Dalla comunità alla community, dalle sezioni ai meetup. Una storia di parole e politica

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Questo pezzo è uscito sul numero di maggio di Nuova Rivista Letteraria. (Fonte immagine.)

di Alberto Sebastiani

Le sezioni di partito sono state per decenni un luogo di discussione, dibattito, partecipazione, decisione. E quando si dice “sezione” e si aggiunge la parola “partito”, in Italia la prima associazione è Partito Comunista Italiano. “Il Partito”. Nella storia repubblicana del nostro paese, in particolare quella del dopoguerra e dei “Partiti Chiesa”, insomma della tanto vituperata “prima Repubblica”, il Pci è per antonomasia “Il Partito”. In cui avere fede (fino a diventare una situazione caricaturale: dal “Contrordine compagni” guareschiano al “perché il Partito è il Partito” della canzone Ambarabaciccicoccò di Vasco Rossi del 1978, fino alla vignetta di Andrea Pazienza sugli elefanti che non volano, va bene, ma se lo dice l’Unità allora diciamo che svolazzano, per non smentire la voce ufficiale del “Partito”). Un’immagine granitica, ricca di miti, ma tra luci e ombre. Guido Morselli nel romanzo Il comunista riprende il mito di Togliatti che non dormiva mai, del suo ufficio con la luce sempre accesa, fin dalla mattina presto. Eppure nel suo libro racconta le ombre meschine che vivono nel “Partito”, dalla provincia reggiana, da cui proviene il protagonista, alla capitale. Accanto ai “militanti” sinceri, una larga fetta di persone orchestra e si muove opportunisticamente sotto il parapioggia della tessera del “Partito”, fingendo di condividere ideali a cui non crede minimamente.

Contro il sudismo

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Ci sono i sudisti e ci sono i meridionalisti. I due termini non sono affatto sinonimi. Anzi, indicano due predisposizioni mentali del tutto opposte. Il meridionalismo storico (quello di Salvemini, Dorso, Rossi-Doria…) non ha mai messo in discussione l’unità di Italia e ha sempre rifiutato i toni apocalittici, perché intimamente reazionari. Ha sempre pensato che l’analisi dei mali del Sud dovesse essere inquadrata in un progetto critico razionale, e che la soluzione dei problemi potesse venire solo all’interno di una cornice democratica e nazionale. Salvemini era sprezzante non solo contro gli artefici – a vario titolo – della disunità d’Italia, ma soprattutto contro i Cocò del Mezzogiorno, emblema di quella piccola borghesia incolta, parassitaria, immobile, avvezza al “particolare”… Oggi i Cocò sono dilagati e si sono incistati nelle amministrazioni locali. Il sudismo non ha niente a che fare con tutto questo. Non è altro che la sempiterna ripetizione dell’elogio del buon tempo andato. Il credere che il Regno di Napoli fosse il migliore dei regni possibili, che 150 anni di Unità sono un cumulo di violenza e rapina ai danni di una società idilliaca, priva di crepe. Di contro c’è un’altra variante del sudismo: l’interpretare il Sud come inferno irredimibile. Una terra lazzarona, dove le anime belle muoiono o vengono uccise, o non riescono a fare un bel niente. Una terra amara che impone sempre e comunque un aut aut: rimanere e perire; o andarsene per sempre.