In Moldavia, nel paese dell’assenza

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

L’allegria – la semplice allegria – qui in Moldavia non esiste. L’allegria è qualcosa di diverso, con un fondo più scuro, pesante, che è malinconia e paura insieme. La paura arriva dal pensiero di domani, la malinconia arriva dal cielo, dagli alberi, da un sentimento di abbandono che sta nelle città e nella campagna, nei campi che nessuno coltiva, nelle strade che nessuno aggiusterà mai. La campagna è il posto dell’assenza, dove resta solo chi non sa scappare, o chi sente così forti le proprie radici e la propria impossibilità che per vivere ha bisogno di vedere questo cielo bianco sopra case fatte di una camera da letto e di una stufa, sopra la terra nuda e dentro il buio che nessuno ha mai pensato di accendere con i lampioni.

Si esce dalla città e ci si infila dentro una strada fiancheggiata da alberi e da un canale di scolo, bisogna evitare le buche, che però sono larghe come tutta la strada quindi bisogna semplicemente attraversarle: i bambini che abitano in campagna vanno a piedi oppure con un autobus dei beati anni comunisti (i loro genitori dicono che qui era il paradiso in terra, in confronto ad adesso), gli adulti vanno sulle automobili sgangherate, o sul carretto trainato da un cavallo.

“Tutto è ispirazione”, il documentario su Nora Ephron

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

Nella mia fantasia sessuale segreta non vengo mai amata per il mio cervello, ha raccontato Nora Ephron, parlando di sé, di noi, di quello che ci sembra impossibile dire e che invece lei ha detto sempre, negli articoli, nei libri, nei film, alle cene con gli amici. Perché, come ripeteva sempre la madre sceneggiatrice, “Tutto è ispirazione”, everything is copy, che è anche il titolo del documentario Hbo scritto e girato dal figlio Jacob Bernstein sulla madre Nora (in onda su Sky Arte: se avete amato anche soltanto la scena dell’orgasmo di “Harry ti presento Sally”, o l’Empire State Building illuminato di cuori rossi in “Insonnia d’amore”, non perdetelo).

Tutto è ispirazione: i tradimenti di Carl Bernstein (l’amica di Nora, nonché ex fidanzata di Bernstein, intervistata dal figlio Jacob, dice: “Mi stai chiedendo se Carl telefonava alle mie amiche mentre io ero nell’altra stanza? Non me lo ricordo”), la madre alcolizzata, i gatti dell’ex marito da trasformare in criceti, il complesso del seno piccolo, la torta al limone, il collo che invecchia, il dolore. Tutto (tutto quello che ha voluto) tranne la malattia che l’ha uccisa, e che ha nascosto anche agli amici più stretti: loro stessi lo raccontano in questo documentario addolorati, sconvolti, comprensivi.

Stregati: “La femmina nuda” di Elena Stancanelli

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Proseguiamo la rassegna dedicata ai dodici libri candidati al Premio Strega con La femmina nuda, il romanzo di Elena Stancanelli. Il pezzo che segue è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

Le storie d’amore non finiscono, nemmeno quando finiscono. Non ci si libera di una scheggia nel cuore, né della sensazione, che arriva come un lampo in un pomeriggio qualunque, di quanto era caldo quel corpo sdraiato accanto. Il caldo di un modo di stare insieme che aveva la pretesa di essere l’unico possibile. Le cose sceme che ci dicevamo, il reciproco incanto, inspiegabile, non basato sulla condivisione di niente: la condivisione arriva dopo, forse, l’incanto basato solo sull’incanto del cuore e dei corpi: stare sdraiati su una lastra di ghiaccio a guardare le stelle come in quel film, “Se mi lasci ti cancello”.

Le storie d’amore non finiscono, ma quando quell’incanto finisce, quando lui risponde “no” al telefono, e riaggancia, ed è infastidito, aggressivo, e forse sta scaldando un’altra, adesso, perché qui davanti a lui fa invece un freddo cane, allora questa fine fa qualcosa, sempre, alle persone. Le ferisce, a volte le cambia. Toglie via uno strato, sgretola parti che prima erano salde.

