Un paese di scrittori: un intervento di Anna Maria Ortese

anna maria ortese

Dal nostro archivio, un intervento di Anna Maria Ortese apparso su minima&moralia il 28 dicembre 2011.

di Anna Maria Ortese

Questo e altri vecchi interventi della Ortese si possono trovare oggi raccolti nel volume “Da Moby Dick all’Orsa Bianca”, edito da Adelphi.

Non c’è forse, dopo l’Italia, un altro Paese al mondo dove ciascun abitante abbia come massima ambizione lo scrivere, e ce n’è pochi altri dove quel che ciascuno scrive – pura smania di dilettante o regolarissima professione – scivoli, per così dire, sull’ attenzione dell’ altro, come la pioggia su un vetro. Ma scivola è un’ espressione indulgente: inquieta, offende, avvilisce, si vorrebbe dire.

Possibilmente il più innocente. Una lettera di Anna Maria Ortese

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Franz Haas, giovane studioso austriaco, approda a Napoli nell’autunno  1986 per insegnare all’Istituto Universitario Orientale. Porta con sé,  come guida spirituale per l’ingresso nella città Il mare non bagna Napoli. Poco prima, in un negozio della capitale aveva scoperto Il porto di Toledo di Anna Maria Ortese, che leggeva estasiato, ritenendolo giustamente un capolavoro, “un’opera d’arte di tale bellezza  come di rado mi è capitato (con Kafka forse)”. Una sera Haas – che  condivideva un appartamento con Andreas. F. Muller (coautore del libro Dadapolis) – invitò a cena Fabrizia Ramondino e la scrittrice raccontò che ad Anna Maria Ortese occorrevano alcune fotografie di una zona di Napoli, il Pallonetto di Santa Lucia, per la stesura di quello che sarebbe stato poi Il Cardillo addolorato.

Franz Haas si assume il compito di scattare le foto e scrive una lettera all’anziana scrittrice, offrendosi di consegnarle di persona, esprimendo al contempo la sua grande ammirazione per “Il porto di Toledo”, il romanzo per certi versi più sfortunato della Ortese. Lo studioso austriaco raggiunge i vicoli del Pallonetto e scatta le foto con una piccola Contax e intanto aspetta la risposta da Rapallo che non tarda di molto. Prende avvio così un rapporto di amicizia fraterna testimoniato da un libro di recente pubblicazione: Anna Maria Ortese, Possibilmente il più innocente, Lettere a Franz Haas (1990-1998), a cura di Francesco Rognoni e del destinatario, Sedizioni, pp. 191, euro 25.00.

di Anna Maria Ortese

Rapallo, 21 marzo 1990

Gentile Signor Haas, ho ricevuto la Sua lettera e La ringrazio molto della Sua stima e della Sua cortesia. Ma ringraziare è una parola povera, che adopero perché necessario così. In realtà, la Sua lettera mi  ha portato una emozione felice e infelice insieme, che non conosco più da tempo.

Manifesta11: Angela Vanini, 400-euros jobs

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Questo pezzo è uscito su Artribune.

di Christian Caliandro e Santa Nastro

Pittrice italiana, napoletana, a diciassette anni e mezzo si è trasferita in Germania con i genitori. Ha iniziato a dipingere nei suoi vent’anni, e da diciotto prova ad iscriversi all’Accademia di Stoccarda: non ce l’ha mai fatta, l’hanno sempre rifiutata.

Una volta arrivata nel suo nuovo Paese, voleva guadagnare (per poter tornare nella sua città, dai suoi amici): alla Camera del Lavoro le hanno detto che doveva fare la scuola di apprendistato, imparare un mestiere. Quali le alternative? Parrucchiera fioraia sarta: ha scelto la prima.

Sono trascorsi molti anni prima che riuscisse a integrarsi nella sua nuova città.

Il silenzio del lottatore: Nicola Lagioia intervista Rossella Milone

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È in libreria Il silenzio del lottatore di Rossella Milone: lo presentiamo con un’intervista di Nicola Lagioia all’autrice tratta dal sito di minimum fax. (Immagine: l’illustrazione realizzata da Alessandro Gottardo per la copertina)

I racconti de “Il silenzio del lottatore” abbracciano (se contiamo anche la storia di Erminia) settant’anni di Storia: dalla fine della II guerra mondiale a oggi.

Due centri di gravità della tua poetica mi sembrano da una parte l’emancipazione e dall’altra la fisicità. Le tue protagoniste ho l’impressione che siano cioè sempre alle prese con una propria personale lotta di liberazione, e che in tutto questo il rapporto con il corpo (il sesso, certo, ma non solo) svolga un ruolo per niente secondario.

Volevo raccontare le storie – o la storia, visto che la protagonista di ciascun racconto potrebbe essere sempre la stessa – che capitano a questi personaggi. Che li formano, che, nel corso di una vita, li portano a essere qualcosa di diverso rispetto a come sono sempre stati. La consapevolezza di questa trasformazione è il centro e il senso della loro lotta. È in questo che vedo una forma di emancipazione, sicuramente non in senso femminista – perché le donne che racconto vivono la propria femminilità aldilà di qualsiasi lente ideologica.

