Stephen King dal libro allo schermo: “Carrie”

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Pubblichiamo un estratto dal libro Stephen King – Dal libro allo schermo, a cura di Giacomo Calzoni, in uscita per minimum fax, che ringraziamo.

Brian De Palma: Carrie – Lo sguardo di Satana (1976)

«Dopo averne comprato i diritti mi chiesero: “Chi sceglieresti come regista se avessi la possibilità di chiamare qualcuno?” Io risposi: “C’è questo tizio che si chiama Brian De Palma, ha fatto un film intitolato Le due sorelle. Era enormemente spaventoso”».

All’epoca della prima trasposizione cinematografica di un suo testo, Carrie, King ha fiducia: è d’altronde agli inizi. Ma di De Palma sono già usciti nelle sale Il fantasma del palcoscenico e Complesso di colpa, e il suo stile, la determinazione formale, il piglio estetico, sono evidenti. «Nel romanzo, Carrie distrugge l’intera cittadina sulla via del ritorno. […] Ciò non accade nel film, principalmente perché il budget era troppo modesto. Mi sarebbe piaciuto che l’avessero fatto»: al primo film kinghiano, King è già moderatamente insoddisfatto.

“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano

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Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

HBO: del potere di un acronimo e l’eco dei suoi racconti

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Fare cinema in America negli anni tra i ’30 e i ’50 del Novecento significava in primo luogo assoggettare un film alla sua casa di produzione. Allo stesso modo, guardare un film americano significava in primo luogo associarlo al suo produttore. Era l’epoca d’oro di Hollywood, quando le major si producevano i film e li proiettavano nelle loro sale.

Correva l’anno 1942 quando Orson Welles cominciò a prendere le distanze da Hollywood. Dopo che l’RKO massacrò L’orgoglio degli Amberson, tagliando ove riteneva, rimaneggiando, e stravolgendo il finale a suo piacimento. Ci interroghiamo tuttora su come qualcuno avesse potuto anche solo pensare di mettere le mani su un capolavoro come quello; che poi una casa di produzione (assolvibile in acronimo!) fosse stata davvero capace di farlo, infierendo severamente, è ormai storia del cinema.