Letteratura industriale

foto_fabbrica

Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

Ilva per principianti #2. Il mare che non c’è

ilva-taranto_650x447

Pubblichiamo un reportage di Ornella Bellucci tratto da «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto». Su RadioArticolo1 è possibile ascoltare i podcast dell’inchiesta radiofonica «Taranto sotto le ciminiere» curata da Ornella Bellucci nel 2009: dieci anni di storie di fabbrica e di vita che raccontano il perché si sia arrivati a questo punto.

di Ornella Bellucci

Io non sapevo quello che sanno i pescatori. Ebbi a che fare, in realtà, con un leone del mare, un irriducibile: voleva spiegarmi che il mare è ricchezza per tutti. Aveva sperimentato che costruendo gabbie nell’acqua e allevando pesci, col mare poteva creare mercato. Lino ce l’aveva nello sguardo, gli scorreva dentro, il mare. Patrizia, sua moglie, quando andava a trovarlo in carcere, gliene portava sempre una spugna imbevuta. Lui la strizzava fino a riempirsi le mani, le portava al viso – «il nostro mare» – e pian piano si lasciava andare.