Di cosa parliamo quando parliamo di groupie

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

Nel 2000 il regista, attore e scrittore americano Cameron Crowe ridiede lustro alla figura della groupie con il film semi-autobiografico Almost Famous. Protagonista della storia è un giornalista adolescente che viene mandato dalla rivista Rolling Stone in tour con la sua rock band preferita per scrivere un reportage. Coprotagoniste sono un manipolo di incantevoli ragazze, capitanate da una certa Penny Lane, che in qualità di groupie accompagnano la band in tour e in modo anticonvenzionale ma efficace si prendono anche cura dell’educazione sentimentale del ragazzino.

Il detective selvaggio di Jonathan Lethem

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Photo by Daniel Vargas on Unsplash

Questo pezzo è uscito su Tuttolibri, l’inserto settimanale della Stampa, che ringraziamo.

C’è questo aneddoto che riguarda Bob Dylan e Leonard Cohen, insieme a bordo dell’automobile del primo. Bob desiderava mostrare all’Esimio Collega Canadese una proprietà da poco acquistata in California. A un certo punto la radio trasmise Just Like a Woman. Colpito ancora una volta dalla magia di quella canzone, Cohen ribadì a Dylan tutta la sua ammirazione nei suoi confronti. Al che, di rimando, Bob gli disse: «Sai, una volta un cantautore mi ha detto “Tu sei il numero uno, ma io sono il numero due”. In realtà, Leonard, io penso che tu sia il numero uno. Io sono il numero zero».

Probabilmente è così. Come è altrettanto probabile che non ci sia niente in comune tra Leonard Cohen e Donald Trump.

Sull’editoria di poesia contemporanea – #5: Guido Mazzoni

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Quinta puntata dell’inchiesta a cura di Francesca Sante sulla poesia contemporanea in Italia. Qui le puntate precedenti: Benway Edizioni, Alessandro Burbank, Franco Arminio, Franco Buffoni. (fonte immagine)

In Libri, editori e pubblico nell’Europa moderna (1977), Armando Petruccis crive a proposito di Gabriele Giolito, editore del Cinquecento, all’interno dei cui cataloghi troviamo molti successi editoriali del tempo: “Giolito comprese il processo di ampliamento del campo sociale della scrittura, e in particolare comprese che tra pubblico della poesia e poeti non c’è più la separazione profonda di una volta, ma che i due campi finivano sempre più per sovrapporsi: la folla crescente (e che chiedeva spazio tipografico per realizzarsi) dei petrarchisti tendeva ad assumere il volto e le proporzioni della folla degli alfabeti”.

Copertine, parole e musica: un’indagine sul rapporto tra forma e contenuto

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Gabriele Marciano Sguardo, forma, verità. Indagine multidisciplinare sull’esperienza conoscitiva ed estetica.

di Gabriele Marciano

Abiti e copertine

Il senso comune, da una parte, diffida delle complicate formulazioni filosofiche (soprattutto quelle attuali, sempre più astratte e lontane dal senso comune, come del resto lo sono anche quelle scientifiche), e preferisce soggiornare in quelle “isole di certezza” dove un tavolo è un tavolo e una pipa è una pipa (citazione non casuale del celebre quadro di Magritte che raffigurava una pipa, con la dicitura, in francese: «Questa non è una pipa». Più avanti si parlerà del rapporto fra contenuto apparente, o prossimale, e contenuto profondo, o distale). Come già detto, il realismo diretto rivaluta questo versante del senso comune, e sembra accusare la speculazione filosofica “avversaria” di eccessiva astrusità e di complicare senza motivo un tema così naturalmente semplice.

Bob Dylan e l’epos del Novecento

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Bob Dylan, la poesia, il Nobel, il suo tour infinito. Un approfondimento di Teresa Capello.

