Le parole che infettano: il virus e la pandemia linguistica

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Photo by alex bracken on Unsplash

di Armando Vertorano

Lo scorso 11 marzo l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato ufficialmente lo stato di pandemia. Già da qualche giorno si paventava tale possibilità, anche se il termine veniva ancora usato con discrezione, quasi come una parola tabù, una lemma/vaso di pandora che non andava rilasciato, per non scatenare tutti i mali sociali possibili.

E invece l’11 di marzo il vaso è stato aperto, la pandemia è entrata in pompa magna nel nostro linguaggio quotidiano, apportando un vero e proprio turning-point percettivo.

Prima di quella parola, la situazione ci sembrava ancora contenibile, da quel giorno invece nessuno ha più avuto dubbi sulla serietà del problema.

L’alfabeto di fuoco. Ben Marcus e l’immaginazione radioattiva

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

C’è un’epidemia di linguaggio tossico, l’umanità si sta ammalando di parole. Sembra una di quelle idee irresistibili per un prodotto commerciale: una serie young adult, un film dell’orrore. Portatori sani della malattia sono bambini e ragazzi; se loro parlano, gli adulti si ammalano e muoiono. La storia è raccontata dal punto di vista di un padre di famiglia: ascoltando la voce radioattiva della figlia adolescente (“con periodo di dimezzamento significativo”) “si provava un immediato senso di repulsione”. I sintomi di padre e madre sono: letargia, “quel formicolio a gambe e braccia che ci faceva trascinare i corpi come sacchi”, la “schiena ricoperta di chiazze rosse”. Prima o poi si moriva, e “le vittime erano prosciugate, prive di sali”.

Intervista a Michael Chabon

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È in edicola il nuovo numero di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Michael Chabon uscita su IL a settembre 2013. (Immagine: Getty Images)

Intervista ai tavolini di legno e vetro di un albergo di Capri, a venti metri dalla piscina, intorno il via vai pomeridiano assonnato degli altri ospiti del festival Le Conversazioni. Chabon interverrà in serata insieme alla moglie Ayelet Waldman.

Mi sembri un maniaco della scrittura, qual è il tuo metodo di lavoro?

Varia da libro a libro. A volte, raramente, un’idea mi arriva praticamente tutta formata, la vedo tutta insieme, e sento già come i diversi elementi faranno parte della storia e devo appuntarmeli rapidamente per non scordarli. E mi dico: e questo, e quest’altro, e poi succederà anche questo. Mi è successo solo due volte. Con Wonder Boys, il mio terzo libro. E con il libro che sto scrivendo adesso… Ma è troppo presto per parlarne in dettaglio… Altre volte mi viene un aspetto, un elemento, all’inizio, di cui sono sicuro di voler parlare.