“Quando si diventa adulti non si cambia più, non ci sono più gli spazi per poter cambiare”, ovvero una veramente lunghissima intervista a Niccolò Ammaniti

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Questa intervista è uscita su Rolling Stone. Di Christian Raimo con la collaborazione di Giona Mason. Grazie a Petra Khalil per il supporto.

La ragione per cui mi è venuta voglia di farti questa intervista in realtà è semplice. Fino a qualche mese fa – probabilmente per un pregiudizio negativo – avevo letto pochissimo di tuo. Credo Io non ho paura, e forse il racconto Seratina nell’antologia dei Cannibali. Poi l’anno scorso, a scuola, una mia studentessa mi ha prestato Che la festa cominci. Io spesso le prestavo dei libri, e lei mi ha detto: “Le presto questo prof”. Me lo sono preso e me lo sono letto in due giorni e mi è piaciuto molto: mi è piaciuto sia da lettore che da scrittore, cioé da persona che i libri li legge anche, come dire, professionalmente.
Quindi ho riflettuto sul pregiudizio che quello che scrivi un po’ si porta dietro. Ci sono due famiglie di lettori: una di lettori molto appassionati, che ti segue qualunque cosa fai – sei evidentemente uno scrittore che ha dei fan – e poi c’è la famiglia della critica, che soprattutto in Italia è abbastanza disattenta, disomogenea, spesso sporadica. C’era questa tua intervista del 2007 in cui, dopo che hai vinto lo Strega, in qualche modo questa lamentela la esprimevi tu stesso. Ci furono un paio di recensioni abbastanza critiche di Cortellessa e di Guglielmi a cui tu non reagisti in maniera piccata, ma riconoscesti di avere questa strana doppia lettura: da una parte i lettori – molto attenti, e grazie alla Rete anche estremamente capillari – e dall’altra i cosiddetti critici, cioé quelle persone che dovrebbero farti crescere da un punto di vista della scrittura, che invece secondo te erano più spesso dei banali liquidatori… Perché, secondo te? Che cosa è che è mancato? Come ti piacerebbe fosse stato, invece, il tuo rapporto con la critica? Come la imposteresti questa intervista tu? Io ho letto una marea di tue interviste. Pochissime di queste interviste ti chiedono…

Parlo soprattutto di me stesso.

Parli di te stesso, parli dei temi di cui parlano i libri, spesso parli anche di cose che non c’entrano niente con la letteratura: i film, i videogiochi. Ti chiedono cose della società. Pochissime interviste ti chiedono di come scrivi, di che libri stai leggendo.

All’inizio, già con Branchie, l’attenzione dei critici è stata molto alta nei miei confronti. È stata colta la novità delle mie cose rispetto a quello che era il panorama italiano precedente. Ho sempre avuto delle critiche meravigliose: lo stesso Guglielmi in realtà ha sempre scritto delle cose estremamente positive. In generale, la cosa che invece mi lascia perplesso – ma non riguarda solo me, è un’osservazione proprio in generale – è che non c’è quasi mai una vera attenzione al libro inteso come scrittura, struttura, lingua. Ma ripeto, non credo sia solo nei miei confronti: credo riguardi tutti gli scrittori, quasi nessuno escluso. Per contro, da qualche tempo soprattutto in Rete c’è una “scuola” di scrittori – che più o meno o hanno la mia età, o più giovani come te – che invece porta avanti un tipo di critica più approfondita. È una cosa che in effetti mi riguarda fino a un certo punto, e per una semplice ragione: quando tu hai molto successo, per quel tipo di critica a un certo punto sparisci. Ti possono bollare, possono scrivere che il libro non è piaciuto, ma non entreranno mai in merito al libro stesso, a quello che significa la scrittura, a cosa volevi raccontare – che invece è ciò che io normalmente, da scrittore, faccio sui libri degli altri. Questo però credo sia un problema generale, non solo nei miei confronti. Non leggo mai delle recensioni particolarmente approfondite.

Aldo Moro e una certa letteratura

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A trentacinque anni dal 16 marzo del 1978, una rilettura dell’iconografia dell’Affaire Moro da Leonardo Sciascia a Giorgio Vasta.

Moro e la sua vicenda sembrano generati da una certa letteratura.
L. Sciascia, L’affaire Moro, p. 479.


È incredibile a qual punto sia giunta la confusione delle lingue.
Aldo Moro lettera a Eleonora Moro, 8 aprile 1978.

La rappresentazione della storia da parte del cinema è spesso fondata su un immaginario autoreferenziale, i film si citano a vicenda, o rimandano a fonti audiovisive di tipo documentario, a fotografie, a dipinti, elementi visibili. Questo succede per ogni periodo storico ma nessun decennio come gli anni Settanta risente di un’iconografia standardizzata che spesso diventa stereotipo, luogo comune, banalità.

C’è un evento però, negli anni Settanta, il cui percorso iconografico è stato completamente diverso. Questo evento è il caso Moro. E il racconto cinematografico dei 55 giorni, più che alle fonti visive, deve il suo canone narrativo alla letteratura, una letteratura che fino alla pubblicazione del romanzo di Giorgio Vasta, Il tempo materiale, non ha mai osato discostarsi dal solco tracciato da due giganti tanti anni fa. Dal 1978, per essere precisi.

Il memoriale della Repubblica

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A oltre trent’anni di distanza dalla sua morte, il fantasma di Aldo Moro ancora interroga le fragili pareti della Repubblica. Non solo il fantasma del caso Moro, cioè del sequestro, della prigionia, dell’assassinio dello statista democristiano, e del contemporaneo scontro fermezza-trattativa. A essere ancora presente fra noi è il fantasma dell’uomo Aldo Moro, attraverso gli “scritti della prigionia” che ci sono pervenuti.

Il fantasma di Aldo Moro

Questo articolo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno Un fantasma si aggira nel mondo dell’editoria. Il fantasma di Aldo Moro. A oltre trent’anni dal sequestro e l’uccisione del leader democristiano, ogni anno spuntano in libreria quattro, cinque volumi dedicati direttamente o indirettamente al più tragico «affaire» della storia repubblicana, ai suoi protagonisti, ai suoi enigmi. [...]

Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco

Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di [...]