In difesa di Ciceruacchio (que viva Rodotà)

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(Immagine: Antonio Malchiodi.)

Verso la fine del suo articolo su Repubblica del 21 aprile, Francesco Merlo, che leggo sempre per il piacere della sua intelligenza e della lingua che usa, scrive:

(Grillo) si ispira, sia pure in versione genovese, a Ciceruacchio, quando conta il suo popolo a milioni di milioni e straparla di “fine della democrazia”, “giornata nera della repubblica”. Ciceruacchio, che in romanesco vuol dire cicciottello, era un tribuno della plebe dagli occhi di fuoco, la barba risorgimentale e i capelli lunghi e ribelli che organizzava assalti a conventi e derubava i preti.

Poiché il 21 aprile è il Natale di Roma, e poiché ho studiato storia dell’età del Risorgimento per anni, vorrei precisare, per i lettori di Repubblica, che le cose, a Roma, nel 1849, non andarono come Merlo ha sbrigativamente riassunto.