La nuova letteratura iraniana

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Questo pezzo è uscito su pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Anche senza le sanzioni, «ci vorranno almeno dieci anni per colmare i vuoti culturali, le resistenze del passato. Per riaprire le relazioni commerciali basta una firma. Ma la cultura deve sedimentare». Studiosa di semiotica, letteratura comparata e narrativa inglese, la giovane Farzaneh Doosti guarda con cautela alla svolta diplomatica tra l’Iran e la comunità internazionale.

Musica celestiale: intervista a Rick Moody

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Non è un mistero che l’autore di Cercasi batterista, chiamare Alice, Tempesta di ghiaccio e Rosso americano sia un grande cultore della materia musicale, un autorevole critico, nonché un musicista con tre dischi all’attivo con la sua band The Wingdale Community Singers.

Mentre negli Stati Uniti esce il nuovo romanzo, Hotels Of North America, Bompiani pubblica Musica celestiale, corposa raccolta degli articoli musicali di Rick Moody: si tratta di articoli nell’accezione più dilatata e divagante del termine che, per dirla con l’autore, “si prefiggono di illustrare tutto ciò che nella musica cantata e in quella strumentale è in grado di sopraffare il sottoscritto”.

Bob Dylan secondo Francesco De Gregori

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Questa intervista è uscita sul Fatto Quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine)

di Malcom Pagani

A Roma immaginava topi attraversare Via Frattina, a Milano trova gatti nei navigli: “Ne ho appena visto uno passato a miglior vita, scorreva nel canale” dice serio, mentre altra acqua sta per scendere dal cielo e i lampi del suo nuovo disco – De Gregori canta Bob Dylan-Amore e furto – promettono più tempesta che consolazione. Non c’è quiete nelle 11 magnifiche canzoni che Francesco De Gregori manda nei negozi da oggi con Caravan/SonyMusic, iniziando un tour nelle Feltrinelli che precede quello nei teatri, al via dal 5 marzo dell’anno che verrà. Si scrive a un amico anche qui, in questa perfetta fusione tra le melodie di Dylan e la traduzione di De Gregori: “Che non è mai interpretazione perché tradurre è un conto, penetrare in quel che voleva dire Dylan è un altro. Non lo sa nessuno e il mio disco non lo svela. Io ho cercato di restituire la fedeltà dei testi e ho curato la musica al solo scopo di farla viaggiare”.

L’America nelle canzoni di Bruce Springsteen

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«Guidavo da solo sull’autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell’America che più ama, quella fondata sul lavoro.

Il grande deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

È stato immortalato dalle foto di Paul Strand e Anselm Adams, dai quadri di Georgia O’Keeffe e da un’infinità di canzoni country. Lì sono andati a vivere D.H. Lawrence e Cormac McCarthy, Frank Lloyd Wright e Dennis Hopper, Tony Hillerman e Bruce Nauman. E come loro decine di scrittori, artisti, architetti, musicisti, attori o registi che nel Southwest americano hanno deviato, temporaneamente o definitivamente, il corso di arte e vita.

Se nell’ottocento ci si andava per amore del pericolo, o per forgiare il carattere, il secolo dopo è diventato meta di chi va in cerca di spiritualità e armonia. Gli indiani navajo lo chiamano hozho, e si traduce “camminare nella bellezza”, o anche “essere in armonia con ogni cosa”, paesaggi inclusi. Si dice che le montagne del Southwest d’America siano sacre. “Se le montagne ti sono ostili te lo dimostreranno”, è una delle cose che ti vengono dette se ti trovi a passare qualche giorno nei paraggi di una delle infinite montagne della regione. E a quel punto l’unico desiderio che hai è compiacerle. Stabilisci una relazione quasi privata con la montagna che hai a portata di sguardo, e dopo qualche giorno di frequentazione diventa parte della tua vita al pari di una persona. Se non è la spiritualità ad averti avvicinato alla natura, di sicuro la natura del Southwest ti porta a essere più spirituale.

La frontiera non ha mai smesso di esistere. Leggende del deserto americano

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

È un libro talmente ricco, Leggende del deserto americano, con il suo continuo sconfinare lungo i campi della storia, del saggio antropologico, dell’inchiesta sociologica e del reportage narrativo, che può capitare di perdere il bandolo dell’enorme matassa che Alex Shoumatoff ha inseguito nel suo viaggio/racconto di una vita. Ci si può smarrire in una delle immense distese del New Mexico, o nei canyon dell’Arizona, o sulle rive del Rio Grànde, il fiume che segna il confine tra Texas e Messico, tra El Paso e la dannata Ciudad Juàrez – ed è uno smarrimento da far girare il capo, ora per la meravigliosa bellezza della natura incontaminata descritta e ora per la brutalità inconcepibile di massacri e scontri di civiltà.

