Stromae, un pagliaccio furioso e tenero

Stromae

È alto, sottile, vestito in modo sgargiante, con tanto di camicia a quadri colorati e papillon giallo: è Stromae. Canta, balla, fa le smorfie, scrive una lettera d’amore a una cantante morta, la diva dai piedi nudi, Cesaria. Si muove sul palco e sembra irreale, intangibile, la silhouette di un fumetto, una sagoma variopinta, con le gambe simili a trampoli e gli occhi verdi e profondi, cattivi o dolcissimi, disperati o robotici, innamorati, struggenti, a seconda della canzone. È un bastardo, è un figlio senza padre, è un malato di cancro, è una diva, è un dandy, è un paranoico, è tutto ciò che canta e racconta, da un pezzo all’altro, e se non lo è lo diventa, lo recita, si ricrea. È camaleontico, è un camaleonte emozionale, esplosivo, un cantore del caos dei sentimenti, dell’odio e dell’amore, capace di scuoterti e turbarti oppure di farti ballare senza riflettere, come muovendosi per te, commuovendoti o insultandoti. È un pagliaccio furioso, Stromae, qualcosa di mai visto, leggero nella profondità e tenero nella disperazione, nel disprezzo, nel cinismo, spietato con se stesso e con gli altri, con chiunque, con voi.

The Dark Side of the Moon. Riflessioni sulla persistenza delle emozioni

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Il primo marzo 1973 usciva The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Vogliamo festeggiare questo quarantunensimo anniversario con un pezzo di Marco Di Marco uscito nel 2009 sul sito di minimum fax.

di Marco Di Marco

«Capisci?, ero in questa stanza con il figlio degli amici dei miei, mentre fuori, nel resto della casa, c’era un party per gli adulti. Lui a un certo punto mi aveva visto annoiato e fuori posto alla festa e mi aveva detto: “Ok, vieni con me, adesso ci penso io”. Era la fine degli anni Settanta, avrò avuto tredici-quattordici anni, lui qualcuno più di me. Eravamo nella sua stanza, lui ha tirato fuori dell’erba e ha girato questa canna, abbiamo fumato, ed era la mia prima canna ma questo non ha importanza, poi mi ha messo le cuffie dello stereo sulle orecchie e mi ha detto: “Bene, ci vediamo tra un po’, e mi dici come va”. Ha appoggiato la puntina sul vinile, e si è chiuso la porta alle spalle, lasciandomi lì, un ragazzino strafatto d’erba, ad ascoltare uno dei più grandi dischi della storia, mentre fuori dalla porta c’è una festa. Dico, ti rendi conto?». Così mi raccontava, più o meno, una sera di qualche anno fa, uno scrittore americano mentre stavamo accovacciati a fumare sulle scale della Basilica di Sant’Andrea a Mantova, durante il Festivaletteratura. Eravamo partiti parlando dei Clash e di Sandinista!Somebody Got Murdered, Police On My Back e Ivan Meets G.I. Joe che facevano eco sonora a un’adolescenza che, credo per entrambi, avrebbe voluto essere più inquieta di quello che era stata – ed eravamo finiti a confessarci qualcosa di più intimo, di più morboso, custodito nella directory “Prime volte” delle grandi emozioni giovanili.