El Camino, La strada di Jesse Pinkman

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Attenzione, questo pezzo contiene numerosi & inevitabili spoiler.

Sulla falsariga dei finali nelle tragedie shakespeariane, la puntata che chiude Breaking Bad vede diversi cadaveri distesi sulla scena. L’ultima trovata di Walter White per far fuori la gang di spacciatori nazi con cui pure aveva collaborato – come sappiamo, da un certo momento in avanti Walter non è uomo da troppi calcoli morali – è una raffica di proiettili che ammazza i suoi nemici e se stesso. Solo un uomo è sopravvissuto alla carneficina: Jesse Pinkman, il primo partner di Walter White/Heisenberg. Il legame tra i due – improntato a una logica padre-figlio, seppure White non sia certo un padre modello per Jesse… – si spezza con la morte dell’ex professore di chimica. Jesse, carico di cicatrici, reduce da una prigionia spietata, barba lunga e incolta, il cervello decisamente in pappa, siede al volante della Chevrolet El Camino di Todd e tenta la fuga.

Per chi fai il tifo? Breaking Bad  : dalla parte del cattivo

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Questo articolo è contenuto nella pubblicazione Storie (in) Serie, a cura di Carlotta Susca e Antonietta Rubino, consultabile qui.

di Carlotta Susca

Robin: You’re really telling me that when you watch The Karate Kid, you don’t root for Daniel-san? – Who do you root for in Die Hard?

Barney: Hans Gruber, charming international bandit. At the end, he died hard. He’s the title character.

R.: Okay, The Breakfast Club?

B.: The teacher running detention. He’s the only guy in the whole movie wearing a suit.

R.: I got one. Terminator.

HBO: del potere di un acronimo e l’eco dei suoi racconti

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Fare cinema in America negli anni tra i ’30 e i ’50 del Novecento significava in primo luogo assoggettare un film alla sua casa di produzione. Allo stesso modo, guardare un film americano significava in primo luogo associarlo al suo produttore. Era l’epoca d’oro di Hollywood, quando le major si producevano i film e li proiettavano nelle loro sale.

Correva l’anno 1942 quando Orson Welles cominciò a prendere le distanze da Hollywood. Dopo che l’RKO massacrò L’orgoglio degli Amberson, tagliando ove riteneva, rimaneggiando, e stravolgendo il finale a suo piacimento. Ci interroghiamo tuttora su come qualcuno avesse potuto anche solo pensare di mettere le mani su un capolavoro come quello; che poi una casa di produzione (assolvibile in acronimo!) fosse stata davvero capace di farlo, infierendo severamente, è ormai storia del cinema.

20 anni di “Friends”

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di Enrico Giammarco Riapriranno il Central Perk, per un mese, come si fa nelle celebrazioni importanti. Il ventennale dalla prima messa in onda (22 settembre 1994) di Friends, una delle più famose, premiate e fortunate sitcom della storia, arriva in un momento di crisi per il settore comedy della tv americana. Mentre il comparto drama, […]

The Americans

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Questo pezzo è uscito su IL ad agosto 2013.  

“La più grande allegoria contemporanea della vita coniugale”: una frase magniloquente che mi è appena uscita e che devo mettere all’inizio del pezzo prima di cominciare a descrivere di cosa parla The Americans sulla carta.

Prima di dire di cosa parla, devo aggiungere che in un pezzo dello scorso numero di IL, la coppia Bonazzi-Greco, parlando del rapporto a tre fra loro due e le serie tv faceva capire che il vero tema delle serie tv è la vita di coppia, e la sua ombra, l’adulterio. Guardare insieme Don Draper che tradisce la moglie e imbarazzarsi all’idea che quella scena dica qualcosa su chi la sta guardando insieme, in coppia. Il che non è assurdo, perché le serie tv le guardano soprattutto i trenta-quarantenni quando finalmente rinunciano a uscire tutte le sere e si accasano. Mad Men parla di adulterio; Breaking Bad mostra come, volendo, tutta l’impresa di diventare un re della droga possa essere letta alla luce dei silenzi a tavola della moglie e ancora di più alla luce dell’inquietante interrogativo: ora che ho rivelato chi sono veramente, mia moglie è più inorridita o attratta?

Frank M. Ahearn, l’uomo che fa scomparire le persone nei guai

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

New York. Frank M. Ahearn ha una quantità di telefoni. Tutti con scheda prepagata, che si è fatto comprare da barboni o passanti male in arnese a cui ha dato 20 dollari per la cortesia di registrarli a loro nome. Li usa per un po’, poi li butta. Più esattamente li distrugge. Li spezza in due, toglie la batteria, rompe la sim e sparge i pezzi in bidoni diversi dell’immondizia. Con i computer dei suoi clienti fa di peggio. Li prende a martellate per estrarre il disco fisso. Quindi lo mette in un catino a mollo nel Lysol, un potente disinfettante, o nella trementina. Lo lascia a marinare qualche giorno e poi lo mette nel congelatore. Infine lo disperde nell’oceano («Sì, è inquinante, e allora? Piantate un albero e vi sentirete meglio»). Basterebbe molto meno per essere certi che nessuno riesca a recuperare i dati. Ma il professionalismo ha la sua liturgia. Se vi siete rivolti a lui vuol dire che le cose hanno preso una brutta piega, tendente al pessimo.

