Variazioni su un tempo di mezzo

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Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

Perché Márquez, Wallace e McEwan sono finiti a Austin?

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Pubblichiamo un articolo di Riccardo Staglianò apparso su Repubblica e in seguito sul suo blog, ringraziando l’autore e la testata.

di Riccardo Staglianò

Norman Mailer prova a spiegare in una lettera a Bea, la prima delle sue sei ex mogli, che l’essere andato in escandescenze non fa di lui uno psicotico. Ian McEwan disegna la Terra e il sole al figlio William per fargli capire quanto, pur geograficamente lontani, restino emotivamente vicinissimi. David Foster Wallace mette in chiaro con gli studenti le draconiane regole di ingaggio del suo corso di inglese. Ci sono i manoscritti di John Maxwell Coetzee, rilegati da lui medesimo in cartone ondulato. C’è la foto in bianco e nero di tripudio domestico dove Mercedes Barcha bacia sulla guancia, nel giardino di casa, il marito Gabriel García Márquez che ha appena appreso di aver vinto il premio Nobel.

Che cosa resta da fare alla letteratura

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È iniziata la XIV edizione di Letterature, il Festival Internazionale di Roma e proseguirà fino al 30 giugno (qui il programma completo). Stasera saranno sul palco di Piazza del Campidoglio Robert McLiam Wilson, Mia Couto e Marco Missiroli; pubblichiamo il testo integrale del suo intervento, uscito in forma ridotta sulla Lettura del Corriere della Sera. (Fonte immagine)

C’è stato un tempo in cui Cormac McCarthy aspettava la paura. Accadeva appena prima della nascita del suo secondo figlio John, quasi venti anni fa, quando l’autore di Cavalli Selvaggi vegliava la propria casa texana con un fucile. Se qualche giornalista o curioso o bifolco si avvicinava troppo, lui sparava al cielo. È una leggenda, ed è comunque vera.

Poi suo figlio nacque, crebbe di qualche anno, e McCarthy depose il fucile per mettersi alla scrivania con la sua Olivetti Lettera 32. Aveva capito che il terrore, finalmente, era arrivato. Aveva i connotati di una storia da raccontare: un padre e un figlio che si difendono in un’era apocalittica. La fragilità McCarthyana germinava in quel protagonista che doveva garantire la sopravvivenza al suo bambino, salvaguardando la propria. È il ricatto massimo, non crepare per proteggere. È l’abisso narrativo massimo. McCarthy lo avverte, e quando comincia a insistere sui tasti dell’Olivetti è consapevole che le righe che sta scrivendo saranno per un libro a quattro mani: le sue, il cow-boy settantenne della letteratura, e quelle del suo bambino che cresceva e tornava a rivolgergli una domanda: «Papà, che cosa faresti se io morissi?», ascoltando una sola risposta: «Vorrei morire anch’io».

“Atti osceni in luogo privato”: intervista a Marco Missiroli

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Marco Missiroli è un romanziere senza più timori. Uno che non ha mai temuto il confronto con i grandi temi del romanzo europeo e americano. E che oggi, al quinto libro, dopo aver già sperimentato terreni spinosissimi e totali, come direbbe lui – tipo l’esistenza di Dio, il rapporto con il padre, il razzismo, la […]

La letteratura come dono: le lezioni di scrittura di Bernard Malamud

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Arriva oggi in libreria Per me non esiste altro. La letteratura come dono, lezioni di scrittura di Bernard Malamud (minimum fax). Pubblichiamo un estratto dalla prefazione del curatore Francesco Longo, ringraziando l’autore e l’editore.

Come l’innamoramento, anche la scrittura alterna stati di grazia a lunghi tormenti. Bernard Malamud percepiva così il suo talento letterario: una benedizione capace di sanguinare come una ferita». E dato che molti dei suoi personaggi tendono a perdere la testa per le donne, quella definizione vale anche per la loro inclinazione alla passione amorosa.

Che siano affetti da romanticismo acuto o che tentino di scrivere un romanzo, di notte i suoi eroi sono troppo scossi dalla vita e non riescono a dormire. Se dormono piangono nel sonno, a meno che i cuori non abbiano finito le lacrime. «Gli faceva male il cuore per la voglia che aveva di lei», si legge nel suo primo romanzo, Il migliore, del 1952. «Si torceva dal desiderio. Contemplò il proprio viso straziato nello specchio e lo fissò, al colmo dell’infelicità», si legge in Una nuova vita. Nel racconto «Natura morta», compreso in Prima gli idioti, sappiamo che Arthur Fidelman era innamorato e infelice quanto mai era stato». Gli uomini tremano, restano a guardare da lontano giovani fanciulle svanire dalle loro esistenze, non osano nulla a parte covare il malessere. Scrittori, aspiranti scrittori, biografi di grandi scrittori, docenti di scrittura, in scena tutti soffrono per amore e per l’arte letteraria cui aspirano.

Quanto Kafka c’è nell’uomo di Kiev di Malamud

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Questo pezzo è uscito su Europa.

