Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni

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Sono davvero pochi coloro che nella propria arte hanno raggiunto l’eccellenza toccata da Leonard Cohen nella scrittura di testi poetici per canzoni. E se tra i tanti album mitologici che nel 2017 hanno compiuto cinquant’anni – Sgt. Pepper’s dei Beatles, Forever Changes dei Love, i debutti di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Doors, Velvet Underground – scelgo di celebrare Songs Of Leonard Cohen è perché in quel primo album la scrittura era già così limpida e imperfettibile che,se anche la carriera di Cohen si fosse chiusa lì, gli avrebbe garantito un posto tra gli immortali della musica.

Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.

#delusioneBobDylan

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Dopo aver celebrato il premio Nobel a Bob Dylan, ospitiamo questo intervento critico di Evelina Santangelo.

di Evelina Santangelo

Non intendo discutere ancora se il Premio Nobel a Bob Dylan sia stata una scelta giusta. E non lo voglio fare perché su questi discorsi pesa un’ipoteca che non mi sento di avallare, e cioè quali forme si possano legittimamente far rientrare nella Letteratura e quali no.

La Letteratura, l’arte della parola, è un universo vasto che non si può chiudere in recinti.

Il problema, a mio avviso, sta sempre nella potenza, nella forza dirompente di un immaginario, di un mondo d’invenzione, e della parola attraverso cui quel mondo e quell’immaginario si fanno discorso, trovando lì la loro forma esatta.

Detto questo, però, in tutta onestà, non posso che rimanere profondamente delusa dalla prolusione di Bob Dylan, e rimango delusa perché nel suo discorso non è mai andato oltre se stesso, il suo mestiere, le sue reazioni alla notizia, finendo poi con una considerazione come questa: «…come Shakespeare, anch’io spesso sono impegnato a perseguire i miei sforzi creativi e devo fare i conti con tutti gli aspetti delle questioni banali della vita. “Chi sono i migliori musicisti per queste canzoni?” “Sto registrando nello studio giusto?” “Questa canzone è nella tonalità giusta?”. Alcune cose non cambiano mai, anche in 400 anni.

Desolation Row

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Ripubblichiamo, ringraziando l’autore, un racconto apparso su Nazione Indiana, omaggio sin dal titolo (è una delle sue canzoni più belle) a Bob Dylan. Il racconto è disponibile qui nella lettura di Gemma Carbone.

La trovano così, seduta e stregata, mentre ascolta un pezzo di Debussy. Il cadavere del marito ancora caldo è steso a due metri da lei, sulla moquette appena lavata. È il mese di aprile e fuori soffia un vento caldo.

Scrivere per essere indipendenti: intervista a Hanif Kureishi

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Questo pezzo è uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Esiste una chiave per entrare nell’originale mondo di parole costruito da Hanif Kureishi, inserito dal Times nella lista dei cinquanta scrittori britannici più rilevanti nel secondo dopoguerra mondiale. È qualcosa di donato, Something given, il titolo dell’opera, che fornisce gli elementi necessari a comprendere la capacità di inventare una cifra stilistica, un mondo che prima non c’era, e l’essenza della scrittura di un autore così poliedrico. Se la Gran Bretagna è una forza culturale in Europa lo deve al multiculturalismo e alla diversità, sostiene Kureishi che apre al Palazzo dei Congressi la quindicesima edizione della Fiera Più libri più liberi con la lectio Scrivere per essere indipendenti.

Classe 1954, nato a Bromley, da padre pachistano e madre inglese, dove imperversavano gli skinhead. Il razzismo si respirava nell’aria e l’adolescenza consisteva nella ricomposizione creativa in un’identità di due universi, occidente e oriente. Dopo la divisione dell’India nel 1947, la famiglia Kureishi, appartenente alla media alta borghesia, vicini ai Bhutto, si era unita alle aspirazioni del Pakistan.

La guerra di Brian Turner

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Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway).

Don’t Think Twice, It’s All Right. Hegel, Bob Dylan e il Nobel per la letteratura

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di Francesco Campana

Il 13 ottobre 2016 è stato un giorno emotivamente impegnativo per chi ha a cuore la cultura, l’arte e la letteratura. Se ne è andato il Nobel Dario Fo, gigante del teatro, e Bob Dylan è stato insignito dello stesso premio per la letteratura. Le due figure sono certamente distanti, ma sono accomunate almeno da un aspetto: le polemiche che hanno suscitato al momento dell’assegnazione del prestigioso riconoscimento conferito dall’Accademia Svedese.

In entrambi i casi, ai preliminari riconoscimenti di rito – è sicuramente un grande attore…ha scritto delle canzoni straordinarie… – sono seguiti degli scandalizzati però,volti a criticare l’opportunità di tali attribuzioni e non di rado a screditaretout court il premio letterario in questione:però se lo meritavano anche altri poeti o scrittori; però il teatro e le canzoni non sono romanzi; però non è letteratura.

L’arte del racconto secondo Philip Ó Ceallaigh

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Philip Ó Ceallaigh sostiene di essersi trasferito a Bucarest perché voleva scrivere racconti. Nel 2000 all’età di trentadue anni si è sistemato dove è scomodo stare. Era primavera e viveva in periferia in un monolocale al decimo piano di una palazzina d’epoca comunista: «Non era esattamente un ghetto, ma nemmeno un quartiere alla moda». Costava poco e poté comprarlo, ma non aveva i soldi per riparare il soffitto. La pioggia penetrava nell’appartamento, a causa dell’umidità crescevano funghi sulla parete («erano multicolori, li avrei dovuti fotografare», dice).

Bucarest era in stato di decomposizione, dal comunismo al salto nel vuoto del libero mercato degli anni Novanta. E quel soffitto ne restituiva l’immagine: tutto crollava e nessuno sapeva come rattoppare. Dentro a quell’appartamento Ó Ceallaigh forse si è salvato la vita. Come i vicini di casa, prostitute che profumavano l’ascensore, giovani che più dei pensionati assomigliavano a relitti alla deriva, cercava la via di fuga all’assenza di senso: «Mi sembrava che perlomeno metà degli inquilini stesse impazzendo, confinati dalla povertà nelle loro stanze mentre il mondo di fuori collassava – ha scritto – . Ero il migliore scrittore irlandese non ancora pubblicato e delle volte, da ubriaco, mi gloriavo di questa follia sbracato nel buio da qualche parte».

A riparo dalla bufera. Il Nobel a Bob Dylan

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Celebriamo il premio Nobel per la letteratura assegnato al cantautore più grande riproponendo un collage-omaggio di scritti e video pubblicato in occasione dei suoi 75 anni (fonte immagine).

A caccia di un ingaggio

«Un giorno d’inverno un tale grande e grosso entrò dalla porta che dava sulla strada. Sembrava arrivasse dall’ambasciata russa, si scosse la neve dalle maniche della giacca, si tolse i guanti, li mise sul bancone e chiese di vedere una chitarra Gibson che stava appesa al muro. Era Dave Van Ronk. Burbero, una massa di capelli irti, l’aria di uno che non si scompone per niente al mondo, un cacciatore sicuro di sé. La mia mente cominciò a correre. Nessun ostacolo si frapponeva fra me e lui. Izzy staccò la chitarra dal muro e gliela diede. Dave toccò un po’ le corde e suonò una specie di valzer jazzato, poi mise la chitarra sul bancone. Proprio nel momento in cui l’appoggiò io mi feci avanti e mettendoci sopra le mani gli chiesi come si faceva a trovare un ingaggio al Gaslight, chi si doveva conoscere. Non stavo cercando di entrare in confidenza con lui, volevo solo sapere.