L’Etiopia vista dagli occidentali: diario di un viaggio esotico

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Armin Linke.)

Il modo migliore affinché un viaggio non si concluda è raccontarlo. È una tecnica elementare e originaria, individuale e sociale, duttilissima. Raccontare un viaggio significa prolungarlo nel tempo, traslocarlo da uno spazio a un altro: far sì che quanto è stato cammino, lavorio del corpo, attraversamento di meridiani, attenzione precisa o blanda al macro e al micropaesaggio, si converta in un altro codice, per esempio in un serpente di frasi, in un pannello di scatti fotografici.

Lo chiamavano impero

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Andare in Etiopia, alla ricerca di una storia, della propria storia, del passaggio di una nazione, alla ricerca di qualcosa da raccontare. L’ha fatto nel 2012 Vincenzo Latronico, scrittore, autore dei romanzi Ginnastica e rivoluzione La cospirazione delle colombe (entrambi Bompiani). L’ha accompagnato, per il corredo fotografico, Armin Linke, fotografo. Ne è uscito un libro, si chiama Narciso nelle colonie. Un altro viaggio in Etiopia, il primo prodotto della neonata casa editrice Humboldt Books, fondata a Milano da Giovanna Silva; Humboldt si propone di rispolverare la letteratura di viaggio, quella, per dirla con una frase che forse non è del tutto sincera, “come si faceva una volta”. Cosa hanno fatto Latronico e Linke, dunque? Semplice: un viaggio.

Il nostro colonialismo rimosso

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Questo pezzo è uscito in forma più breve su Orwell. (Fonte immagine: Indire.)

Ci sono delle vecchie immagini girate da Luca Comerio, uno dei pionieri del documentarismo italiano, nella Piazza del Pane a Tripoli nel 1911. La camera indugia sul via vai dei nostri militari in divisa che si affollano lungo la strada, poi l’inquadratura si allarga ed entra in scena un patibolo: almeno venti arabi, tutti uomini, pendono irrigiditi con un cappio al collo. Sono stati da poco impiccati. Chi ha mai visto queste immagini di Comerio (riprodotte per pochi secondi in un vecchio film di Cecilia Mangini, Lino Del Fra e Lino Miccichè, All’armi siam fascisti!, recentemente ripresentato in dvd da Raro Video)? Quanti studenti di storia contemporanea le conoscono, sanno a cosa rimandano? Immagino pochissimi. La loro rimozione dalla memoria collettiva è direttamente proporzionale alla rimozione del colonialismo in Africa e nei Balcani. Un inspiegabile, lungo buio. Un lento, carsico lavorio che via via ha espunto le pagine nere della nostra storia recente, e creato il mito infondato degli “italiani brava gente”.

Cosa vuol dire essere antifascisti oggi

SACRARIO A MINISTRO SALO': 'NO FASCISMO' SCRITTE SU MAUSOLEO

Oggi a Tivoli inizia il processo ai tre ragazzi accusati di aver imbrattato il mausoleo dedicato a Rodolfo Graziani. Ripubblichiamo un intervento di Christian Raimo uscito nel 2012. (Fonte immagine)

Ce la si fa in un pomeriggio. Si può prendere l’A24 uscendo a Castel Madama per spingersi verso i monti Simbruini fino al confine del Lazio, salendo in direzione Subiaco e lasciandosi alle spalle astrusi ristoranti cinesi lungo le fermate del Cotral o paesucoli inerpicati che avrebbero dovuto essere le “Cortina d’Ampezzo degli Appennini” nel 1980 – e in cui trent’anni dopo ancora non è arrivata l’acqua corrente – come Monte Livata o Campo dell’Osso, per poi riprendere la statale 411, seguire la “via Cesanese del vino” fino a arrivare dopo un’ora e mezza di tornanti tra gli aceri, i faggi, i lecci con le foglie rossicce in punta, alla curva all’entrata del paese di Affile, e da lì a sinistra salire per una strada sterrata ripida da farsela tutta in prima e parcheggiare accanto a questo benedetto famoso mausoleo dedicato al maresciallo Rodolfo Graziani.