I buoni, i criminali e i corrotti. L’Afghanistan post-2014

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Questo pezzo è uscito sul numero 9/2013 di MicroMega. Da venerdì riprendiamo il diario di Giuliano Battiston da Kabul. (La foto è di Giuliano Battiston.)

In Afghanistan la guerra dura ormai da dodici anni. Alcune settimane fa è entrata nel suo tredicesimo anno di vita, celebrato con l’ennesimo, triste record di vittime civili. Il paese attraversa uno dei periodi più delicati della sua storia recente, la transizione (Inteqal), il processo con cui la responsabilità della sicurezza viene trasferita dalle forze internazionali a quelle afghane. A un anno dal compimento della transizione, che avverrà alla fine del 2014, è tempo di tirare le somme: sul piano militare, gli americani e le forze che fanno capo alla missione Isaf-Nato sono stati sconfitti; sul piano simbolico, la comunità internazionale ha sperperato l’intero capitale politico di cui godeva nei primi anni post-talibani.

Aspettando i Talebani

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Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice:per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

Diario afghano

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Diario afghano – Kabul, tra propaganda e cardamomo

Kabul – Bombe che “piovono come polline”. Odore di cardamomo a ogni angolo di strada. Secondo un recente articolo uscito sul settimanale Panorama, sarebbero questi i “segni particolari” di Kabul. Vengo regolarmente in Afghanistan dal 2008 (un novizio, rispetto ad altri), quando per la prima volta ho attraversato via terra il confine che separa Iran e Afghanistan, da allora ho passato molto tempo nel paese (l’anno scorso 4 mesi), ma ancora non mi ero accorto dell’odore di cardamomo. A volerla dire tutta, girando per i quartieri di questo conglomerato urbano di almeno 3 milioni di abitanti, tirato su senza pianificazione, sventrato in passato dai muhajeddin che combattevano una sanguinosa guerra intestina e oggi da palazzinari più inquietanti dei nostri, l’odore dominante è quello di fogna. Un caratteristico, insistente, pervasivo odore di fogna a cielo aperto.