Sel, chi ha paura di capire?

flag sel

Riprendiamo un intervento di Enrico Sitta apparso sul sito di Sel.

di Enrico Sitta

È nota ormai al grande pubblico la situazione di Sel. Un manipolo di parlamentari lascia il partito verso altri lidi. I territori sono in fibrillazione, si grida al tradimento, si serrano le fila. Ma quale ė  la storia di questi mesi? Cosa è successo e cosa ci aspetta?

L’“impazzimento” dentro il nostro partito ha origine non dal congresso di Riccione quanto dal naufragio dell’esperienza di Italia Bene Comune. In quella fase in molti davano per scontato che si sarebbe andati al governo insieme, e che ad un certo punto i destini di Pd e Sel avrebbero anche potuto convergere. Lo scossone causato invece dalla beffa del “siamo arrivati primi ma non abbiamo vinto” seguito poi dal governo delle larghissime intese (ora più strette) e dalla presa del partito e del potere da parte di Renzi hanno sconquassato il fronte del vecchio centro sinistra. Forse, con le elezioni europee, definitivamente.

Sulla vittoria di Renzi

Italy's PM Renzi holds a news conference at an European Union leaders summit in Brussels

«Matteo Renzi è il leader ideale del partito cui vorrei fare opposizione, nel senso che – secondo una logica un po’ anglosassone – lo considererei una ragionevole alternativa di centro-destra a quella che io vorrei che fosse la mia forza di centro-sinistra». Ogni volta che in questi dieci giorni qualcuno mi ha chiesto cosa pensassi del trionfo del Pd di Renzi, mi è rimbombato in mente questo passaggio della mail che il mio amico Tullio mi ha mandato all’indomani del voto. Mi pare proprio così: abbiamo passato vent’anni a lamentarci che, per colpa dell’anomalia di Silvio Berlusconi, in Italia non esisteva una destra democratica, moderata, civile, europea: e ora eccola qua. Certo, magari non avremmo voluto che – come in Alien – uscisse dalla pancia della sinistra, fagocitandola. Ma è andata così.

Due generazioni allo streaming

grillo-renzi

Pubblichiamo un articolo di Massimo Recalcati uscito su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata.

La diretta streaming Renzi-Grillo è materia ghiotta per l’analisi non solo politica ma anche psicopatologica. Per il M5S è stata un’altra occasione persa per fare pesare la propria forza elettorale. Ma, nel tradimento da parte di Grillo del mandato popolare che aveva ricevuto dal suo popolo, dobbiamo leggere qualcosa di più sottile che ci consente di introdurre la lente di ingrandimento della psicoanalisi. Si tratta ancora una volta del rapporto tra le generazioni che è divenuto un tema politico e antropologico centrale del nostro paese.

Rispetto alla prima diretta streaming Bersani-M5S la rappresentanza generazionale appare in questo caso invertita: ora è il figlio ad essere presidente incaricato ed è il padre a rappresentare le ragioni dell’opposizione. Anche i turni conversazionali appaiono totalmente invertiti: al monologo disperato e paterno di Bersani si è sostituito quello iracondo e provocatorio di Grillo. Ma in un caso e nell’altro i figli tacciono o sono costretti, come in quest’ultimo caso, a tacere. Sono solo i padri che parlano. Ma con una differenza sostanziale. Nel caso di Bersani si poteva apprezzare tutto lo sforzo di un buon padre di famiglia per convincere i figli adolescenti e oppositivi per principio che la crisi obbligava a ragionare insieme e a congiungere le forze. Avevo a suo tempo paragonato questo tentativo a quello dello Svedese, mitico protagonista di Pastorale americana di Philip Roth di fronte al fondamentalismo adolescente della figlia ex terrorista e membro fanatico di una setta religiosa. Con Grillo invece la paternità assume tutt’altra connotazione. La sua voce non cerca dialogo, non riconosce alcuna dignità al suo interlocutore, non parla, ma accusa. Non intende ragionare sui contenuti ma definisce con sdegno l’impurità dell’avversario di cui si dichiara un “nemico fisico”.

Scritture primarie

cuperlo-renzi-civati

Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

Patria senza padri

Pubblichiamo un estratto da Patria senza padri. Psicopatologia della politica italiana di Massimo Recalcati, libro-intervista curato da Christian Raimo. (Immagine: A. Cristofari.)

Tu eri un ragazzo nel ’68 e un militante politico nel ’77.