Come tutti i grandi della letteratura, Franz Kafka non ha solo influenzato gli scrittori, ha cambiato anche per sempre la mente dei lettori. Senza Kafka non esisterebbero le categorie per interpretare la violenza con cui l’ingiustizia si abbatte contro un innocente, attraverso una raffinata architettura sociale e giudiziaria. Senza Kafka, non solo Bernard Malamud non avrebbe scritto L’uomo di Kiev, ma il pubblico non sarebbe stato in grado di leggerlo.

Di fatto, se si potesse sostituire il nome del protagonista del romanzo di Malamud con quello del protagonista del Processo, l’incipit di Kafka potrebbe essere la sintesi perfetta de L’uomo di Kiev: «Qualcuno doveva aver calunniato Yakov Bok, perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato».

Malamud racconta l’America più di una serie tv

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In occasione del centenario della nascita di Bernard Malamud pubblichiamo un articolo di Francesco Longo su Il commessouscito su Europa.

Si sente dire spesso che le serie tv (americane) sono la nuova letteratura. Di solito, per far ciò, si limita la letteratura a virtuosismi della narrazione e la si priva della sua vera essenza: l’irriducibilità del linguaggio letterario. Altre volte, si incensano scrittori perché sono abili a intrecciare generi diversi, o perché sfoggiano pirotecnici stravolgimenti della diegesi.

Bernard Malamud nel 1957 ha scritto Il commesso (minimum fax, pp. 327, euro 13,50) che in Italia è già stato pubblicato da Einaudi, ma a cui forse molti lettori approderanno ora per la prima volta.

Cento anni di Malamud!

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Il 26 aprile 1914 nasceva Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione di Alessandro Piperno a L’uomo di Kiev.

di Alessandro Piperno

Non avevo ancora compiuto nove anni quando mio fratello mi mise al corrente di ciò che Hitler, una trentina d’anni prima della nostra nascita, aveva fatto agli ebrei. Il dato strano è che quella spaventosa rivelazione non mi indignò. Forse perché l’indignazione è preclusa ai bambini. Ciò che provai fu soprattutto terrore. Un terrore vago che non aveva niente a che vedere con la paura della morte. A nove anni, la morte, tanto più se non ha ancora lambito il piccolo confortevole mondo che ti protegge, è un evento astratto e implausibile. A terrificarmi, almeno stando alla dettagliata relazione di mio fratello, era il calvario di cui la morte rappresentava l’epilogo. Un crescendo ineluttabile: la diffidenza degli altri, la delazione, la discriminazione, le confische, la perdita dei diritti civili, l’isolamento sociale, la clandestinità, la deportazione, l’esclusione dagli affetti indispensabili (mamma e papà), la nostalgia straziante per tutto quello che hai perduto, le privazioni materiali, le torture fisiche, il sacrificio dei capelli e della dignità, la fame, la sete, il freddo, l’emorragia di fluidi corporei.

La vita è una partita a flipper

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Questo pezzo è uscito sul Corriere della Sera.

I fallimenti umani sono una sorgente sacra per la letteratura. Tra le parabole di vite stroncate, i campioni sportivi che hanno rinunciato alla gloria formano una mirabile squadra a cui va aggiunto, da oggi, il talento sprecato di José Pagliara. Con la tipica struggente malinconia della promessa non mantenuta del calcio – per colpa di un fallaccio che spegne la sua carriera – José è il protagonista dell’esordio narrativo di Claudio Grattacaso, La linea di fondo, pubblicato da Nutrimenti. Per ventisette anni, José ha covato rabbia e nutrito il rancore contro il suo «carnefice» e ora la sua vita è insabbiata. La moglie, Barbara, è malata, vittima di ossessioni che la tengono in uno stato quasi vegetativo, la figlia ventenne, Irene, comunica col padre solo con gli sms ed è inevitabile che il protagonista conduca un’esistenza consacrata all’amarezza, a sfogliare fotografie sbiadite con uno solo desiderio: «tornarmene indietro nel tempo». Il gorgo delle riflessioni, le piaghe aperte dei rimpianti e il rimuginare sulle colpe sono oltretutto attività apparentemente vane: «la condizione di un naufrago – scrive Grattacaso – non cambia se scopre le cause che hanno fatto andare a picco la nave».

“Il commesso” di Bernard Malamud

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Torna in libreria Il commesso, il romanzo capolavoro di Bernard Malamud. Pubblichiamo la prefazione inedita di Marco Missiroli. (Fonte immagine)

di Marco Missiroli

Appena Bernard Malamud seppe di aver vinto il National Book Award si mise in strada e passeggiò a lungo. Camminò per le vie che conosceva e proseguì per alcuni isolati sperduti, quando sentì di essere stanco si addentrò in un parco pubblico. Si sedette su una panchina, era quasi sera, e ci pensò su. Non rifletté sulle conseguenze del premio letterario più importante d’America, gli venne in mente la madre. Era morta giovane lasciandolo solo con il padre, un droghiere gentile di Brooklyn senza lamenti e con la devozione per la famiglia. La madre e il padre, festeggiò così lo scrittore ebreo più importante e discreto degli Stati Uniti. Era il 1959 e lui aveva quarantacinque anni, un’esistenza alle spalle di mezza orfananza che gli aveva portato dozzine di mestieri, dalla fabbrica ai negozi alimentari, fino al concepimento di un romanzo capolavoro: Il commesso.