Non fatevi fregare. La fantascienza possibile di Black Mirror, Dave Eggers e LRNZ

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

di Jacopo Cirillo

Definire esattamente i contorni e le caratteristiche univoche della fantascienza come genere è praticamente impossibile. Il campo di studio è amplissimo, i confini molto liquidi e gli autori diversi, a volte diversissimi tra loro. Iniziamo con quello di cui siamo sicuri, almeno: parliamo di fantascienza quando l’impatto di una scienza o di una tecnologia sulla società e sul singolo individuo determina il motore narrativo del racconto, del romanzo, del film, della serie tv.

Asa Nisi Masa o la memoria

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(Immagine: una scena di 8½ di Federico Fellini)

di Pietro Menozzi

Cosa avete fatto due sere fa? Provate a ricostruire visivamente quello che vi circondava: luci, oggetti, movimenti, abiti delle persone, ambiente sonoro e stato emotivo.

Ora immaginate un futuro prossimo in cui tutto ciò diventa ordinario – cose migliori per una vita migliore grazie alla tecnologia. Un hard disk delle dimensioni di un pistacchio (grain) incastonato alla base della scatola cranica archivia sistematicamente tutte le informazioni captate da pupille e timpani. Per tornare a due sere fa allora basta scorrere il grain, scegliere data e ora e proiettare sulla retina il video. The entire history of you, senza più vuoti di memoria, dal primo all’ultimo giorno della nostra esistenza ripresi senza sbavature. È la distopia spuntata messa in scena in uno degli episodi di Black mirror, miniserie made in UK che, comparsa due anni fa, fantastica sull’evoluzione del rapporto individuo-tecnologia-media.

Sede Vagante – I media e il Vaticano/1

Peter Macdiarmid_Getty Images

(Fonte immagine: Peter Macdiarmid/Getty Images.)

Quando guardiamo distrattamente un’edizione di un telegiornale e ci si presenta uno di quei servizi fatti di immagini di titoli di prime pagine, riprese generiche di traffico e passanti in centro città, difficilmente ci chiediamo da dove vengano, e come siano state realizzate. Come l’incedere delle colonne sonore di molti film, sono lì per non essere registrate, un sottofondo che serve soltanto a ambientare le parole pronunciate dal giornalista che firma il servizio, a dargli sostegno. Charlie Brooker, di cui si parla molto in questo periodo per la sua serie TV Black Mirror, in cui ogni episodio immagina un modo diverso in cui la vita umana prossimo-futura possa venire stravolta dall’uso della tecnologia, nel 2009 aveva dedicato un intero programma di due stagioni a decodificare come vengono create e diffuse le news, chiamato Newswipe.

Un segmento di un episodio, dal titolo How to Report the News e confezionato come il classico servizio costume & società, apriva con scene dalla city di Londra, seguite da Brooker in veste di corrispondente che parla in strada e poi dalle famigerate riprese dei passanti, il tutto accompagnato dalla sua voce che diceva: “Comincia qui, con una sciatta immagine di apertura di un qualche luogo significativo. Poi un preambolo enunciato dall’autore camminando verso l’obiettivo, ribadendo ogni cosa detta con un gesto della mano e ignorando tutti gli idioti che ciondolano attorno a lui, come se fluttuasse dentro Matrix, prima di fermarsi e fare una domanda: ‘E adesso?’ “.