Su Wagner e su Adam

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di Biancamaria Sacchetti 

Sin dai primi anni di coscienza, siamo soliti parlare di noi stabilendo itinerari univoci e limiti ben precisi. Ci viene automatico definirci con vocaboli e concetti che vanno a delineare il nostro profilo identitario, evitando così che qualcosa sconfini da quel sacro perimetro che sarà sì garanzia di equilibrio e senso ma anche la nostra più grande condanna.

Mi riferisco allo sterminato sottobosco che respira e si agita dietro una frase come: “Io adoro la poesia”, affermazione che, per la maggior parte dei casi, comporterà il sacrificio di altre attitudini e passioni. “Io adoro la poesia”, riecheggiano queste parole ed ecco allora che fenomeni carsici, a piede libero nel nostro inconscio,  scavano, consumano e formano ottuse consapevolezze: “Io, allora, non sarò mai per la matematica. Sono negato per la fisica e ogni altro tipo di scienza. Ci ho provato tanto, ma senza alcun esito positivo”.

La femminilità tra metafora, imposizione e scelta

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Questo intervento è stato preparato nel 2010 per il Festival dell’eccellenza al femminile di Genova. (Immagine: Roy Lichtenstein)

Parto da una confstatazione evidente: le donne sono state escluse per secoli dalla polis, ma lo stesso non si può dire della “femminilità”, della costruzione sociale e culturale del “genere” femminile, della rappresentazione che l’uomo, unico protagonista della storia, ha dato all’altro sesso, delle norme, dei ruoli, che nel corso della sua civiltà ha imposto per controllarne il destino e piegarlo a proprio vantaggio. Le donne si sono trovate così al centro di una contraddizione difficile da affrontare e modificare: la loro esaltazione immaginativa e la loro insignificanza storica.

Il femminismo e le strettoie della dualità

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Questo intervento è apparso sulla rivista Generi e generazioni nel 2001. (Immagine: Ettore e Andromaca, Giorgio de Chirico)

Nel novembre 1975 uscì un numero monografico della rivista “L’erba voglio” con il titolo Corpi e ultracorpi. Come redattrice mi ero presa l’incarico di estendere alle esperienze e ai linguaggi della vita sociale i temi che il movimento delle donne aveva messo al centro di anomale “pratiche politiche”, come l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio. Dopo lunga insistenza, convinsi un operaio dell’Alfa Romeo di Arese, Mario Casari, a descrivere il suo “viaggio quotidiano attraverso la catena di montaggio”, e Antonio Prete, allora docente in un liceo milanese, a spingere lo sguardo dentro un’aula scolastica per capire quale è il destino di un “corpo in classe”. Poco dopo lasciai la rivista, convinta di essermi accanita in un’ostinata maieutica per “far partorire gli uomini” come ultimo tentativo per non vedere il solco che la coscienza del rapporto tra i sessi aveva aperto anche all’interno del movimento non autoritario, che si era mosso su  percorsi analoghi. Ma alcuni passaggi di quelle “scritture del corpo”, estorte con l’insistenza ai terreni più difesi della cultura e della militanza politica, mi hanno poi accompagnata negli anni, a testimonianza di quanto sarebbe stato difficile anche per il movimento delle donne uscire dalle strettoie di una dualità – maschile/femminile, corpo/mente, individuo/collettivo, ecc. -, che resiste ai mutamenti rapidi della storia con la persistenza delle leggi naturali.