Sugli Smashing Pumpkins a Roma

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“Di tanto in tanto è bene controllare le cose che ci piacciono e quelle che non ci piacciono, per vedere se le nostre reazioni sono cambiate”, scrive Nicholson Baker nel romanzo Mezzanine. Il suo protagonista, Howie, sta salendo sulla scala mobile che lo porta a lavoro e si lascia andare a riflessioni e considerazioni e epifanie concentriche. Ecco, mentre gli Smashing Pumpkins – Billy Corgan, Jeff Schroeder, Nicole Fiorentino e Mike Byrne – suonavano lì all’ippodromo di Capannelle con gli aerei ben visibili in atterraggio verso Ciampino, nella polvere che si alzava e tra centinaia di smartphone e macchine digitali, con tutti quei ragazzi e ragazze (alcuni non più ragazzi/ragazze) con la maglietta ZERO, ripensavo a un po’ di cose: oltre, naturalmente, al fatto che un fulmine dovrebbe abbattersi su chiunque tira su il proprio iphone per immortalare pezzi di concerto che, sono sicuro, non rivedrà mai – perché la qualità audio è infima, perché metà schermo è occupato dalle teste di chi sta davanti – mentre chi sta dietro si limita a invocare il fulmine di cui sopra – e soprattutto perché ho come la sensazione che il 90% di chi registra pezzi di concerto conosca a malapena Disarm e Tonight Tonight. Fine del pensiero-snob e tanto sincero.

Il problema della ricezione

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Questo pezzo è apparso, a puntate e in forma diversa, su Artribune.

 1. Smashing Pumpkins, “Oceania” (2012).
“Dov’è la ribellione, quella vera, al giorno d’oggi?’”
Billy Corgan

The world is a vampire
The Smashing Pumpkins, Zero (Mellon Collie and the Infinite Sadness, 1995)

Uno degli aspetti più interessanti di come funziona la cultura contemporanea, ed in particolare l’apparentemente indefinibile ‘blocco psicologico’ che ha annullato la ribellione artistica e che inibisce ogni forma di innovazione autentica, è quello della ricezione. Sintetizzando al massimo, infatti, la domanda fondamentale potrebbe essere posta in questo modo: come può esistere un oggetto artistico rivoluzionario, se non esiste (più) il pubblico adatto a recepirlo e fruirlo? Se gli ascoltatori, i lettori, gli spettatori cioè non sono minimamente preparati e allenati a riconoscere un capolavoro – ma solo oggetti costruiti secondo codici e convenzioni molto rigidi e standardizzati – che fine fa il capolavoro?