Ritratti di Sciascia

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

Quando in un’intervista dell’ottobre del 1978 chiesero a Leonardo Sciascia, che aveva da poco pubblicato L’affaire Moro, cosa pensasse del linguaggio delle Brigate Rosse, disse senza mezzi termini che si trattava di una «cosa proprio ossificata, senza vita, disanimata, una specie di burocrazia del fanatismo». Dopo aver sottolineato il singolare amore per le sigle dei brigatisti, come se fosse davvero possibile ridurre ogni forma di dominio, di attrito, di rapporto sociale a una sigla asettica, aggiunse di colpo: «Quelli che hanno scritto quei comunicati sono sicuramente gente che non ha mai letto un romanzo…»

In queste poche battute c’è tutto Sciascia. C’è la sua innata capacità di leggere i fatti attraverso dettagli apparentemente marginali, rovesciandoli come un calzino per afferrare un minimo di senso. C’è la volontà, costantemente assecondata, di analizzare il mondo attraverso la letteratura, e più precisamente attraverso un’idea volterriana di scrittura e di sguardo sulle cose storiche e politiche. E c’è infine il desiderio, parimenti assecondato lungo l’intero arco della propria esistenza, di non separare mai (crocianamente, avrebbe potuto dire lui stesso) quel che è poesia da quel che poesia non è, e quindi la critica letteraria dalla stessa critica del mondo.

“Maledetta!” Elsa Morante (e tutte le altre) in guerra con la madre

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini uscito sul Foglio ringraziando la testata e l’autrice.

di Annalena Benini

“Maledetta!”. Quando la madre si ritirò nella sua camera, Elsa Morante le infilò sotto la porta un biglietto con questa parola. E il punto esclamativo. La madre aveva violato il divieto assoluto di telefonare ai suoi amici quando lei, diciottenne, la sera faceva tardi a Roma. Aveva telefonato, qualcuno aveva risposto e le aveva passato Elsa, a casa si erano urlate di tutto, si erano rinfacciate quella vita insieme, troppo stretta, troppo vicine: la madre voleva entrare nel mondo della figlia, voleva sentire i suoi racconti, conoscere i suoi nuovi amici scrittori, voleva un po’ di gratitudine per quella grandiosa fiducia e per l’impegno che aveva messo per incoraggiare, esaltare, fin da quando era piccolissima, il genio di Elsa. Pretendeva anche, forse, un po’ della sua sconfinata giovinezza, un riflesso di quel talento che lei, per sé, non aveva potuto coltivare. Elsa Morante voleva che stesse fuori dalla sua vita. Si innervosiva. Aveva diciott’anni, aveva appena pubblicato un romanzo a puntate sul Corriere dei Piccoli e si vergognava di sua madre, una maestra. “Maledetta!”, le scrisse. Ma poco dopo si pentì e le infilò un nuovo biglietto sotto la porta. Questa volta c’era scritto “Benedetta”.