Antonio Pascale e le aggravanti sentimentali

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

È un’aggravante pensare alla felicità e non trovarla, oppure perderla, o anche non capirla più. Guardare il cielo, godersi un meraviglioso tramonto, in luglio al Gianicolo, da solo su una panchina aspettando gli amici, e chiedersi se sia tutto un caso, una presa in giro: gli eventi si muovono uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, e non abbiamo nessuna vera libertà per cambiare le cose, anche quando crediamo di avere il potere, il controllo, di essere capaci di vivere bene senza fare del male, prenderci tutto e guardare anche le stelle.

Le fughe (e le lettere) di Alberto Moravia

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Il 28 novembre 1907 nasceva a Roma Alberto Moravia: ricordiamo lo scrittore italiano con un pezzo di Annalena Benini uscito sul Foglio, ringraziando l’autrice e la testata (fonte immagine).

Caro Morra, Sono tornato a Roma e tutto va già in quel modo assurdo che avevo già preveduto (…), poi c’è la T. che è tirannica senza perché, bisognerebbe che stessi tutto il giorno con lei e ancora non sarebbe abbastanza, gelosa della mia vita irrequieta in modo spasmodico – e siccome penso che vederci troppo non serve né a me né a lei credo che finirò per inventare qualche cosa, una occupazione fittizia – e le cose sono appena cominciate, figuriamoci in seguito.
Alberto Moravia, lettera a Umberto Morra

Non si è scoperto chi fosse questa signora o signorina T., a cui Moravia faceva riferimento in un lettera scritta tra il 1929 e il 1934, l’ultima di una raccolta appena pubblicata da Bompiani, Se questa è la giovinezza vorrei che passasse presto. Moravia aveva circa venticinque anni, e lei poteva forse essere una ragazza tedesca conosciuta a Sorrento, Trude.

Il libro di carta vola dritto nel futuro

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Questo articolo è uscito sul Foglio, che ringraziamo (fonte immagine).

C’è stato un momento, qualche anno fa, in cui farsi vedere con un libro in mano, o dentro la busta di carta della libreria, equivaleva ad ammettere di essere antichi. Superati, polverosi, resistenti alla modernità. Persone piene di fiducia nel futuro hanno buttato, regalato o venduto alle bancarelle la maggior parte dei libri posseduti, per l’euforia di fare spazio, di tenere tutto dentro un Kindle, di sentirsi liberi e nuovi, digitali e pronti per una vacanza in barca. In barca infatti bisogna sempre portare il Kindle, perché la salsedine rovina la carta e perché si viaggia leggerissimi.

Scrivere per restare viva. Marina Cvetaeva e la poesia

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Con questo pezzo, dedicato all’intensa relazione tra Marina Cvetaeva e la parola scritta, concludiamo la serie di Annalena Benini sulla poetessa russa apparsa sul Foglio. Ringraziamo l’autrice e la testata: qui la prima puntata, qui la seconda.

Mia madre è molto strana. Mia madre non somiglia affatto a una madre, scriveva nel 1918, a sei anni, Ariadna Efron. Un piccolo componimento su Marina Cvetaeva, il ritratto preciso, innamorato ma anche spietato di una ragazza con gli occhi verdi e la figura slanciata che “scrive poesie”, non ama i bambini piccoli e non loda i loro primi disegni (“un uomo? Questo sarebbe un uomo? No, Alja, non ci siamo, questo per ora è un mostro, devi fare ancora ta-a-nti disegni e riprovare mo-o-lto a lungo”).