Il racconto dei racconti: Anna Maria Ortese secondo Rossella Milone

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Inauguriamo oggi una nuova rubrica in collaborazione con il portale Cattedrale: Rossella Milone, a breve in libreria per minimum fax con Il silenzio del lottatore, di volta in volta analizzerà un racconto italiano. La prima puntata a è dedicata a Un paio di occhiali, racconto di Anna Maria Ortese tratto da Il mare non bagna Napoli.

Eugenia è una bambina cresciuta in un vicolo della Napoli del dopoguerra. Le bombe hanno lasciato macerie e residui di un’umanità appesa alle ringhiere dei balconi. La città sfregiata non si è solo rotta, ma ha fatto venire a galla – come da un tombino troppo pieno – ciò che già c’era, e sempre c’è stato. I miserabili, i pezzenti, una forma di vita sfasciata, l’indolenza sotto al sole, macchiata da un atavico vittimismo borbonico. Eugenia sta lì, con il padre Peppino, la madre Rosa, zia Nunzia, una caterva di fratellini, una serie di personaggi limitrofi che danno lo sfondo al racconto. Il paesaggio, diciamo, che, secondo la poetica di Anna Maria Ortese, si esprime attraverso il racconto delle persone.

Gian Maria Tosatti, Sette Stagioni dello Spirito: Lucifero

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Questo pezzo è uscito su Artribune. Poi venne un tratto di terra brulla, un tempo bosco, Quindi uno stagno, pareva, diventato terriccio, Disperato e informe (così un pazzo si diverte, Fa una cosa e la distrugge, finché il suo umore Cambia e se ne va!); in pochi metri – Pantano, fango e pietrisco, sabbia e […]

Scrittori fedeli alla realtà: Antonio Moresco

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di Lorenza Ronzano

Molti autori operano una recisione quasi chirurgica tra vita e scrittura: sono capaci di scrivere le storie più assurde e totalmente svincolate dal loro vissuto, dalle loro esperienze e dalle loro competenze, persino dalle loro paure e desideri – viene da chiedersi, ma allora perché le scrivono? – mentre dall’altra portano avanti la loro vita scandita da lavoro, famiglia, tempo libero, ecc. Sono come quelli che la domenica si occupano di bricolage, trattano la letteratura come un hobby, e la sviliscono a mero strumento per completare e corredare le loro ambizioni personali con un tocco di estetismo in più. Per esempio, l’accademico che pubblica un romanzo noir aumenta il fascino della sua posizione di certo rispettabilissima, ma forse un po’ sterile. Insignirsi del titolo di scrittore integra una carriera troppo scarna, la rende più “fica”: essere avvocato e scrittore; cabarettista e romanziere horror; medico e poeta ecc. è spesso il connubio ideale di un’ambizione nella più bieca delle sue manifestazioni. Letteratura come gioco di ruolo – a volte anche molto raffinato; ma non più che gioco di ruolo con storie di ruolo e scenari di ruolo e sentimenti di ruolo.

Raffaele La Capria: Il mio poetico litigio con Napoli

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Il mio poetico litigio con Napoli

di Raffaele La Capria

Per uno scrittore nascere a Napoli comporta sempre un pedaggio da pagare. Io, per esempio, ho scritto più d’una dozzina di libri, di questi alcuni – come Ferito a morte o L’armonia perduta – avevano Napoli come tema centrale, ma gli altri erano saggi che parlavano d’altro, parlavano di Letteratura, parlavano del “senso comune” come difesa dal dilagare delle astrazioni, parlavano dei libri e del modo di leggere i libri, parlavano dell’Italia e delle sue anomalie che si riflettono anche nella letteratura. Tutti questi miei libri sono ora raccolti in volumi dei Meridiani – una collezione simile alla Pléiade – e visti tutti insieme fanno capire meglio il senso e il significato del mio percorso di scrittore, e fanno capire meglio che ogni singolo libro, inserito nel contesto degli altri, assume un diverso valore. E anche tutto quello che ho scritto su Napoli, dunque, collocato nell’insieme della mia opera, può essere considerato adesso in una luce diversa.

Quell’intervista che rivela lo scrittore

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
«Amo pianificare i miei romanzi dall’inizio alla fine», dice Orhan Pamuk. Gli risponde, idealmente, Javier Marías: «sono il contrario del romanziere che sa tutto già prima di cominciare a scrivere». Si alza la voce di Toni Morrison: «quando comincio a scrivere un libro mi è già chiaro dove andrà a parare l’intreccio». Si intromette Michael Cunningham: «all’inizio non ho ben chiaro dove mi sto indirizzando».

Le idee dei grandi scrittori danno l’illusione, di solito, di essere verità universali sulla produzione letteraria. Non ci si accorge mai – come capita ascoltandoli tutti insieme – di quanto siano soggettive e instabili le loro posizioni. È un coro polifonico il risultato del libro orchestrato da Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, pp. 610, euro 28), in cui sono raccolti venti anni di incontri e letture con autori di tutto il mondo.

Scrivere del mondo

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.