Discorsi sul metodo – 10: Alan Pauls

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Alan Pauls è nato a Buenos Aires nel 1959. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Storia del denaro (SUR 2014)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Non ho un numero fisso di ore o battute, anche se ci sono delle regole: anzitutto cerco sempre di lavorare tutti i giorni, di mettermi a sedere e aver fatto qualcosa alla fine del giorno. In un giorno faccio due o tre pagine, sulle cinquemila battute. In un buon giorno faccio due o tre pagine buone. Ci sono anche giorni in cui ci metto molte ore per farle, a volte quando si scrive è importante anche perdere tempo, sono momenti in cui si tira il fiato e sono funzionali a quelli più produttivi. In ogni caso, nei giorni in cui le due o tre pagine faticano a venire, mi costringo a sedere, cerco di orbitare in qualche altro modo attorno a quello a cui sto lavorando: faccio schemi, prendo appunti, leggo cose collegate al libro a cui sto lavorando oppure nel peggiore dei casi mi mento a revisionare parti fatte in precedenza. La cosa cruciale è stare sul pezzo ogni giorno.

Robert Walser e il magnifico zero

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Questo pezzo è uscito su Blowup 170/171 (luglio/agosto 2012).

di Paolo Morelli

Se è vero che tutti i libri importanti sono nient’altro che manuali di orientamento, vere e proprie mappe nelle quali si entra per così dire, imparando senza quasi saperlo a districarsi nelle cose che ci succedono in vita, sono rari tuttavia quelli che si presentano come tali, puntando e indirizzandoci direttamente a una specie di metodo di apprendimento. Lo Jacob von Gunten si può leggere in questo modo, è godibile fino in fondo solo se viene ‘agito’, per così dire. A prima vista è il libro più inutile del mondo, a veder bene è invece utilizzabile per avvicinare diverse modalità cognitive, per un rapporto col mondo più pieno e godibile e meno scioccamente intrusivo e faticoso. Per tendere a far sì che quello che vogliamo coincida con quello che ci succede insomma.

Scritto nel 1908 quando Walser era ospite a Berlino di suo fratello, il famoso pittore Karl, rappresenta l’ultimo tentativo di avere, se non successo, almeno una certa considerazione. Il successo non arrivò e lui, sebbene subito amato da Kafka, Benjamin, Musil ed Hesse, avvertito il fallimento intraprese un’altra via che lo portò a tornare in Svizzera, ad accettare quello che Elias Canetti chiama il convento moderno, vale a dire il ricovero in strutture psichiatriche dove passò gli ultimi 27 anni, per morire poi nella neve il giorno di Natale del 1956, come aveva previsto e descritto più volte.

Nelle città

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Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Teju Cole raccontato da New York

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti “imperdibili” o “di culto”. Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

Scritture vagabonde

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.