Scritture primarie

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Pubblichiamo un articolo di Giuseppe Antonelli uscito sull’Indice dei libri del mese.

di Giuseppe Antonelli

Nel Pd scrivono in tanti. Alcuni, come Veltroni (che le primarie le vinse nel 2007) o Franceschini (che le perse nel 2009) anche racconti e romanzi che l’Indice ha puntualmente recensito. Ma quali libri hanno scritto i tre principali candidati alle prossime primarie per il segretario nazionale? Come li hanno scritti? E soprattutto: cosa si può dedurre dalla loro scrittura rispetto al loro profilo politico (che non sempre sarà necessariamente il sinistro)? Quello che segue è un esperimento di recensione comparata di alcuni libri di Giuseppe Civati, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi pubblicati a partire dal 2009, l’anno in cui Bersani fu eletto segretario.

Bello e impossibile

L’ultima riga del libro più vecchio, Basta zercar di Cuperlo (2009), recita così: “Primavera 2013 (o forse prima): il centrosinistra italiano vincerà le elezioni politiche”. Le prime righe dei libri più nuovi, Oltre la rottamazione di Renzi e Non mi adeguo di Civati (entrambi 2013), elaborano il lutto per la vittoria mutilata: “la sinistra realizza la straordinaria impresa di perdere elezioni politiche che sembravano già vinte” (Renzi); “gli elettori si erano espressi contro la grande alleanza che aveva sostenuto Monti, e se la sono ritrovata” (Civati).

#ScatolaNera 4: L’ultima intervista di Richard Yates

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Pubblichiamo il resoconto dell’ultima intervista che Richard Yates concesse poche settimane prima di morire a Scott Bradfield, giornalista dell’Independent. Questo pezzo è uscito nel 1992 ed è stato ripreso sul sito di minimum fax nel 2003, anno di pubblicazione di Revolutionary Road.

di Scott Bradfield

Richard Yates è stato lo scrittore americano di romanzi e short story più importante del dopoguerra, ma era un uomo estremamente difficile da avvicinare. Non pubblicava un libro da sei anni, e nessuno delle sue opere era in catalogo in Gran Bretagna. Ma nel 1989 ne erano state ripubblicate tre dalla divisione americana della Vintage, così chiamai loro. Telefonai quattro volte senza concludere nulla. Alla fine mi diedero il numero di un agente newyorkese, ma era fuori uso. Chiamai un’altra volta per sapere se fossero minimamente interessati ad aiutarmi a scrivere un articolo su un loro autore. Non lo erano.

Alla fine rintracciai Richard Yates a Tuscaloosa, sede dell’Università dell’Alabama, dove aveva insegnato l’anno prima per un breve periodo di tempo. Lo chiamai dall’appartamento di mio fratello a Chicago. “Grazie per essersi ricordato”, mi disse. La sua voce era rauca, e respirava con difficoltà: “Sono stato poco bene, sa, e dovrei ricoverarmi per alcuni giorni al V.A. Hospital, ma mi piacerebbe molto fare l’intervista, mi piacerebbe davvero”.
 Il giorno dopo lo chiamai di nuovo. Aveva appena saputo che il piccolo intervento chirurgico cui doveva sottoporsi era stato rinviato di alcune settimane: potevamo incontrarci.