bolaño sognò che Stalin e Dylan Thomas conversavano in un bar di Città del Messico “seduti a un tavolino rotondo di quelli per fare a braccio di ferro, solo che non facevano a braccio di ferro, ma a chi reggeva meglio l’alcol”. Con il procedere del sogno l’unico a sentirsi male è il sognatore. Bolaño si salverà dalla dittatura, riuscirà a tornare a Città del Messico, poi – agli inizi del 1977 – volerà in Spagna, dove si trova già la madre, prima a Girona, poi a Blanes, un’ora e mezza da Barcellona. A dispetto della sua condizione, non vuole essere un esule, vuole restare un cileno. Fonda una rivista di soli poeti cileni che intitola “Berthe Trépat”, dal nome della pianista che compare in Rayuela di Cortázar e che suona per pochissimi o forse per nessuno. Si tratta di poco più di un insieme di fogli ciclostilati, una tiratura di una cinquantina di copie. Di più non si può permettere. La casa editrice si chiama “Rimbaud vuelve a casa”, Rimbaud torna a casa. Ne escono soltanto tre numeri, destinati ai collaboratori. Antonio Arévalo, poeta cileno, critico d’arte, esule a Roma, è uno di questi.

Ricordando Arthur Danto

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Il 25 ottobre è morto il critico d’arte Arthur Danto. Lo ricordiamo con un’intervista di Giuliano Battiston uscita nel 2007 sul manifesto. (Fonte immagine)

New York, 1917. Un uomo passeggia per la 5th Avenue, entra in un negozio di sanitari e compra un orinatoio, che candida poi anonimamente, a firma “R. Mutt 1917”, alla prima esposizione che la Society of Indipendent Artists organizza al Grand Central Palace di New York. L’opera, Fountain, non viene accettata, e si scopre che l’autore anonimo è uno dei fondatori della società, Marcel Duchamp. Perché la commissione giudicatrice non ha accettato la scultura, ritenendola un semplice orinatoio? E perché, oggi, invece di un orinatoio noi “riconosciamo” Fountain? Più in generale, se osserviamo due oggetti che hanno le stesse proprietà materiali e che dunque appaiono indiscernibili dal punto di vista percettivo, cosa ci permette di stabilire che uno è un oggetto ordinario mentre l’altro è un’opera d’arte? Perché, ad esempio, la scatola di spugnette abrasive esposta nel 1964 alla Stable Gallery di New York da Andy Warhol con il titolo Brillo Box è considerata un’opera d’arte mentre il suo corrispettivo negli scaffali dei supermercati – Brillo Box – è destinato soltanto alle cucine degli americani?

Andy Warhol intervista Alfred Hitchcock

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Dal 21 al 23 ottobre torna al cinema, in versione restaurata, La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (l’elenco delle sale è sul sito ufficiale). Pubblichiamo un estratto dell’intervista di Andy Warhol tratta da Io confesso. Conversazioni sul cinema allo stato puro, pubblicato da minimum fax nel 2008. Traduzione di Riccardo Bnà.

Il pezzo che segue fu pubblicato sulla rivista Interview, fondata da Warhol, in forma di pura sbobinatura – non editata – della conversazione; per questo motivo in alcuni punti si fa riferimento ai lati della cassetta su cui era stata registrata, e in altri compaiono stralci di dialogo che non vengono attribuiti a nessun interlocutore specifico; compaiono inoltre dei punti interrogativi nei passaggi in cui l’autore della trascrizione non era sicuro dell’ortografia dei nomi propri.

Hitchcock, di Andy Warhol (1974)

Venerdì 26 aprile 1974, New York, hotel Park Lane, al numero 36 di Central Park South. Alfred Hitchcock è in città, accompagnato dalla moglie Alma Reville Hitchcock, perché lunedì prossimo riceverà l’omaggio della Lincoln Center Film Society. Andy Warhol e Vincent Fremont raggiungono la suite di Hitchcock, dove ad accoglierli c’è John Springer, l’addetto stampa. Hitchcock è nel bel mezzo di un’intervista con «Un Giornalista» che apparirà su un settimanale nazionale il mese prossimo. In silenzio Warhol e Fremont entrano e si siedono in disparte. Dall’altro lato della stanza, su un divanetto, è seduta la signora Hitchcock. «Un Fotografo» sta aspettando la fine dell’intervista per fare qualche scatto. «Un Giornalista» e Hitchcock sono seduti di fronte a un’enorme finestra, uno davanti all’altro, e il loro profilo si staglia sullo sfondo di Central Park. Hitchcock indossa un vestito blu scuro, una camicia bianca e una cravatta scura. Warhol ha un paio di jeans e un blazer nero a doppiopetto firmato Yves Saint-Laurent.

Gli accumulatori

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

Mi capita spesso, ultimamente, di riflettere sul senso di ciò che fanno gli “accumulatori”. Queste figure esercitano un fascino indubbio sugli spettatori di tutto l’Occidente (basta citare i titoli di alcuni reality e documentari televisivi a loro dedicati: Hoarders su A&E, Extreme Clutter with Peter Walsh su OWN-Oprah Winfrey Network, Hoarding: Buried Alive su TLC). Perché? Che significa esattamente ammassare con cura e amorevolezza per decenni in casa propria robaccia, oggetti inutili (che da altri cervelli, da altre identità verrebbero catalogati come immondizia, per essere immediatamente gettati via), conferendo in molti casi a queste operazioni un carattere addirittura monumentale?