Il ’68 e il ’77 non sono la stessa cosa né dal mio punto di vista personale (nel ’68 avevo otto anni) né dal punto di vista politico, però in entrambi i casi abbiamo un’esperienza collettiva della violenza all’interno di un conflitto tra le generazioni, nonostante il ’77 sembri, rispetto al ’68, antiedipico. Nel ’68 la matrice inconscia di tipo edipico è chiara: sono i figli della borghesia che contestano i loro padri e li contestano edipicamente invocando nuovi padri: Mao, Lenin, Marx. Non dei padri qualunque ma dei padri titanici, dei padri che hanno promesso di riscrivere la storia. Lo stesso nome di Stalin appariva negli slogan, nelle manifestazioni, era un riferimento tutt’altro che secondario. Nel ’77 ci fu il tentativo, solo apparente, di andare oltre i padri, di liberarsi dell’eredità edipica del ’68, tant’è che L’anti-Edipo di Deleuze e Guattari esce nel ’72 in Francia, da noi nel ’76 e diventa immediatamente, almeno per una certa componente del movimento, un polo di riferimento culturale importantissimo, di scavalcamento del Nome del Padre e di esaltazione di una organizzazione senza gerarchia, rizomatica, collettiva del movimento.

Il voto e i figli di Grillo

beppe grillo-FOTO ALPOZZI/INFOPHOTO

(Fonte immagine: ALPOZZI/INFOPHOTO.)

di Cesare Buquicchio

Le analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Italiano per svedesi

CALCIO: MILAN-LECCE

“L’Expressen”, uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l’Italia della vigilia elettorale esaurendo l’argomento in meno di cinquemila battute. All’epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola “condono”, sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l’uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l’Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico “veltro” (I Canto dell’Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell’ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

Ah ah ah. Ovverosia, per un’innovazione del linguaggio comico usato nella politica.

bersani-che-sorride

La (fiacca) battuta di Berlusconi su quante volte la donna alla convention di Green Power viene (con il comunicato aziendale che la donna si è divertita e si è sentita onorata, poi la controsmentita della donna che dice che non si è divertita né sentita onorata…), Crozza che fa l’imitazione (fiacchissima) di Berlusca a Sanremo […]

Dopo le primarie. Al Sud il PD sarà la nuova DC?

renzi_vendola_bersani

Questo articolo è uscito su Pubblico.

La vittoria di Bersani alle primarie del centro-sinistra, di buon margine su Renzi nelle regioni del centro-nord, è stata invece schiacciante nel mezzogiorno: in Campania il 69%, in Basilicata il 72%, in Puglia il 71%, addirittura il 75% in Calabria per riassestarsi in Sicilia su un 67% che è comunque più di quanto Bersani abbia ottenuto nella regione settentrionale che gli ha dato i maggiori consensi, la Liguria con il 65%.

Per comprendere l’exploit meridionale del segretario del PD bisogna fare un passo indietro, e tornare al confronto dello scorso 12 novembre tra i cinque iniziali aspiranti leader, gettati da SkyTg24 in ciò che sembrava un acquario stile XFactor per poi nella sostanza rivelarsi la più dolce delle acquasantiere. Ci riferiamo ancora al famigerato Pantheon della sinistra che Renzi si è affrettato a delocalizzare (Mandela e l’attivista tunisina Lina Ben Mhenni) e gli altri hanno invece portato più tradizionalmente sull’altra sponda del Tevere, tirando in ballo De Gasperi (Tabacci), la partigiana dell’Azione Cattolica Tina Anselmi (Puppato), un indeterminato papa Giovanni per Bersani (e dunque tutti i ventuno che hanno portato questo nome a dispetto dell’errore di numerazione pontificia), per finire con la più deludente e rivelatoria delle uscite, quella di Vendola.

Portate una manganellata ai vostri bambini

Sciopero generale, tensione e scontri a Torino

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine: Il Fatto Quotidiano.)

Il giorno dopo che Bersani annunciava coram populo televisivo che Giovanni XXIII era il riferimento fondante della sinistra italiana, qualche zelante funzionario del governo da lui sostenuto dev’essersi andato a rivedere il famoso filmato dell’11 ottobre 1962 – quando in una piazza San Pietro gremita, il papa buono pronunciò il discorso alla luna con la chiosa “Quando tornate a casa, fate una carezza ai vostri bambini e dite che è la carezza del papa” – e avrà pensato come attualizzarlo: si sarà messo a canticchiare una altrettanto celebre hit del maggio ’68, Una carezza in un pugno, e avrà poi provato a fare un detournèment di matrice debordiana, fino a trovare la chiave per tessere in un unico filo questioni come l’emergenza scuola, la disoccupazione di massa, il conflitto generazionale: così ben bardato da una divisa che l’ha reso anonimo, deve aver aspettato che le piazze del quattordici novembre si riempissero fino all’inverosimile di ragazzi, e solo a quel punto ha cominciato a menare manganellate a caso.