L’editoria italiana e l’anno che verrà

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di Pierfrancesco Matarazzo

Dopo crisi, proclami di disfatta, riorganizzazioni, fusioni, acquisizioni e diaspore, il 2016 si apre per l’editoria italiana e per i lettori che in essa sperano, con molte attese per l’anno che verrà.

L’acquisizione di Rcs Libri da parte di Mondadori dovrebbe ricevere il parere dell’Autorità garante per la Concorrenza e il Mercato nel primo trimestre dell’anno, ma soprattutto vedremo i primi passi del gigante italiano dell’editoria che si troverà ad integrare marchi fino a poco tempo fa in lotta fra di loro (Mondadori, Einaudi da un lato e Rizzoli e Bompiani dall’altro, solo per citare i maggiori).

Albinati, Nori e la didattica della scrittura narrativa

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(fonte immagine)

In una striscia dei Peanuts – a suo modo una piccola lezione di scrittura – Snoopy è alle prese con il suo infinito romanzo. Seduto sul tetto della cuccia, le zampe sulla tastiera della macchina da scrivere, fantastica una serie di situazioni narrative fiammeggianti. Si sente l’immaginazione al lavoro, una fame di scene: quello che non si riesce a capire è come il beagle inventato da Schulz riuscirà a collegare tra loro i diversi nuclei drammaturgici. Un dubbio che presto evolve in tormento e che lo stesso Snoopy rende palese nell’ultima vignetta: «Ho paura di essermi stretto alle corde», pensa.

La città amara di Leonard Gardner

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«La fabbrica non assume personale al momento. Le squadre per le pesche sono al completo. Tornate quando i pomodori saranno maturi», annunciò un giovane dall’aria austera. Billy Tully ed Ernie Munger dovevano osservare sempre la fila degli ultimi, che porta in nessun dove, fosse essa per salire sul pullman dei pugili, o a bordo di quello degli stagionali della terra che guadagnano la giornata.

Fat City è l’unico romanzo, scritto magistralmente, di Leonard Gardner, oggi ottantunenne. Pubblicato nel 1969, è diventato un classico. Nel 1972 è stata fortunata anche la trasposizione cinematografica diretta da John Huston, che nel giudizio dell’autore conferì al film una certa autenticità. Fazi lo ripubblica col titolo Città amara (204 pagine, 17.50 euro), traduzione curata da Stefano Tummolini. L’autore, assumendo la prospettiva della natia Stockton, ha ritratto il sogno americano che si spegne all’alba. Questa è la storia di due boxeur semiprofessionisti, uno debuttante, l’altro neanche trentenne, il cui talento non varca il quartiere, che già si sente morire, del loro manager, dei loro amori e della sussistenza nell’America rurale della California Central Valley.

Speciale Walter Siti – terza parte

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Pubblichiamo un testo di Andrea Cortellessa e una sua recensione a Resistere non serve a niente uscita su doppiozero il 2 luglio 2012.

Vincere non serve a niente?

di Andrea Cortellessa
«Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte, o se non vengo per niente?» L’alternativa, fino a qualche tempo fa, non mi si poneva proprio. E invece – mi pare di non sbagliare: per una qualche ragione sottilmente sadomasochistica, proprio a partire dall’edizione successiva all’uscita di Senza scrittori – l’invito alla serata finale dello Strega mi arriva puntuale ogni anno. Ma solo stavolta sono restato incerto fino all’ultimo. Quest’anno poi, con mia grande sorpresa, il sempre gentile Stefano Petrocchi mi aveva anche invitato a far parte degli Amici della Domenica. Già allora, all’inizio dell’anno, i rumors davano per candidati alla vittoria due scrittori “veri”, Aldo Busi e Walter Siti. Non era elegante esplicitarlo, ma doveva significare qualcosa la coincidenza fra questa circostanza e l’offerta che mi veniva fatta. Già, ma cosa esattamente? Del resto anche Tiziano Scarpa, vincitore dell’edizione sbertucciata da Senza scrittori, era uno “scrittore vero”; e così due anni dopo Emanuele Trevi, perdente per un soffio. E cosa vuol dire la formula, poi ripetuta in tutte le salse, “stavolta ci sono gli scrittori veri”? Cos’è uno scrittore “non vero”? Di cosa parliamo esattamente, insomma, quando parliamo di Premio Strega? Domande senza risposta.