Dalla parte di Alice: essere visti da “The master” di Paul Thomas Anderson

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“Che cosa ci avviene quando assistiamo a un film e dimentichiamo di essere seduti nell’oscurità? Che cos’è l’immaginario cinematografico oggi? Quale attrazione esercita su di noi? (E: “noi” chi?). La rubrica di Paolo Pecere esamina alcuni film esemplari in cui il cinema sembra affrontare dal suo interno queste domande, collegati dal tema della fantasia di […]

Breaking well, ovvero come fare i conti con la tossicodipendenza di massa

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Heizenberg è uno spacciatore di droga. Spedisce la sua roba dalla Repubblica Ceca. Se nel suo nick name si cambia la z con la s viene fuori il nome d’arte di Walter White, il borghese piccolo piccolo di Vince Gilligan, ideatore quest’ultimo (e protagonista il primo) della fortunatissima serie Breaking Bad, appena giunta all’ultima puntata sulla rete americana AMC e immediatamente rimpallata, via internet, ai quattro angoli del mondo. Nella quarta stagione della serie, Heisenberg/White, dopo avere fatto fuori Gus Fring, insospettabile signore del narcotraffico degli Stati Uniti sud-occidentali, grazie ai contatti di una nervosissima e subdola mediatrice chiamata Lidya Rodarte-Quayle allarga il mercato della sua “blue meth” alla Repubblica Ceca. Pseudonimo un po’ scontato dunque, quello di Heizenberg, ma molto pertinente. Heizenberg propone MDMA, non la meth di White. La meth di White è un droga diversa, più simile a quello che viene chiamato “Speed”. Non induce empatia e stupore, ma eccitazione motoria e voglia di fare.

Voglio essere la HBO. AMC e il modello delle serie di qualità

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Walter White è un professore di chimica che insegna e vive in una cittadina del New Mexico. Un giorno scopre di avere un tumore ai polmoni che lo ucciderà quasi certamente nel giro di due anni. Sua moglie è incinta e il figlio adolescente è vittima di una paralisi cerebrale parziale. Walt è un uomo orgoglioso e una figura patriarcale, e pur di aiutare la sua famiglia a sopravvivergli mette in atto una radicale trasformazione di sé: usa le sue conoscenze di chimica per produrre metamfetamina. La migliore metamfetamina presente sul mercato, la più pura. Queste sono le premesse narrative di Breaking Bad, una delle serie tv più premiate degli ultimi anni, orgoglio del canale basic cable AMC. È difficile tradurre in modo soddisfacente l’espressione “breaking bad”, quello che sottolinea è un cambiamento radicale, una trasformazione improvvisa del carattere e quindi del modo di agire nel mondo.

La tv dopo Louie

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Questo pezzo è uscito su Studio(Immagine: FX. Louis C.K. con David Lynch nel triplo episodio Late Show. )

Louie è una serie americana che va in onda su FX, scritta, diretta e interpretata da quello che è considerato il miglior stand up comedian vivente, Louis C.K. La scorsa settimana si è conclusa la terza acclamatissima stagione dello show, ed è quindi giunto il momento di fermarsi e parlarne un po’.

Partiamo da un argomento – argomento che svelerà tutta la mia bias sulla questione, ma comunque -: Louie è un capolavoro. C’è chi lo ha visto ed è rimasto senza parole se non di stupore ed elogio; c’è chi si è spinto oltre, come Todd VanDerWerff su A.V. Club, che considera la portata della serie paragonabile – in termine di qualità e influenza artistica – a quella che i Sopranos hanno avuto nel nuovo millennio. Un articolo, quest’ultimo, che per quanto sostenga una tesi scottante e blasfema per un pubblico affezionato a Tony & Co., squarcia il velo di Maya su una separazione che sta perdendo sempre più senso, quella tra drama e comedy.

Drama e comedy sono i due mostruosi buchi neri a cui Hollywood e la televisione girano attorno: sono due macrogeneri complessissimi, zeppi di galassie e ulteriori buchi neri, che hanno la stessa funzione di Mosé sul Mar Rosso: separare acque e mettere ordine. Così, tutti i prodotti vengono sistemati su due grandi scaffali – drama e comedy – in modo che lo spettatore possa scegliere da quale pescare, chiedendosi se abbia voglia di ridere o di “cose serie”. Negli ultimi anni però si è assistito alla sofisticazione del reparto drama: prima la Hbo con show come The WireDeadwood e i citati Sopranos; e poi, a cascata, altri network come Amc (Mad MenBreaking Bad), hanno allestito un separè tra i prodotti complessi, d’enorme qualità, dalla scrittura incredibile e lo storytelling funambolico, e altri show in cui a trionfare è la complessità della trama e la suspense – come le incredibili cose firmate J.J. Abrams (LostFringe) e 24.