Un Tarantino nel palazzo di Siddharta

Django Unchained movie still

Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Per capire – oltre le ragioni dell’istinto – perché Django Unchained, ultimo film di Quentin Tarantino, unisca alla piacevole visione (come per ogni opera dell’autore di Pulp Fiction, ritmo dialoghi colonna sonora fotografia e incastri narrativi esplorano molto bene – come avrebbe detto Carmelo Bene – tutti i doveri del talento a dispetto delle umili possibilità del genio) la sensazione di una inutilità ormai storica, si può giocare a contrario la sua stessa partita, evocando qualcosa di solo apparentemente estraneo, allo scopo di assimilarlo e usarlo come chiave di volta. Per farlo, bisogna tornare ai mesi compresi tra 1991 e 1992.

Nel 1992 esce Le iene. Ma pochi mesi prima, il mondo del pop che ha ancora la musica come epicentro registra un terremoto (o meglio una sua reificazione) di cui si continua a parlare ancora oggi: Nevermind dei Nirvana. Non solo un album di rock alternativo sconquassa dopo tanto tempo il mercato musicale e le abitudini dei suoi fan, ma, per la prima volta, MTV inizia a trasmettere in modo compulsivo qualcosa che fino a quel momento era sembrato destinato solo ai circuiti marginali. La stessa cosa quell’anno accadrà a un altro gruppo musicale alternativo, i R.E.M.

Django e il control freak – Vendicarsi della storia

Django Unchained

Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.