Discorsi sul metodo – 8: Tom McCarthy

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Tom McCarthy è nato a Londra nel 1969; il suo ultimo libro edito in Italia è C (Bompiani 2013)
Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende dai periodi, la giornata di lavoro può andare da zero a dieci ore, senza particolari costrizioni. La maggior parte del tempo non scrivo, o scrivo frasi sparse. Quando scrivo per così dire “normalmente”, senza mettermi sotto pressione, mi sa che faccio sulle mille parole in un giorno, ma la verità è che non ho questo tipo di approccio, tendo più ad alternare periodi di non scrittura a periodi di lavoro molto, molto intenso.

De Carlo, il primitivo elettrizzato

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Quest’articolo è uscito in versione ridotta sul Foglio del 31 ottobre 2014. di Matteo Marchesini «Che fa nel ritratto lo Scrittore? Scrive, che domanda!», diceva Sbarbaro pensando alle pose dei suoi colleghi più impettiti. Lo sfottò m’è tornato in mente leggendo Cuore primitivo (Bompiani), l’ultimo romanzo di De Carlo, che invita a fare il punto […]

Rogitare anziché investire in cultura a Roma (e altrove). La miseria dei privati ricchi.

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Da qualche giorno Repubblica Roma dedica molte delle sue pagine alla situazione della cultura nella capitale. Non sono pezzi teneri. Interpellato sull’argomento, ho ritenuto di dover parlare per una volta tanto dei privati. Quello che scrivo per Roma credo valga per molti altri luoghi d’Italia. Almeno nell’editoria, la sproporzione tra gli abbienti sensibili alla cultura e i reali investitori mi sembra penosa. Ho anche elaborato un mio personalissimo parametro di frequentabilità. Chiunque abbia un reddito annuale superiore ai 100mila euro (al netto delle tasse) e/o un patrimonio (immobili inclusi) superiore ai 2 milioni di euro e si lamenti dello sfascio culturale italiano senza aver investito denari o magari dissipato somme considerevoli sull’altare della causa, non mi si avvicini per le lamentazioni di rito a meno che proprio non mi voglia male e non abbia altri obiettivi nella vita. Se progressista, non si avvicini per le suddette lamentazioni a meno che non voglia male anche a se stesso.

Difficile negare che negli ultimi anni Roma abbia perso posizioni anche sul piano della sua importanza culturale. Mi limito ad analizzare il fenomeno guardando al settore che conosco meglio, editoria e letteratura. Da questo punto di vista la città sconta un paradosso. Da una parte, a livello di iniziative spontanee, c’è grande vitalità. Librerie indipendenti che organizzano serate a tema. Riviste. Reading. Associazioni culturali. Dall’altra, mancano contenitori di peso che tesaurizzino e moltiplichino le energie in circolo. Avere buoni muscoli ma niente biciclette. Ottimi piloti e niente motori.

Sempre sulla cinquina #2 Gianrico Carofiglio, “Il silenzio dell’onda”

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Fa fatica pensare di uno scrittore – che viene considerato uno scrittore tale da poterlo candidare allo Strega e con cui ho rapporti anche amichevoli – che invece sia un non-scrittore, o almeno uno scrittore di non-letteratura. Però poi uno si scontra con il fatto abbastanza incontrovertibile che Il silenzio dell’onda di Gianrico Carofiglio è un libro sostanzialmente brutto, o talmente mal riuscito da essere brutto. Non perché costruito male, o quantomeno non perché costruito così male, ma perché scritto proprio male.

Abbandonato il genere e gli scritti d’occasione (il Contromano Laterza su Bari, il saggio sempre Rizzoli sulla Manomissione delle parole), Carofiglio confeziona un testo superintimista, esiguamente narrativo, che ha l’ambizione di descrivere i grandi cambiamenti dell’anima con molte parole lapidarie e piccoli spostamenti dei corpi, ma che pagina dopo pagina cicca quasi completamente le sue ambizioni letterarie.