Tommaso Puzzilli ha fatto carriera

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul «Mucchio» di settembre, a Walter Siti.

di Tito Lima

Incontriamo Walter Siti nel suo appartamento a Prati, a pochi passi dai musei vaticani. Tra qualche settimana lascerà Roma per trasferirsi a Milano. È una torrida giornata d’estate. Nel pomeriggio i sismografi registrano una piccola scossa di terremoto nella capitale. Di altri terremoti, dell’anima e del corpo, e del potere del denaro nell’ultimo romanzo Resistere non serve a niente si occupa da sempre Siti, instancabile indagatore dell’uomo, italiano in particolare: ecco un grande autore contemporaneo.

Abbiamo il “vantaggio” di fare questa chiacchierata a qualche tempo dall’uscita di Resistere non serve a niente. Diversi commentatori si sono soffermati sul suo romanzo cogliendovi soprattutto un eccesso di pessimismo. Si aspettava questo tipo di reazione dominante?

Denaro e letteratura

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Pubblichiamo una recensione di Carlo Mazza Galanti, uscita su «Alias», su «Resistere non serve a niente» di Walter Siti (Rizzoli).

Non conosco altri scrittori che abbiano raccontato in maniera così documentata l’ambiente dell’alta finanza internazionale e i suoi addentellati criminali, aggiungendo inoltre quel tocco “glocal” che la tecnica di cut-up sul parlato dialettale tipica della scrittura di Siti è così appropriata ad esprimere e che difficilmente un romanziere americano (un Easton Ellis, per dire), dall’alto del suo centralismo linguistico e culturale, saprebbe riprodurre. Come spiega il narratore: “se c’è una superiorità che Morgan sente come liberatoria è aver potuto constatare di persona quanto la periferia non sia più periferica: conosce il progetto spaziale ucraino in Brasile, la mini-Beirut commerciale e godereccia a Ciudad del Este, le banche iraniane in Albania e la maxifonderia cinese in Uganda” (dietro il nome di Morgan si nasconderebbe un personaggio centrale dell’ampio Sistema che controlla buona parte del mercato planetario, fine teorico dell’inevitabile, strutturale, porosità esistente tra finanza e violenza, tra globalizzazione economica e reti clandestine, tra legale e illegale).

A proposito del futuro del libro in Italia. Prolegomeni per un’analisi cafonamente marxista dell’industria editoriale nostrana

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Qualche giorno fa un simpatico blogger e esperto di new media e di narrazioni digitali che si fa chiamare Gallizio in rete e che si è prestato come consulente per Mondadori ha invitato un gruppo di persone che si suppone siano anche loro esperte di editoria e new media a discutere del futuro del libro. Si era pensato dare a quest’appuntamento anche un nome e un hashtag: #narrativa12. Mi sono ritrovato così verso le sei e mezza al superlussuoso Hotel Philosophy a Roma, a farmi versare del té da un distinto cameriere in livrea, e poi a condividere insieme a una ventina di persone una stanzetta riunioni. La ventina di persone era variamente composta: c’era Antonio Franchini (chief editor della Mondadori suddetta), altra gente sempre della Mondadori (alcuni li conoscevo di faccia, alcuni li potrei definire amici tipo Carlo Carabba), e poi c’erano consulenti di Telecom, blogger, esperti di social media… Ora, dopo un po’ di imbarazzate autopresentazioni, Nicola Lagioia ha espresso a voce quello che era l’interrogativo che ci eravamo detti prima tra noi, io e lui, camminando nel gelo verso l’hotel di lusso: “È molto chiaro perché voi siete interessati a noi, mentre è meno chiaro perché noi dovremo essere interessati a voi”. Ossia: sembra palmare riconoscere che esista una realtà fertilissima di discussione sull’editoria 2.0, il selfpublishing, il libro digitale… e forse io e Nicola eravamo stati invitati lì nella quadriplice veste di lavoranti in una casa editrice, giornalisti culturali, autori, e animatori del blog minimaetmoralia.it. Ma che cosa avremo dovuto ascoltare?