Charles Mingus: «In altre parole io sono tre»

Mingus

In occasione dell’uscita del libro-intervista Mingus secondo Mingus di John F. Goodman, pubblichiamo un profilo di Charles Mingus firmato da Eddy Cilìa. Ringraziamo l’autore per la gentile concessione.

di Eddy Cilìa

«Sono Charles Mingus. Mezzo nero, mezzo giallo… ma non proprio giallo e nemmeno bianco quanto basta a essere identificato come tale. Per quanto mi riguarda mi considero un negro… Charles Mingus è un musicista, un musicista meticcio che produce musica bella, terribile, amabile, maschia, femminile, musica. E ogni tipo di suono: forte, piano, inaudito. Suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni, suoni… Uno che gli piace un sacco giocare con i suoni».

Si raccontava così – a una radio canadese, in un anno imprecisato (ho preso la citazione dal libretto di Epitaph, riordino ed esecuzione postuma di alcuni dei suoi spartiti più memorabili) – il più grande contrabbassista della storia del jazz e uno dei più grandi compositori – afroamericani e non solo, jazz e non solo – dell’ultimo secolo.

Un tè a casa di Paul McCartney: David Leavitt e la musica

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David Leavitt, il celebre autore di Ballo di famiglia, è uno dei venticinque scrittori intervistati da Pierluigi Lucadei nel suo libro Ascolti d’autore, pubblicato nelle scorse settimane da Galaad con una postfazione di Nicola Lagioia.

È vero che da bambino volevi diventare un cantante?

Sì, verissimo, ma purtroppo ero stonato.

Hai studiato qualche strumento?

Da bambino ho preso lezioni di chitarra da Linda Waterfall, una cantante folk ancora in attività, ma suonavo in modo terribile. Oggi, nonostante non suoni nessuno strumento, spesso sogno di saper suonare il pianoforte o il clarinetto. Soprattutto mi piacerebbe saper cantare. Se potessi cantare, sarei felice di smetterla con la scrittura.

Martina Testa intervista Ben Fountain

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Quando una traduttrice intervista uno scrittore: Martina Testa conversa con Ben Fountain, autore del romanzo È il tuo giorno, Billy Lynn! uscito per minimum fax nel 2013. 

di Martina Testa

Il tuo libro parla di un gruppo di giovani soldati americani impegnati al fronte in Medio Oriente che vengono riportati negli Stati Uniti e acclamati come eroi in un “Victory Tour” di due settimane, dopo che una loro missione viene filmata da una troupe televisiva e finisce su un tg nazionale. Dopo il tour di propaganda (che culmina in un’ospitata alla prestigiosa partita di football del Giorno del Ringraziamento), i ragazzi verranno rispediti al fronte.

Ammesso e non concesso che certe categorizzazioni abbiano un senso, se questo è un “romanzo di guerra” (è stato, in effetti, più volte paragonato ad altri romanzi di guerra, da Comma 22 di Joseph Heller al recente Yellow Birds di Kevin Powers), lo è in un senso molto vago, perché la guerra non si vede mai. Allora forse non è un romanzo di guerra? Tu come lo vedi?

È un romanzo che parla di un periodo storico – nel quale ancora ci troviamo – in cui gli Stati Uniti d’America sono impazziti. Le guerre in Afghanistan e in Iraq sono stati i sintomi più evidenti di questa pazzia, ma tutti gli altri elementi del romanzo – il football, le cheerleader, l’industria cinematografica, il capitalismo, la pubblicità, la religione – sono tinti di una loro particolare sfumatura di follia.

Carlo Mazzacurati e “La sedia della felicità”: intervista allo sceneggiatore Marco Pettenello

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Riprendiamo un’intervista del regista Matteo Oleotto a Marco Pettenello, sceneggiatore di La sedia della felicità di Carlo Mazzacurati, uscita su Kino Review.

di Matteo Oleotto

Nel 2004 Rai Cinema chiese a noi allievi dell’ultimo anno del Centro Sperimentale di Cinematografia di scrivere dei soggetti. Io scrissi una storia rigorosa, ambientata nella mia terra. Dopo alcuni giorni arrivarono i responsi e della mia storia dissero che “di Carlo Mazzacurati, in Italia, ne bastava uno solo”.

Da quel giorno, di Mazzacurati, ho voluto sapere tutto. Ho guardato con passione tutti i suoi film, quelli bellissimi e quelli meno riusciti. Ho seguito con attenzione le sue interviste. Non ho mai perso l’occasione di farmi raccontare da chi Carlo lo conosceva bene, com’era quest’omone che faceva film che sentivo così tanto vicini.

Addio Uragano

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Riprendiamo, per salutare Rubin “Hurricane” Carter, morto a 76 dopo una lunga battaglia contro un tumore, questo pezzo già uscito su minima&moralia e pubblicato originariamente su Rolling Stone.

di Tiziana Lo Porto

“Lo so che siete venuti tutti a vedere me. Bob Dylan non è così famoso”. Sul palco del Madison Square Garden il campione del mondo cercava di affermare la propria superiorità sul cantante mingherlino che tra poco avrebbe chiuso la prima parte del suo tour più leggendario.

