Tra il Gruppo ’63 e la RAI: intervista a Angelo Guglielmi

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(fonte immagine)

Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Angelo Guglielmi, scrittore e critico tra i fondatori del Gruppo ’63, direttore di Rai3 dal 1987 al 1994, continua a detestare l’autobiografia, seppure ne abbia appena scritta e pubblicata una con la casa editrice La nave di Teseo.

Varcata la soglia dei novant’anni, nel libro Sfido a riconoscermi – Racconti sparsi e tre saggi su Gadda (La nave di Teseo, 174 pagine, 19 euro) Guglielmi intreccia frammenti biografici, i mestieri vissuti e alcune riflessioni sulla letteratura italiana da metà del secolo scorso a oggi.

La parola mala: un estratto

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, un estratto dal libro La parola mala, a cura di Giovanni Chianelli, uscito per Ad est dell’equatore.

di Giuseppe Sansonna

La volgarità non è volgare: si potrebbe parafrasare così il Maupassant citato da Max Ophuls, ne Le Plaisir. Quello che affermava che la felicità non è allegra.

Forse tutto dipende da come le si maneggiano, volgarità e felicità: declinazioni diverse, a volte complementari, del vitalismo espressivo. L’ebbrezza della liberazione del linguaggio, lo sconfinamento improvviso nella trivialità, può generare lampi d’allegria. Per questo il parlar grasso è usato, e spesso abusato, da tanto cinema comico.

Rimini, il “romanzo da spiaggia” di Pier Vittorio Tondelli

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Ecco Pier Vittorio Tondelli in un pezzo scritto nel 1982, quando aveva 27 anni: «È dunque questa della riviera adriatica una cosmogonia estiva e ferragostana della libido nazionalpopolare che, a dispetto dei decenni, delle mode e delle recessioni, persiste, più o meno intatta, nel costume e nelle manie della nostra gente, per cui ancora una volta sul fianco destro delle patrie sponde s’inscena la sfilata del desiderio in un missaggio di antiche forme e nuovissime attitudini».

Il pezzo s’intitolava Adriatico Kitsch: volendo, una dichiarazione poetica autosufficiente. Dopo aver speso le sue qualità di scrittore riproducendo temi, tic linguistici e ossessioni della fauna giovanile post ’77 tra Bologna e dintorni (Altri libertini) e aver compiuto una rapida incursione nelle caserme dei militari di leva (Pao Pao), Tondelli sposta l’occhio di bue della sua poetica più a Est, lungo la riviera romagnola, dove individua la nuova umanità congeniale alle sue storie.

Stregati: “Dove troverete un altro padre come il mio” di Rossana Campo

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Questo pezzo è uscito su Tuttolibri de La Stampa. Ringraziamo la testata e l’autore (fonte immagine).

di Angelo Guglielmi

Dopo le prime pagine il mio timore è di trovarmi di fronte a un libro autobiografico in cui l’autrice ci racconta le vicende del sua famiglia con un padre Renato «sballato e inaffidabile, sicuramente simpatico» e una madre, Concetta, bella e con la testa sul collo, il vero sostegno dell’incerta baracca. E dunque addio alla Campo che conoscevo, la sola scrittrice italiana contemporanea che con i suoi dieci romanzi precedenti aveva arpionato e fatto proprio il tema della femminilità (meglio della donna) e lo aveva sviluppato con durezza al di là di ogni pregiudizio e convenienza trattandolo come un grande tema (anzi problema) esistenziale. Per farlo (poiché non è ingenua) si era protetta con l’ironia, qui e lì il grottesco e la pratica dello scandalo. Ne era venuto un risultato forte e esilarante di rovesciamento dello scontato.

Natale a casa De Sica

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Gruppo 63: alcune divergenze

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Cinquant’anni fa nasceva il Gruppo 63. È da poco uscito per L’Orma, curato da Nanni Balestrini e Andrea Cortellessa, Gruppo 63. Il romanzo sperimentale. Contiene gli atti del terzo convegno del Gruppo e una sezione intitolata Col senno di poi, nella quale Cortellessa ha raccolto i contributi dei partecipanti al convegno e di alcuni scrittori e critici del nostro tempo. On line, su “Le Parole e le cose”, sono stati postati l’intervento di Gianluigi Simonetti e di Andrea Cortellessa È stato chiesto al sottoscritto un intervento. Eccolo, a disposizione dei lettori di m&m.

Benché in Italia di gite a Chiasso ci sia sempre bisogno, le avventure del Gruppo 63 non mi hanno mai scaldato in un modo che andasse oltre la fascinazione un po’ superficiale per un’iniziativa (qualunque essa fosse) dichiaratamente ostile a un sistema di potere. Il che è abbastanza strano. Credo di aver amato molti dei maestri cari ai contro-controriformatori di Palermo. Ogni anno rileggo Sotto il vulcano di Malcolm Lowry con immutata passione, non mi separo dai miei Beckett, Proust, Joyce, Faulkner, coltivo Georg Trakl con devozione e inseguo Artaud dietro ogni angolo in cui mi sembra di sentire puzza di teatro della peste. Allo stesso modo, sento molto vive in me le forme di un certo romanzo di ricerca per come si è evoluto dopo in Europa (da Berhnard a Sebald), in nord America (da DeLillo a David Foster Wallace al Pynchon pur molto amato dal Gruppo, fino al neo-modernismo di opere come Suttree di Cormac McCarthy) nonché nel Sud America di Cortázar e Bolaño.

Mostri estinti

è stato il figlio

Pubblichiamo un pezzo di Giuseppe Sansonna uscito su Orwell. (Immagine: È stato il figlio, Daniele Ciprì.)

I mostri di celluloide sono in via di estinzione. Dino Risi e affini ne avevano catalogati a decine, negli anni sessanta. Da troppo tempo, invece, non trovano più spazio sugli sbiaditi schermi del cinema italiano. Monotono nel riproporre macchiette anemiche, di maniera. In perenne affanno rispetto ad una realtà affollata da devianze antropologiche, nate a imitazione della televisione più corriva. L’attuale commedia italiana, salvo rare eccezioni, ai baccanali grossolani della Roma polveriniana contrappone le prostitute edificanti di Nessuno mi può giudicare. Del Satyricon in perenne espansione in cui viviamo non rimane traccia nelle commedie giovanili in serie, nelle stucchevoli notti prima degli esami, nelle pochade vacue di Salemme e affini. Una presenza perturbante come Ratzinger, un tempo, avrebbe acceso le contorsioni visive di Petri e Ferreri. Oggi, affiancato da Checco Zalone, diventa un caratterista minimo, un vecchietto bonario goloso di cozze pelose e con l’accento da Sturmtruppen.