La “buona scuola” e i cattivi maestri

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Questo articolo è apparso sulla rivista Gli Asini.
di Mauro Boarelli

Il progetto di riforma della scuola del governo Renzi è un documento molto diverso rispetto a quelli sullo stesso tema che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Il linguaggio è agile e fluido, furbo e ammiccante, pieno di riferimenti alle nuove tecnologie e ai social media, infarcito di anglicismi fino al parossismo (non senza qualche involontario effetto comico), tessuto intorno al binomio conservazione/cambiamento – vera e propria chiave di volta dell’approccio manicheo applicato dal nuovo leader all’intero sistema politico e sociale – e imbevuto della retorica della partecipazione (naturalmente da esercitare on line).

Sui giornali che chiudono

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Questo articolo è uscito su l’Unità.
Ogni volta che, negli ultimi anni, un giornale ha rischiato di chiudere, o ha finito per farlo, mi è capitato di pensare istintivamente a un capitolo dell’Orologio di Carlo Levi in cui si racconta l’estrema fatica di fare un giornale – ogni giorno, quindi ogni notte – nella Roma dell’autunno del 1945, a pochi mesi dalla Liberazione.

Levi era allora direttore di “L’Italia libera”, organo del Partito d’azione, ma il racconto che fa della vita redazionale vale per tutti i giornali che nascevano dall’esperienza del Cln, o che si andavano rinnovando dopo gli anni di guerra. Non c’era niente, mancavano soldi, risorse, perfino la carta: gli ultimi articoli si scrivevano in fretta e furia in un bugigattolo ricavato in tipografia, la luce andava via a singhiozzo interrompendo il processo di stampa per molte ore. Ma alla fine i giornali uscivano.

Forza Gramsci! Le tentazioni di Santanchè e il destino de “L’Unità”

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di Sara Ventroni

“L’Unità non deve morire”, il thriller dell’estate. La trama? C’è uno storico quotidiano di sinistra che rischia di chiudere. Migliaia di lettori mandano messaggi di solidarietà ma nessun capitano coraggioso corre in soccorso. Intanto, il più grande partito di centrosinistra volge altrove lo sguardo. A quel punto un’imprenditrice di destra – con molta mascella e senza scrupoli – minaccia di comprare un pacchetto azionario: già sogna, la perfida cuneese, di stappare un Dom Perignon accavallando i tacchi sulle edizioni rilegate delle annate clandestine.

Ma non siamo in un romanzo, e la realtà sa essere più amara dell’immaginazione.

Perché l’Unità rischia di chiudere davvero, anche se la redazione è viva e il giornale – come è accaduto lo scorso febbraio, con l’inserto per il novantesimo compleanno – è ancora capace di andare a ruba.

La dittatura degli slogan

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Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

È pressoché impossibile spiegare a chi non c’era com’era la vita sotto il totalitarismo. È pressoché impossibile spiegare non la storia, ma l’esistenza reale, la cappa di paura e conformismo, l’annullamento dell’individualità, i sogni segreti, le relazioni umane, la lingua. A volte lo fa la letteratura. Altre volte lo fanno affondi storici sui generis. “Evviva il canto del gallo nel villaggio comunista” di Gëzim Hajdari, appena edito da Besa, è allo stesso tempo l’una e l’altra cosa. Hajdari, poeta albanese tra i migliori, vive in Italia del 1992. Alcuni suoi libri (“I canti dei nizam”, “Corpo presente”, “Stigmate”…) sono stati pubblicati sempre da Besa. Non è ancora uscito in italiano “Epicedio albanese”, in cui viene raccontata l’eliminazione di una folta schiera di poeti e scrittori sotto il regime di Enver Hoxha, il più claustrofobico e surreale delle dittature dell’Europa orientale, insediatosi sull’altra sponda del mare Adriatico.