La Roma fumettona di “Giallo banana”

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Questa recensione è uscita in versione leggermente diversa su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Nel corso di questi mesi, Giallo banana di Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante ha ricevuto elogi pressoché unanimi, a partire da quello di Antonio D’Orrico, che presentava e lanciava i due autori chiedendosi, non senza buone ragioni ed evitando, almeno per una volta, certe appiccicose iperboli alle quali ci ha abituato, se non avessimo trovato “i nipotini di Fruttero & Lucentini”: ad accomunare le due coppie, il gusto della parodia sociale, della satira di costume, dell’occhiolino intelligente a chi sia in grado di capire, nonché la pagina molto “scritta”, e scritta con eleganza formale e dispendio di forme espressive.

“La Roma bene”, insomma, dispone di un altro romanzo che ne documenti, più dei rapidi fasti, le lunghissime cadute: è nell’ancien régime dell’aristocrazia cittadina che ci muoviamo, apprendendo che il party più esclusivo, le animate terrazze romane, la festa immancabile, “esistono”. Tutto ciò che avviene, però, è osservato o potrebbe essere osservato dall’occhio inquisitore del “Cafonal” di “Dagospia”: il botox delle “facce traslucide”, la miseria etica dei marchesi “decadutissimi”, quella estetica della “giovane rampolla” dai modi angelici “che sorride a trentadue denti scoprendone uno aggredito da una foglia di prezzemolo” e la spietatezza della onorevole che avanza verso il buffet “sputando a terra il chewing gum che stava ciancicando per contrastare i morsi della fame”.

Dalla forma di formaggio alle forme di cultura, e ritorno

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di Lanfranco Caminiti

«Non era senza un vero dispiacere che per l’addietro, sostando davanti al negozio dei principali salumieri delle nostre città, non si potesse scorgere alcun formaggio di lusso che portasse un nome italiano. Fui il primo che, dopo lunga esperienza, riuscii a soppiantare l’importazione estera, mettendo in commercio i miei formaggi di lusso, uso Francesi»[1]. Parole di Egidio Galbani, lombardo, l’inventore del Formaggio del Bel Paese.

Con spirito che potremmo definire caseario–patriottico Egidio Galbani agli inizi del Novecento, in un tempo in cui i formaggi erano ancora perlopiù artigianali — la Valsassina è la “terra” da cui vengono le famiglie Cademartori, Ciresa, Galbani, Locatelli, Invernizzi, Mauri — e la cui distribuzione era limitata all’ambito locale, confeziona un prodotto per la tavola fabbricato in uno stabilimento industriale, appoggiandosi alla rete ferroviaria che andava irrobustendosi e corroborandola con una propria distribuzione attraverso furgoncini, e sostenendolo con un’innovativa campagna pubblicitaria: un successo enorme durato un secolo, oggi la Galbani è “straniera” come tanti altri prodotti italiani, della francese Lactalis dal 2006 [gli “uso Francesi” si sono riappropriati dell’imitazione italiana]. Davvero un grande spirito imprenditoriale, un “capitano coraggioso”.

Ascolti d’autore: Gaetano Cappelli

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Questa è la versione integrale dell’intervista a Gaetano Cappelli pubblicata sul numero di giugno di Outsider, all’interno della rubrica “Ascolti d’autore”, ideata e curata dal giornalista Pierluigi Lucadei per indagare i rapporti tra musica e letteratura. Qui le puntate precedenti.

«Il Grande Romanzo Italiano esiste e si intitola Parenti Lontani»: parola di Antonio d’Orrico. Gaetano Cappelli, lucano fifty-something, oltre che del romanzo-saga che gli è valso il Premio John Fante, è autore anche di altri fortunati titoli come “Volare basso”, “Baci a colazione” e l’ultimo “Romanzo irresistibile della mia vita vera raccontata fin quasi negli ultimi e più straordinari sviluppi”, oltre che viscerale e raffinato musicofilo.

Come definiresti la tua passione per la musica?

Esistenziale: nel senso che la musica è legata alla mia esistenza fisica e mentale. Non posso farne a meno. L’unico momento “silenzioso” della giornata è la sera quando, a letto, leggo romanzi.

Intervista a Alessandro Piperno

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Questo pezzo è uscito su Vice.

Mi trovo a pranzo con Alessandro Piperno di sabato, in un ristorante dei Parioli ben riscaldato, a tema oro-verde-legno molto autunnale, famoso per il suo tiramisù destrutturato e per le famiglie bionde che lo frequentano come fosse casa loro. Piperno è vestito con uno dei suoi completi da Sherlock Holmes, non ricordo bene quale, ma comprende sempre una pipa, una giacca comoda, degli occhiali, e colori da cucina inglese.

Pare che “Il senso della fine” di Julian Barnes sia un capolavoro? Ecco, è tutt’altro che così.

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Questa recensione contiene degli spoiler, non ovviamente quelli più importanti.

Perché parlano tutti bene del Senso di una fine di Julian Barnes?
Tutti chi? Beh, per esempio Alessandro Mari, Goffredo Fofi, Nadia Fusini, Alessandro Piperno, ma soprattutto la mirabile accoppiata Antonio D’Orrico & Gabriele Romagnoli col loro modo pubblicitario di scrivere di libri, e usare senza mezze misure la parola capolavoro, di una roba che se ti metti a leggerla in spiaggia ti ustioni, venghino venghino è arrivato il romanzo dell’anno, etc…

Carver, Ligabue e il rumore (a vuoto) di D’Orrico

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Sabato scorso su «La Lettura», inserto culturale del «Corriere della Sera», Antonio D’Orrico ha definito Ligabue “il Raymond Carver italiano”. Emiliano Sbaraglia ha scritto una lettera per dirci la sua.

Cara minima & moralia,

come molti ho conosciuto minimum fax grazie a Raymond Carver. O meglio, ho conosciuto Raymond Carver grazie a minimum fax. Era il 1998, si fantasticava di un’associazione culturale dal titolo “Panta Ray”, per cercare di diffondere la lettura di uno scrittore allora ancora poco conosciuto, ma già molto amato da chiunque lo leggesse. Un po’ quello che era successo (e che ora in Italia succede sempre grazie ai minimum) per uno dei suoi maestri riconosciuti, Richard Yates, che l’Esquire definì “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”, un altro di quelli che, penna alla mano, abbattono ogni convenzionalità e ogni categoria di genere. D’altra parte era lo stesso Carver a non voler sentir parlare di minimalismo e minimalisti, quasi quanto il vecchio Carlo Marx aveva in uggia marxisti e zone limitrofe.