Nella mente a chilometro zero

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Antonio Pascale

Ci sono momenti durante i quali ci sentiamo tesi, ansiosi: sono troppi i problemi da affrontare. La desertificazione, il cambiamento climatico, il terrorismo, la foresta amazzonica: del resto, quasi sempre è colpa nostra. Così ci dicono. A volte messi all’angolo, costretti a fare i conti con le nostre responsabilità, ripariamo in un buon ristorante, una cena conviviale, per respirare un po’, insomma una pausa.

Il posto è bello, arredato con gusto (vecchie cassette di legno ospitano erbe aromatiche, dal soffitto pendono vasi con salvia e basilico, ah la natura) ma ecco che… ecco che si avvicina il cameriere: è diverso dagli altri. Te ne accorgi dall’espressione, la classica di chi ne sa più di te. Attendi, cominci a entrare in tensione. Lui illustra il menù, descrive i piatti – spesso mentre spiega si gira verso la cucina come a richiamare la presenza dello chef – e in chiosa ti segnala che: sono tutti prodotti di stagione e soprattutto a chilometro zero.

La frontiera e il mondo che cambia

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Del mondo sappiamo tutto e non sappiamo niente. Che ci vuole? Un giro in rete e possiamo guardare spazi e luoghi lontani. Eppure non sappiamo niente. Quanti siamo? Quanti europei? Quanti asiatici?

Naturalmente sono informazioni disponibili a tutti, appunto: siamo 7 miliardi e 400 milioni, di cui solo un miliardo nelle Americhe, uno in Europa e uno in Africa. Restano 4 miliardi di asiatici. Sappiamo tutto e sappiamo niente. Non sempre riusciamo a stabilire le necessarie connessioni tra gli elementi in gioco, così da tracciare una previsione e soprattutto elaborare una strategia politica. Per esempio, i statistici ci dicono che da qui al 2050 la formula del mondo cambierà ancora, sarà: 1-1-2-5, quindi, nove miliardi.

Antonio Pascale e le aggravanti sentimentali

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

È un’aggravante pensare alla felicità e non trovarla, oppure perderla, o anche non capirla più. Guardare il cielo, godersi un meraviglioso tramonto, in luglio al Gianicolo, da solo su una panchina aspettando gli amici, e chiedersi se sia tutto un caso, una presa in giro: gli eventi si muovono uno dopo l’altro, uno dietro l’altro, e non abbiamo nessuna vera libertà per cambiare le cose, anche quando crediamo di avere il potere, il controllo, di essere capaci di vivere bene senza fare del male, prenderci tutto e guardare anche le stelle.

Il mondo dall’alto

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Questo articolo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Antonio Pascale

In treno, accanto a me, ci sono due ragazze intorno ai trent’anni. Di fronte, invece, un signore anziano. Le ragazze stanno discutendo di lavoro, sono laureate in lettere, e dopo il dottorato si trovano poco e niente in mano, non lavorano o lavorano poco, quel poco che guadagnano lo spendono per l’affitto – e tra l’altro dividono l’appartamento (a Roma) con  altre persone.

La truffa della società egualitaria

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Questo pezzo è uscito sul Foglio. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

di Antonio Pascale

Sono a un convegno e sto guardando in aria. Non che mi annoi, anzi. Si dovrebbe discutere di letteratura ma il discorso è virato sul capitalismo e sul mercato. Molti – e anche atei – citano Papa Francesco e la sua enciclica, e vengono fuori spesso e un po’ a raffica le seguenti parole: corruzione, egoismo. Di contro, a mo’ di mantra protettivo: etica e beni comuni.

Figurine mondiali, seconda parte

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

Favole sulla finanza

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Questo pezzo di Antonio Pascale è uscito sull’ultimo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Antonio Pascale

Sono preoccupato perché quasi tutti parlano male di banche e finanza. D’accordo, la categoria non fa simpatia: «compagno di scuola ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei entrato in banca pure tu?». Tuttavia un conto in banca, modestissimo, lo posseggo, dunque voglio capire bene come funziona, altrimenti li tengo sotto il cuscino. Ma nelle discussioni sui media e new media non riesco a capire nulla. A parte l’odio dico, non imparo niente.

Sento Rampini che parla male delle banche. Vado giù al bar e che dice Lamberto (il barista)? Le stesse cose di Rampini ma in maniera molto popolare e grezza: c’ho mettono nel culo, ecc. Vado a scuola di mio figlio perché c’è autogestione e mi hanno invitato in quanto scrittore e che ti leggo? Cartelli così: «Restituite la sovranità monetaria e popolare all’Italia e al mondo, maledetti usurai!!!».

Ricordando Paolo Zanotti

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Se ne è andato Paolo Zanotti. E se ne è andato troppo presto. Un modo per ricordarlo è rileggere ciò che ha scritto. Pubblichiamo il suo contributo dall’antologia Best off, curata da Antonio Pascale nel 2005 per minimum fax.

La cella geografica

Stesa in margine a un’insenatura del Tigullio, fra pini, lecci e buganvillee, palme e pitosfori, Santa Margherita Ligure se ne sta vicina al mito di Portofino, nientemeno, e l’area protetta del monte ne preserva l’antico carattere di delizia di pochi, la Santa dei milanesi, dei pavesi, dei cremonesi, di qualche altro sperduto piemontese come me, che è da quando sono bambino che Santa mi ha preso, il mio primo mare e la mia prima estate.

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«Pronto Camilla? Sono Paolo».

«Ciao Paolo».

Gellert Tamas e le regole del giornalismo investigativo

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Questo pezzo è uscito su IL. (Immagine: Pontus Lundhal.)

Svedese, di origine ungherese, nel 1989 Gellert Tamas lascia un lavoro alla Croce Rossa per andare in Ungheria a cercare le sue radici, incappa nel crollo del comunismo e dà così via alla sua carriera di reporter. Tornato in Svezia mesi dopo, la trova cambiata: dalla vocazione alla neutralità e all’accoglienza il paese si ritrova spaventato dalla decisione dei socialdemocratici di aprire le frontiere e dare asilo a ottantamila profughi della guerra in Yugoslavia. Ma la Svezia non si riconosce xenofoba e impaurita, e Gellert è in poca compagnia quando decide di scrivere di violenze razziali: la polizia ancora non classifica come tali nemmeno i lanci di molotov contro i centri per l’accoglienza dei rifugiati.

Allergici ai romanzi

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Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita su «Europa», sull’antologia «Narratori degli Anni Zero» a cura di Andrea Cortellessa (Ponte Sisto).

«Questa non è e non vuole essere un’antologia di “belle pagine”». La sorprendente antologia di scrittori italiani che hanno esordito fra il 2000 e il 2010 – curata dal critico Andrea Cortellessa – è un’opera monumentale col piglio di una contro-antologia. Le 704 pagine di testi e apparati critici sembrano contrapporsi, per spirito polemico e scelta degli autori, a una antologia degli anni Zero che non esiste. È dunque una contro-antologia, ma di un’antologia assente.

Si intitola Narratori degli Anni Zero (Ponte Sisto, con introduzione di Walter Pedullà) e come tutte le raccolte di testi assemblate con competenza e autorevolezza non può che suscitare ammirazione, dubbi e inevitabili polemiche. Quali sono i criteri della scelta adottati da Cortellessa? Come si è già visto, non la bellezza delle pagine, né i contenuti («quest’antologia non fa alcuna concessione, in quanto a criterio di selezione, ai contenuti dei testi») e neanche lo stile: «Unico criterio osservato (…) è infatti quello della qualità».