La vita qui dentro

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Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Padova. All’ingresso ci sono Olivia e Braccio di Ferro, grandi come esseri umani adulti, salutano e fanno segno che andrà tutto bene. Pollice in alto, anche se non è vero. Pollice in alto, perché invece è vero. Andrà bene, o almeno andrà meglio, oltre quelle porte automatiche ci sono stanze colorate e medici vestiti come genitori, ci sono videogiochi e macchine potenti: c’è chi si prende cura della vita che resta. Di tutta la vita dentro e fuori un bambino malato, malatissimo, inguaribile. Il bambino a cui nessuno dirà: è passato, amore mio, adesso stai bene, non farci prendere mai più questo spavento. Un bambino che non chiede alla sua mamma: morirò?, perché non vuole farla soffrire di più. Sa che la risposta è: sì, sa che la mamma vorrebbe starci lei in quel letto con i pupazzi intorno, con il buchetto sul collo per respirare e il futuro che sfugge. La guerra è dichiarata, combattuta, persa: non si vince sempre, ma è difficile dirselo, ed è difficile per noi del mondo fuori sopportare il peso della sconfitta qui dentro, sapere che dietro a Braccio di Ferro, e nelle case, dietro le finestre accese la domenica pomeriggio, ci sono trentamila bambini che non guariscono.

L’amore (e il nonamore) di Marina Cvetaeva

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Pubblichiamo il secondo di tre articoli scritti da Annalena Benini dedicati alla poetessa russa Marina Cvetaeva, usciti sul Foglio. Se il tema del primo articolo era la maternità, qui l’argomento affrontato è l’amore. Il prossimo pezzo riguarderà la poesia.

Una donna per bene non è una donna, scrisse Marina Cvetaeva nell’inverno del 1919. Fu un terribile inverno di povertà, giovinezza e dolore, lei aveva ventisette anni, frequentava poeti, scrittori, pittori, attori di teatro, si infatuava di uomini e donne mentre il marito Sergej Efron era lontano, arruolato nell’Armata bianca: lei lo aveva sposato per amore e con amore gli rimase accanto, lo amò mentre era assente (Serena Vitale, la più grande studiosa italiana di Marina Cvetaeva, non esclude che Sergej si fosse arruolato in seguito al primo tradimento di Marina con suo fratello Petja, attore), lo amò anche mentre non lo amava più e andava incontro, tutta, al primo che passava per strada. A ognuno chiedeva amore smisurato e sfrenata tenerezza e libertà, a ognuno chiedeva che le provasse, attraverso l’amore, che lei esisteva davvero. Che era in vita. Ogni indizio terrestre, ogni bacio sognato in Marina Cvetaeva era un incendio dell’anima. “Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente”, scrisse a Aleksandr Vasil’evic Bachrach, un ragazzo di vent’anni di cui si era innamorata, o invaghita, a cui mandò molte lettere, parlò dell’anima, corresse le parole sbagliate o goffe, dedicò poesie, e a cui chiese, imperiosa: “Voglio da Voi, ragazzo, il miracolo. Il miracolo della fiducia, della comprensione, della rinuncia”.

Marina Cvetaeva. Tutti i muri sono ricoperti di versi

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Pubblichiamo il primo di tre articoli scritti da Annalena Benini dedicati alla poetessa russa Marina Cvetaeva, usciti sul Foglio. I tre articoli seguono una divisione per temi: la maternità, l’amore, la poesia.

Marina Cvetaeva chiamò la prima figlia, nata nel 1912, Ariadna. Un nome non russo, come invece avrebbe voluto il padre, e non semplice, come invece avrebbe voluto il nonno. “Ariadna. Ma è un nome che comporta responsabilità”. Appunto!, rispondeva lei nelle sue conversazioni immaginarie, nei taccuini che, assieme alle lettere di tutta la vita, costruiscono un preciso e straziante romanzo del Novecento. Il romanzo autobiografico e quasi involontario di Marina Cvetaeva, poetessa, critica letteraria, madre passata attraverso la Rivoluzione russa, la guerra civile, la solitudine e la povertà: accendere il fuoco con i mobili, i grandi amori incompiuti, la morte di una figlia piccola, le fughe e i ritorni, l’incomprensione del suo genio, scrivere ogni giorno, a qualunque costo, per nessun altro oltre che per sé, e infine morire, impiccandosi a un gancio a cinquant’anni, nonostante la fame di amore e di vita. “Io, credimi, mi sento troppo degna di tutta la bellezza del mondo per sopportare con pazienza ogni destino!”, scriveva a vent’anni, appena diventata madre di Ariadna, la bambina col nome colmo di responsabilità (e l’infanzia, anche), chiamata da tutti Alja.