Vacanze a Malindi

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, si prepara a un soggiorno cautelare a Malindi, luogo di care memorie prima repubblica, tuttora molto amato dai nostri connazionali anche in virtù di un mancato accordo di estradizione con l’Italia. Questo pezzo è uscito su Studio. (Immagine: Karin Kellner)

La spiaggia più malinconica d’Italia, i nostri caraibi in provincia di Brescia. Bisogna andarci, almeno una volta: anche se non è facilissimo; sono almeno otto ore di volo, i collegamenti sono cari; poche compagnie di charter, si può optare invece per la Ethiopian, che offre in business class cucine rinomate e soprattutto figure di businessmen locali diversamente magri, vestiti da Sopranos. Si fa scalo a Addis Abeba (codice Iata: ADD), magnifico aeroporto di modernariato pronto per shooting vintage, con molti caffé con narghilè e chaise longue di paglia in Frecce Alate dove ci si riposa senza scarpe, e risse per gli imbarchi che fanno sembrare Fiumicino efficientissimo. Al ritorno, su Atr42 turboelica, ci si ferma invece sul Kilimangiaro (codice Iata: JRO).

Per Franco Mancini

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In occasione del ritorno del Pescara in serie A, pubblichiamo un articolo uscito su «Alias» in cui Giuseppe Sansonna, autore de «Il ritorno di Zeman», ricorda Franco Mancini. A lui, scomparso di recente, Zeman ha dedicato la promozione.

“Chi credi di essere, Mago Merlino? ” la domanda era sempre la stessa. In beffarda cadenza lucana, rifilata da Franco Mancini all’allievo di turno. Appollaiato dietro la rete, come un suggeritore a teatro: “Quando arriva l’attaccante, tu tiri a indovinare, e ti accasci da un lato. Così ti bucherà sempre, tirando dall’altro”. Da fresco allenatore dei portieri, Franco distillava estratti della sua esperienza. In campo, lui, aveva sempre rinunciato a qualsiasi velleità da negromante. Era d’accordo con Camus, che aveva meditato sull’imprevedibilità della vita proprio facendo il portiere.

Il Mancio preferiva spianare il suo sguardo torvo, da bounty killer leoniano, sull’attaccante in corsa. Questione di attimi, di coraggio, di posizione. Rimaneva piantato sul terreno fino all’ultimo secondo. Le mani a tenaglia, i quadricipiti in ebollizione. Come davanti al Roberto Baggio juventino, quel pomeriggio di settembre, quasi vent’anni fa. L’imminente Pallone d’oro inventa uno stop a seguire da deliquio, sufficiente a polverizzare la difesa foggiana. Ritrovandosi al cospetto di un Mancini poco incline a franargli ai piedi, ad incensarne la grazia. Tempestivo nel rubargli il tempo e artigliare il pallone, lasciando il Divino a imprecare.