L’America dei Maravich: non è facile essere Pistol Pete

Maravich Louisiana State University

Sugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l’infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all’alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l’affrontò nell’esibizione di lusso Jugoslavia – Boston Celtics (torneo targato McDonald’s, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich».

Addio Uragano

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Riprendiamo, per salutare Rubin “Hurricane” Carter, morto a 76 dopo una lunga battaglia contro un tumore, questo pezzo già uscito su minima&moralia e pubblicato originariamente su Rolling Stone.

di Tiziana Lo Porto

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

La notte dell’uragano

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.