Tra un manifesto e lo specchio e un’altra sigaretta. Una (lunga) intervista a Francesco De Gregori

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Alla quindicesima sigaretta del pomeriggio, Gitanes senza filtro, Francesco De Gregori dice: “E’ vero, vent’anni fa, ma anche dieci anni fa, non l’avrei mai fatto”. Andare a “X Factor”, ricantare Alice con Ligabue, scherzare con Checco Zalone, scrivere una canzone per un film di Paolo Genovese, fare un audiolibro su “America” di Kafka (e prima “Cuore di tenebra” di Conrad), entrare in un video di Fedez, non leggere cinque giornali ogni giorno, non guardare otto tg e sentirsi bene lo stesso, telefonare e dire: devi ascoltare assolutamente Caparezza, è meraviglioso. E passare le ore prima del concerto (il primo del tour di “Vivavoce”, a Roma) nei cunicoli del Palalottomatica non soltanto con i fonici, la band, il giovane cantante emozionato che aprirà il concerto, le Gitanes, il caffè e Ambrogio Sparagna che suona l’organetto in due canzoni riarrangiate assieme, ma anche sopportando lì seduto, o in piedi con la chitarra a riprovare Titanic, la cronista che accende il registratore e pretende di sapere che cosa c’è di diverso, adesso, in Francesco De Gregori. “Sarà per un fatto di maturità, e perché è cambiato il mondo intorno a me in meglio, ma è vero che è un po’ cambiato anche il modo in cui io lo guardo. Sono sempre stato aperto alle distanze. Se una cosa è distante da me non solo non mi fa paura, anzi mi eccita, ed è un processo assolutamente spontaneo, ma sostenuto da un ragionamento: so che non voglio chiudermi al mondo nell’area museale che potrebbe rappresentarmi perché ho scritto cinque, sei, dieci canzoni di quelle che rimangono. Non posso restare, nella mia testa, quello di Rimmel, io sono altro, sono anche Calypsos, Finestre rotte, non voglio fare il Bufalo Bill della canzone, che rievoca i tempi gloriosi del West su un palco a Sarzana o a Torino, e forse già inconsciamente lo sapevo nel 1976 quando ho scritto Bufalo Bill”. “Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi, la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere”. De Gregori parla e dentro le persone che vanno e vengono e lo salutano e un po’ ascoltano quest’intervista, parte una musica, non muovono le labbra ma si capisce che stanno cantando.

Il Paradosso Bolaño

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Questo contributo di Juan Villoro è uscito su Lo Straniero, che ringraziamo. La traduzione è di Giorgio De Marchis. (Fonte immagine

di Juan Villoro

La fama è un malinteso che banalizza i suoi beneficiati. Roberto Bolaño, scrittore e amico imprescindibile, è diventato leggenda.
Quando morì nel 2003, a cinquant’anni, noi persone che gli eravamo vicine sapevamo che i suoi libri avrebbero resistito al tempo, ignoravamo però che avrebbe ricevuto qualcosa che non aveva mai corteggiato: l’apprezzamento di massa. Come potevamo supporre che la sacerdotessa del rating televisivo, Oprah Winfrey, avrebbe raccomandato i suoi libri, che Patti Smith avrebbe messo in musica i suoi testi e che l’attore Bruno Ganz li avrebbe recitati in tedesco?
A New York, ho conosciuto due giovani scrittori che hanno pagato 50 dollari per le bozze di 2666 in modo da poter leggere quell’opera prima di chiunque altro, e in Messico ho conosciuto un aspirante poeta felice di aver accarezzato un cane nella città di Blanes che, a quanto gli avevano detto, da cucciolo aveva conosciuto l’autore di I detective selvaggi.

Anita, una marziana a Roma

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Questo pezzo è uscito su La Gazzetta del Mezzogiorno. E’ fisica, erotica, mondana per eccellenza, ma anche celestiale, con un sentore di divinità in terra o almeno di “marziana a Roma”, per parafrasare un titolo a venire di Ennio Flaiano. E’ l’epifania della svedese Sylvia, la meno che trentenne Anita Ekberg, in La dolce vita […]

La “VivaVoce” (senza retorica) di Francesco De Gregori

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Esce in questi giorni “VivaVoce“, la nuova raccolta di Francesco De Gregori. Pubblichiamo un articolo di  Malcom Pagani uscito sul Fatto quotidiano, e ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Il cane senza collare della musica italiana ha lasciato libero guinzaglio ai ricordi. A guardarci dentro, mentre passano davanti agli occhi crociere straordinarie e scommesse perdute sul fondo del caffè, sembra ancora ieri. La scena è cambiata, l’adolescenza divorata di certi suoi personaggi è diventata maturità virtuosa di chi sa rileggersi e anche “se tutto sta perdersi nel tutto e niente si può misurare più”, per valutare la grandezza di Francesco De Gregori e l’eternità di certi versi, VivaVoce (Caravan-Sony), è il metro adatto. Non una bolsa raccolta di successi e neanche, o almeno non semplicemente, un’enciclopedia del meglio di una produzione ultraquarantennale. Ma una rilettura completa- “onesta” sottolinea De Gregori- di 28 brani che ritornano storici proprio perché lasciano il mito dell’evocazione obbligata in quarantena.