Nati a otto mesi di distanza l’uno dall’altro, Bob Dylan e Muhammad Ali avevano in comune un cambio di nome e l’eroica determinazione nel non volere restare inglobati dalla cultura dominante e idolatrante. Eppure quella sera, al Madison Square Garden, erano venuti tutti a idolatrarli.

Il sentimento Ciudad Juárez

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

Ciudad Juárez è una città dello stato messicano del Chihuahua, a meno di un chilometro dalla frontiera con gli Stati Uniti. La cosa più famosa di Ciudad Juárez è il femminicidio. Nel 1993 è stato denunciato il primo omicidio di una donna, da lì in avanti un crescendo che ha portato il numero di donne ammazzate a circa quattrocento. Lo stato confusionale in cui si muove la giustizia a Ciudad Juárez fa sì che a oggi sia impossibile individuare gli assassini, e che sia impossibile evitare che la strage vada avanti, impunita e quasi leggendaria. Leggendario non è aggettivo politicamente corretto per descrivere un femminicidio, eppure rende perfettamente lo stato delle cose laddove sono più la letteratura, il cinema e la musica a denunciare i crimini commessi che la stampa locale e internazionale.

“American Hustle” – tornare sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato

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Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage – tra le molte cose interessanti – questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. InfattiAmerican Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

#onebook

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La scomparsa di certi libri mi preoccupa. Mi preoccupa così tanto che ci sono giorni che vado a comprare classici che non avrò mai tempo di leggere o che ho già letto perché così magari le librerie vedono che vendono e non li eliminano dagli scaffali. E ci sono notti che me li sogno. Sogno i libri.

Questa mia preoccupazione per la scomparsa dei libri è cominciata un paio di mesi fa. È andata così: una mattina sono andata a vedere al cinema La vita di Adele di Abdellatif Kechiche. In una delle prime scene del film, e poi anche più avanti, Adele legge La vie de Marianne di Marivaux. Finito il film sono uscita dal cinema e sono andata alla Feltrinelli più vicina a cercare La vie de Marianne di Marivaux. Negli scaffali Marivaux non c’era. Non c’era La Vie de Marianne, ma non c’era nemmeno Il trionfo dell’amore, che è un libro che quando l’ho letto ho amato moltissimo e ogni tanto ho anche regalato. Di Marivaux alla Feltrinelli non c’era proprio un bel niente. Ho chiesto al commesso. Ha cercato con me nello scaffale e niente. Poi è andato al computer, ha scritto Marivaux, e anche lì non è uscito fuori niente. Mi ha guardato e ha detto: Marivaux non c’è più. Ha aggiunto: si vede che non vendeva. Io da quel giorno penso spesso a Marivaux.

Da Dickinson a Dylan, e viceversa

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Sei nuove date italiane per il Never Ending Tour di Bob Dylan che dal 2 all’8 novembre sarà a Milano, Roma e Padova. Prima di allora Svezia, Norvegia, Danimarca, Germania, Svizzera e Olanda. E prima ancora l’America. La primavera scorsa ad Amherst, Massachusetts, per esempio, dove sono stati azzerati i sei gradi di separazione tra lui ed Emily Dickinson. Amherst dov’è nata, cresciuta e morta Dickinson e che per una notte ha ospitato una delle infinite tappe del tour di Dylan. Arrivo lì alle due del pomeriggio, ripartirò la mattina dopo, il tempo di visitare casa Dickinson e di vedere Dylan sul palco della Mullin Center Arena dentro il campus della University of Massachusetts.

Intervista a Richard Hell

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Questo è pezzo è uscito sul numero di luglio di Repubblica XL. (Fonte immagine: Wikipedia.)

La casa è un appartamento dell’East Village, Dodicesima Strada, quasi Alphabet City. Richard Hell è andato ad abitare lì nel 1975, e non se n’è più andato. Quattro piani a piedi e sono da lui.

Più tardi gli domanderò qual è il suo posto preferito di New York. E lui mi dirà: il mio appartamento.

Bassista e frontman dei Neon Boys, dei Television, degli Heartbreakers e dei Voivoids, autore della più punk delle canzoni punk Blank Generation, protagonista negli anni Settanta della scena proto-punk newyorkese, Richard Hell (Richard Meyers all’anagrafe) racconta adesso in un libro infanzia, adolescenza e giovinezza, fermandosi poi alla soglia dell’età adulta e a quel 1984 in cui abbandonò la musica per la scrittura. Il titolo del libro, I Dreamed I Was a Very Clean Tramp (Ecco, pagine 293, 25,99 $), lo ha preso da un racconto scritto a otto anni. Il racconto si chiama Bambino in fuga, è a pagina dodici del libro, parla di un tentativo di fuga andato a male, e finisce così: “Ho sognato che ero un barbone pulitissimo!” Nato e cresciuto a Lexington, in Kentucky, amico d’infanzia e compagno di scuola di Tom Miller (insieme a lui nei Neon Boys e poi nei Television come Tom Verlaine), a diciott’anni Hell va a vivere a New York per fare lo scrittore. Da allora a ora ha scritto canzoni, poesie, romanzi, diari, taccuini, saggi. Mentre entro a casa sua penso: “Quest’uomo fa esattamente quello che sognava di fare da ragazzino: lo scrittore a New York”.