A Cover Story. Walter Benjamin e la ripetizione

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«Sul palco Like a Rolling Stone poteva sembrare più lunga ogni volta che l’ascoltavi, come se la lotta non consistesse più nel raggiungere la canzone, ma nel fuggirla». O ancora: è emozionante «vedere la canzone che canta se stessa, anche se, mentre lo fa, allude soltanto a quello che Dylan ne fece una volta». Sono alcuni frammenti del discorso amoroso di Greil Marcus su Bob Dylan e il suo pezzo-simbolo. Quando si tratta di mettere a punto la storia postuma del brano leggendario del 1965, Marcus parte dall’incapacità di Dylan di farne una versione simile all’originale. Dal suo fuggire il Rolling Stone. Dal fatto che sia proprio la canzone a sfuggirgli, a scappare. Decenni dopo, dopo averla lasciata agli interpreti, dopo averla eseguita centinaia di volte nel Neverending Tour, allo spettatore capita di vedere Dylan cantare«la canzone come se non appartenesse più a nessuno».

Preferisco l’insalata – La musica rock e il Great American Songbook

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di Paolo Bassotti

Il giovane punk scende le scale di un elegante teatro, acclamato dal pubblico in abito da sera. Canta My Way, tardo successo di Frank Sinatra, calcando la mano su un’interpretazione comunque caricaturale. Canta come una rana che volesse scoppiare, come una parodia dell’Elvis di Las Vegas, come se con una sola performance, ridendo in faccia all’ultimo sipario, potesse demolire quel monumento all’ego di Sinatra, e con esso l’intero concetto di intrattenimento per adulti. Applausi, urla di gioia. Il giovane punk tira fuori una pistola e uccide qualche spettatore entusiasta a caso, mostra le due dita (all’inglese) e se ne va.

Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni

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Sono davvero pochi coloro che nella propria arte hanno raggiunto l’eccellenza toccata da Leonard Cohen nella scrittura di testi poetici per canzoni. E se tra i tanti album mitologici che nel 2017 hanno compiuto cinquant’anni – Sgt. Pepper’s dei Beatles, Forever Changes dei Love, i debutti di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Doors, Velvet Underground – scelgo di celebrare Songs Of Leonard Cohen è perché in quel primo album la scrittura era già così limpida e imperfettibile che,se anche la carriera di Cohen si fosse chiusa lì, gli avrebbe garantito un posto tra gli immortali della musica.

Diciotto anni senza Fabrizio De André

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(fonte immagine)

Diciotto anni fa Fabrizio De André ha attraversato “l’ultimo vecchio ponte”. Ormai, siamo orfani maggiorenni della sua presenza schiva eppure prepotente, “ostinata e contraria”, irriverente eppure a suo modo spirituale.

Per ricordare il grande cantautore ho parlato con chi lo conosceva bene, Doriano Fasoli (un intellettuale in grado di scrivere un libro con Elémire Zolla e tenere testa a Carmelo Bene oltre che allo stesso Faber), del quale Alpes ha ristampato recentemente Fabrizio De André. Passaggi di Tempo, uno studio rigoroso a cui collaborò lo stesso artista genovese. Il libro è tuttora un punto di riferimento ineludibile per chi voglia approfondire l’opera di De André, impreziosito da una lunghissima conversazione con il cantautore e dai contributi di Mauro Pagani, Dori Ghezzi, Fernanda Pivano, Paolo Villaggio e Francesco De Gregori.

Tra Pasolini e Roth: intervista a Massimo Popolizio

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Massimo Popolizio è in scena (accanto, tra gli altri, a Fabrizio Gifuni e Massimo De Francovich) al Teatro Argentina di Roma fino al 18 Dicembre con la celebrata Lehman Trilogy, ultima grande messa in scena di Luca Ronconi, tratta dall’omonimo testo di Stefano Massini.

Come riassunto da Marta Marchetti nel suo saggio Guardare il romanzo. Luca Ronconi e la parola in scena (Rubettino): “La storia dell’ascesa e del declino di una grande famiglia di banchieri americani è raccontata in una fusione di spazio, tempo e azione che mette attori e spettatori di poterne fruire solo se disponibili a rischiare di rimanere bloccati su un dettaglio o di perdere proprio il particolare che può dare un senso al tutto (…) In questo modo procede tutto lo spettacolo, più di un secolo di storia economica e politica per la durata integrale di cinque ore e mezza…”.