La cosa Russia

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Giocando con il titolo di un film di Fred Schepisi potremmo chiamarla «la cosa Russia», intendendo un’entità storicamente e politicamente fondamentale con cui la letteratura intrattiene un rapporto strettissimo.

Perché all’interno di quel territorio immenso che sembra confinare con il mondo intero – dall’Europa allo stretto di Bering, dalla Cina al Mar Glaciale Artico – le contraddizioni di cui si nutrono le storie sono innumerevoli. Apparsi negli ultimi mesi, tre libri si confrontano con la cosa Russia indagandone la strutturale complessità.

Scrivere per restare viva. Marina Cvetaeva e la poesia

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Con questo pezzo, dedicato all’intensa relazione tra Marina Cvetaeva e la parola scritta, concludiamo la serie di Annalena Benini sulla poetessa russa apparsa sul Foglio. Ringraziamo l’autrice e la testata: qui la prima puntata, qui la seconda.

Mia madre è molto strana. Mia madre non somiglia affatto a una madre, scriveva nel 1918, a sei anni, Ariadna Efron. Un piccolo componimento su Marina Cvetaeva, il ritratto preciso, innamorato ma anche spietato di una ragazza con gli occhi verdi e la figura slanciata che “scrive poesie”, non ama i bambini piccoli e non loda i loro primi disegni (“un uomo? Questo sarebbe un uomo? No, Alja, non ci siamo, questo per ora è un mostro, devi fare ancora ta-a-nti disegni e riprovare mo-o-lto a lungo”).

L’amore (e il nonamore) di Marina Cvetaeva

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Pubblichiamo il secondo di tre articoli scritti da Annalena Benini dedicati alla poetessa russa Marina Cvetaeva, usciti sul Foglio. Se il tema del primo articolo era la maternità, qui l’argomento affrontato è l’amore. Il prossimo pezzo riguarderà la poesia.

Una donna per bene non è una donna, scrisse Marina Cvetaeva nell’inverno del 1919. Fu un terribile inverno di povertà, giovinezza e dolore, lei aveva ventisette anni, frequentava poeti, scrittori, pittori, attori di teatro, si infatuava di uomini e donne mentre il marito Sergej Efron era lontano, arruolato nell’Armata bianca: lei lo aveva sposato per amore e con amore gli rimase accanto, lo amò mentre era assente (Serena Vitale, la più grande studiosa italiana di Marina Cvetaeva, non esclude che Sergej si fosse arruolato in seguito al primo tradimento di Marina con suo fratello Petja, attore), lo amò anche mentre non lo amava più e andava incontro, tutta, al primo che passava per strada. A ognuno chiedeva amore smisurato e sfrenata tenerezza e libertà, a ognuno chiedeva che le provasse, attraverso l’amore, che lei esisteva davvero. Che era in vita. Ogni indizio terrestre, ogni bacio sognato in Marina Cvetaeva era un incendio dell’anima. “Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente”, scrisse a Aleksandr Vasil’evic Bachrach, un ragazzo di vent’anni di cui si era innamorata, o invaghita, a cui mandò molte lettere, parlò dell’anima, corresse le parole sbagliate o goffe, dedicò poesie, e a cui chiese, imperiosa: “Voglio da Voi, ragazzo, il miracolo. Il miracolo della fiducia, della comprensione, della rinuncia”.

Marina Cvetaeva. Tutti i muri sono ricoperti di versi

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Pubblichiamo il primo di tre articoli scritti da Annalena Benini dedicati alla poetessa russa Marina Cvetaeva, usciti sul Foglio. I tre articoli seguono una divisione per temi: la maternità, l’amore, la poesia.

Marina Cvetaeva chiamò la prima figlia, nata nel 1912, Ariadna. Un nome non russo, come invece avrebbe voluto il padre, e non semplice, come invece avrebbe voluto il nonno. “Ariadna. Ma è un nome che comporta responsabilità”. Appunto!, rispondeva lei nelle sue conversazioni immaginarie, nei taccuini che, assieme alle lettere di tutta la vita, costruiscono un preciso e straziante romanzo del Novecento. Il romanzo autobiografico e quasi involontario di Marina Cvetaeva, poetessa, critica letteraria, madre passata attraverso la Rivoluzione russa, la guerra civile, la solitudine e la povertà: accendere il fuoco con i mobili, i grandi amori incompiuti, la morte di una figlia piccola, le fughe e i ritorni, l’incomprensione del suo genio, scrivere ogni giorno, a qualunque costo, per nessun altro oltre che per sé, e infine morire, impiccandosi a un gancio a cinquant’anni, nonostante la fame di amore e di vita. “Io, credimi, mi sento troppo degna di tutta la bellezza del mondo per sopportare con pazienza ogni destino!”, scriveva a vent’anni, appena diventata madre di Ariadna, la bambina col nome colmo di responsabilità (e l’infanzia, anche), chiamata da tutti Alja.

Una finzione di patria: la Russia postsovietica e le sue ferite aperte

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Questo pezzo è uscito su Alias. (Immagine: Limonov e  Zachar Prilepin.)

di Valentina Parisi

Lo Stato non è la Patria, così Michail Bakunin nella lettera omonima indirizzata ai compagni anarchici italiani deplorava la tendenza della gioventù mazziniana a sacrificare invano la propria vita per la nebulosa “finzione metafisica” di uno Stato unitario e centralizzato. A questa astratta chimera il rivoluzionario russo contrapponeva l’“amore naturale del popolo” per una Patria universale, identificata con “il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini (…) di vivere, pensare, volere, agire a proprio modo”. Difficile stabilire se Zachar Prilepin sia partito proprio da qui per inalberare il vessillo letterario di un attaccamento viscerale alla patria – una passione a suo dire “necessaria” e inevitabile, al pari di ogni altra vertigine amorosa estranea alla nozione di scelta razionale. Tuttavia non è difficile intravvedere una sorta di rifiuto á la Bakunin a identificare Stato e Patria dietro il corto circuito emotivo che di recente lo ha spinto a incrociare le lame con Emmanuel Carrère, il celebrato autore del “romanzo” Limonov, ispirato al letterato fondatore del partito nazionalbolscevico in cui Prilepin ha militato da giovane (Adelphi, 2012).