Fato e furia: intervista a Lauren Groff

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Lauren Groff da alcuni anni si è imposta all’attenzione del pubblico mondiale come una delle scrittrici americane contemporanee più degne di attenzione, ben prima del clamoroso di apprezzamento di Barack Obama che su People ha definito Il suo ultimo libro, Fato e Furia (edito in Italia da Bompiani) il migliore del 2015.

L’opera rappresenta indubbiamente uno sforzo creativo notevole, non solo per le centinaia di pagine profuse, ma per la costruzione complessa e non banale dell’impianto narrativo.

All’apparenza, il libro sembrerebbe narrare la storia di una coppia ricca e felice: Lotto e Mathilde, lui fascinoso e stimato scrittore di successo, lei moglie splendida, impeccabile, fedele e discreta compagna di tutta la vita.

Cosa c’entra dunque l’evocazione di due forze tragiche come il Fato e la Furia (plurale nell’originale)?

C’entra, eccome, perché tale è solo la superficie di un racconto ardito, falsamente speculare, giocato volontariamente su una dialettica sghemba e non riuscita, inseguendo le deviazioni impreviste del reale più che la perfezione fittizia e idealizzante dell’adattamento letterario.

Trump: genesi dell’autoritarismo nell’era iperconnessa

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Questo pezzo è uscito su Valigia Blu, che ringraziamo.

di Fabio Chiusi

“Il fascismo non è il nostro futuro”, scrive il New Yorker, commentando l’incredibile elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti. “Non può esserlo. Non possiamo permettere lo sia. Ma, di certo, è in questo modo che il fascismo comincia”. Su Twitter i meme, i bot, il trolling e l’ironia lasciano poco alla volta spazio al sospetto, poi alla paura, infine al panico. Decine e decine di sondaggi si polverizzano. L’asticella delle previsioni in tempo reale del New York Times oscilla impazzita da un estremo all’altro, passando da settimane di percentuali bulgare per Hillary  a un testa a testa e, da ultimo, una valanga senza via di scampo per l’avversario. Trump ha davvero vinto le elezioni.

Il Man Booker Prize a Paul Beatty

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Dopo aver ottenuto il National Book Critics Circle Award, Paul Beatty raddoppia con il Man Booker Prize, grazie al suo romanzo Lo schiavista, pubblicato in Italia da Fazi Editore. È la prima volta che questo riconoscimento va a uno scrittore americano. Di seguito riproponiamo un pezzo di Gabriele Santoro.

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.

Punto d’ombra: le fotografie di Teju Cole

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(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.

Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

Identità molteplici. “Appartenersi” di Karim Miské

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.

Per una storia del jihad

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Pubblichiamo di seguito un estratto dall’ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l’Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all’università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell’Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all’Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l’Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

E Cuba aspetta Godot

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

L’AVANA. A un certo punto, dopo più di due settimane a cercare il volto di quella che chiamano “la nuova Cuba”, tutto mi appare improvvisamente chiaro. Sono a Miramar, il quartiere delle ambasciate, a casa della scrittrice che ovunque in Europa chiamano per capire qualcosa di quest’isola caraibica che esattamente da un anno ha ricominciato a parlare con gli Stati Uniti dopo oltre mezzo secolo di gelo.

Le elezioni americane più atipiche della storia

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(nella foto, l’attore Jimmy Fallon impersona Donald Trump durante uno sketch con Hillary Clinton)

Il primo febbraio, con le primarie in Iowa, cominciano ufficialmente le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Jon Meacham, premio Pulitzer e vice presidente di Random House, nell’ultima puntata dello show di Bill Maher sulla HBO, ha sostenuto che per la prima volta nella storia delle presidenziali americane la riduzione al common sense nella quale le varie spinte apocalittiche hanno storicamente confluito non si verificherà e questa volta il centro non sarà in grado di reggere.

Effettivamente i sondaggi parlano di un Donald Trump strafavorito tra i repubblicani e di un Bernie Sanders in ascesa in campo democratico nonostante la blindatura di Hillary Clinton sulla nomination.

La letteratura come antidoto: intervista a Azar Nafisi

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(fonte immagine)

«La letteratura è un antidoto, un memento sul potere della scelta individuale, del resto come diceva Nabokov, i lettori nascono liberi e liberi devono rimanere». Nata a Teheran nel 1955, oggi Azar Nafisi è una cittadina americana — ed elettrice di Obama — ma la sua travagliata vita evidenzia come la letteratura possa essere un elemento attivo di resistenza. In un mondo materialista e schiavo della tecnologia, «necessaria almeno quanto superflua», la Nafisi è certa che solo l’educazione umanistica possa renderci consapevoli della necessità di continuare a tutelare le nostre libertà individuali. Il suo impegno attivo in patria l’ha resa invisa al regime dell’ayatollah Khomeini, divenendone una fiera oppositrice e la sua lotta per la cultura l’ha resa celebre in tutto il mondo, prima con “Leggere Lolita a Teheran” – bestseller tradotto in 32 lingue – e successivamente con “Le cose che non ho detto”, entrambi editi da Adelphi in Italia.

La Birmania pronta a scegliere il suo futuro

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Questo pezzo è uscito sull’Unità. Ringraziamo l’autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.